«Le fronde onde s’infronda tutto l’orto 
de l’ortolano etterno, am’io cotanto 
quanto da lui a lor di bene è porto»

(Paradiso XXVI, vv.64-66)

Al termine del canto precedente Dante, indugiando sulla luce di San Giovanni, rimane accecato. È lo stesso santo che lo rincuora all’inizio del canto ventiseiesimo, preannunciandogli che la sua cecità è solo temporanea e che sarà ancora Beatrice, la teologia, a fargli recuperare la vista.

Intanto, però, l’apostolo del vi do un comandamento nuovo, dell’amatevi come io vi ho amati, chiede a Dante quale sia l’oggetto della sua carità.

Questi risponde che non può che essere Dio, ma il santo non si mostra soddisfatto: con fare insistente, chiede la vera origine del suo amore. Dante risponde che ha trovato motivo di amare Dio nelle fonti filosofiche e scritturistiche, nell’esistenza del mondo e nella passione di Cristo, nella speranza della vita futura.

Ma è un’altra la confessione che appaga il discepolo che Gesù amava:

«Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
de l’ortolano etterno, am’io cotanto
quanto da lui a lor di bene è porto»

(Paradiso XXVI, vv.64-66)

Io amo le fronde che rendono bello il giardino tutto del giardiniere eterno, le amo tanto quanto sono amate da lui stesso: è questa la risposta che chiude l’inchiesta di san Giovanni. Quella che manifesta un amore senza misura né distinzione, per ogni creatura (“fronda”) diletta da Dio, l’ortolano etterno; quella in cui un uomo, Dante, dice di amare ogni essere nella stessa misura in cui Dio la ama. Vertigine.

È questa la misura della carità. È qui che Dante si mostra degno del regno dei Cieli.

Leggendo questi versi, mi sono tornate alla mente le parole con cui Simone de Beauvoir riconosceva la grandezza di un’intellettuale fastidiosa e ancora oggi ai più sconosciuta, Simone Weil: «Mi avevano raccontato che nell’apprendere che in Cina era scoppiata una grande carestia [Simone Weil] s’era messa a singhiozzare; queste lacrime m’imposero il rispetto più ancora dei suoi doni di filosofia. Invidiai un cuore capace di battere all’unisono con l’intero universo».

Singhiozzare per gli sconosciuti: forse questo è davvero amore universale. È amare come Dio ama. Ecco perché Dante può recuperare la vista e riconoscere la luce in cui risplende Adamo, il primo uomo.

Lascio al lettore il gusto di scoprire il dialogo tra colui che fu destinatario del paradiso terrestre e il pellegrino del paradiso celeste. Il primo conosce le domande del secondo tanto da non lasciargli il tempo di formularle. Dal canto suo, il poeta vorrebbe sapere quanto tempo è trascorso dalla creazione di Adamo, quanto tempo egli sia rimasto nel giardino dell’Eden, quale sia stata la vera causa del peccato originale e quale lingua egli usasse.

Mi limito a citare la terza risposta: fu superbia e non gola a determinare il peccato del primo uomo, il suo non poter accettare un limite, quale esso fosse, e non il gusto di un pomo maturo:

«non il gustar del legno
fu per sé la cagion di tanto essilio,
ma solamente il trapassar del segno»

(Paradiso XXVI, vv.115-117).

Chi è dunque l’amante?

Colui che arde. Chi non resta indifferente perché non può. Chi presta attenzione. Chi ha un cuore che batte attraverso l’universo. Chi si dona. Ancor prima, chi si lascia amare. Chi restituisce il dono. Ogni dono. Chi è grato. Chi non chiude il pugno. Chi si apre. Chi accoglie. Chi non ha paura di essere accolto. Chi sa chiedere. Chi non ha misure. Chi non sa fa fare differenze tra il mio e il tuo. Chi ama senza limiti. E trapassa, sì, il segno: ma per amore. Solo per amore. Non per superbia.

Simone Weil: «Non soltanto l’amore di Dio è sostanzialmente fatto di attenzione: l’amore del prossimo, che sappiamo essere il medesimo amore, è fatto della stessa sostanza. Gli sventurati non hanno bisogno d’altro, a questo mondo, che di uomini capaci di prestar loro attenzione. La capacità di prestare attenzione a uno sventurato è cosa rarissima, difficilissima; è quasi un miracolo, è un miracolo. Quasi tutti coloro che credono di avere questa capacità, non l’hanno. Il calore, lo slancio del sentimento, la pietà non bastano. Nella prima leggenda del Graal è detto che il Graal, pietra miracolosa che in virtù dell’ostia consacrata sazia ogni fame, apparterrà a chi per primo dirà al custode della pietra, il re quasi completamente paralizzato dalla più dolorosa ferita: “Qual è il tuo tormento”».


FontePhotocredits: pixabay.com liberamente reintepretata da Eich
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...