Ogni casa, prima o poi, è toccata dalla visita della morte, che innesca sempre tante domande. Ogni anno, dopo l’attenzione ai Santi (il 1° novembre), il calendario propone la contemplazione del mistero della morte: due giorni consecutivi, quasi fossero le due facce dell’unica medaglia; ma se il pensiero della morte è il disturbatore di ogni riposo, l’idea di dover morire senza aver vissuto di­venta insopportabile.
Come ogni anno, la data del 2 novembre permette anche alla morte di farsi strada nella mente di quella gente che fa di tutto, a livello scaramantico, per ignorarla. Eppure, anche se nessuno vor­rebbe concederle il diritto di cittadinanza, la morte si è insediata in ogni angolo della terra.

In questi giorni, numerose sono le visite ai nostri cimiteri, il sostare silenziosi in preghiera e medita­zione di fronte alle tombe; tutto questo può dar vita a tante considerazioni. Il seppellire i morti acquista una notevole intensità evocativa: equivale non solo a prendersi cura dei cadaveri, ma so­prattutto a custodire la buona memoria dei nostri defunti.

«Nessuno vive per se stesso e nessuno muore per se stesso» si legge nella lettera ai Romani di Paolo (14,7). Il mistero della vita è un intreccio di comunione: con quanti sono nostri contempora­nei con cui condividiamo il presente e con quelli che ci hanno preceduti attraverso la memoria; qui la preghiera diventa un mezzo che abbatte le barriere del tempo e dello spazio. Questa pre­ghiera diventa suffragio. Il suffragio è un debito di riconoscenza verso coloro che hanno preparato la nostra vita, dal punto di vista socioculturale e familiare. La preghiera non toglie il dolore, non asciuga le lacrime, non libera da preoccupazione… toglie però dalla solitudine.

Erich Fromm in un suo volume, Dalla parte dell’uomo, fa una analisi non della morte ordinaria e comune, ma della «brutta morte». Noi con questa espressione etichettiamo certe tragedie causate da incidenti o sofferenze atroci. In realtà, sostiene Fromm, dovremmo temere piuttosto il «morire senza aver vissuto». Infatti ci sono molti che concludono la parabola della loro esistenza senza essere cresciuti pienamente, rimanendo ancora imperfetti, informi, incompiuti. Perciò la no­stra amarezza è l’arrivare a quella meta senza avere colmato i nostri giorni di vitalità, di senso, di opere giuste e colme di bellezza. L’ammonimento in proposito sembra quindi chiaro: trovarsi a mani vuote a causa di una vita vuota sarà veramente una «brutta morte».

Per il credente, il mistero della morte chiede di fare proprio lo spirito dei viandanti: di chi rivive den­samente il viaggio da oriente ad occidente: seppur attraverso sentieri lunghi e tortuosi, un viaggio che ha uno sbocco finale … positivo, l’abbraccio dolcissimo con il Padre.

 


2 COMMENTI

  1. Hai proprio ragione. Non riesco ad immaginare cosa peggiore di morire senza aver vissuto. Sopravvivere è ciò che fanno molti, vivere è, ahimè, prerogativa di pochi.

  2. Non è la morte il problema, ma la vita. «Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi.» (Lettera a Meneceo) diceva Epicuro. Hannah Arendt diceva che gli uomini non sono “i mortali”, ma “i natali”, perché è la nascita, l’essere “gettati” nella vita, ciò che conta davvero per noi, perché mette in gioco la nostra capacità di scegliere, di essere protagonisti sulla sola scena che conta per tutti noi, cioè la vita

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