«‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai 
fur verbo e nome di tutto ‘l dipinto; 
‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai»

(Paradiso XVIII, vv.91-93)

Amate la giustizia, voi che giudicate la terra: sono le parole, tradotte dal latino, della terzina che più mi colpisce in questo diciottesimo canto del Paradiso nel quale ascendiamo dal Cielo di Marte a quello di Giove, dagli spiriti combattenti a quelli dei giusti.

Nella prima parte Dante, ancora scosso dalla profezia di Cacciaguida, riceve il conforto delle parole di Beatrice, la cui bellezza continua a crescere e a sfidare la sua umana impossibilità di dire l’indicibile. Il poeta ascolta le ultime parole del suo trisavolo che – col solito “minestrone” di personaggi biblici, leggendari e storici – gli indica quanti combatterono per la fede: da Giosuè a Maccabeo, da Carlo Magno a Orlando, a Guglielmo duca di Orange e Rinoardo, a Goffredo di Buglione, al duca Roberto Guiscardo.

Mentre il poeta ammira il suo stesso avo prendere posto tra loro, ecco che i lineamenti di Beatrice mutano ancora, con crescente e inaudita bellezza. Contemporaneamente, il Cielo da rosso diventa argenteo e più grande si fa l’arco in cui ruota: sono gli unici segni del passaggio nel Cielo di Giove. Ma non è tutto. A ritmo incessante, una nuova fantasmagorica scenografia si evolve sotto i suoi occhi increduli ed estasiati: i beati prima formano la scritta diligite iustitiam qui iudicatis terram, quindi formano in rapida successione una gigantesca M, poi un giglio aradilco e infine il simbolo dell’aquila imperiale. Si tratta di evidenti allusioni al pensiero politico di Dante, nostalgico di un forte potere centrale, per inciso quello dell’imperatore.

Sta di fatto che questo spettacolo offre l’ennesima occasione, e non sarà l’ultima, perché il poeta, mantenendo fede all’impegno di non mostrarsi del vero timido amico (Paradiso XVII, v.118), si lanci in una dura invettiva ai danni di papi corrotti e simoniaci, in primis contro il regnante papa Giovanni XXII. Questi, invece che seguire l’esempio dei santi Pietro e Paolo, è devoto esclusivamente all’immagine di San Giovanni Battista: beninteso, a quella incisa sul fiorino. Per bramosia di quello che era il dollaro del tempo, egli è disposto a far mercato di tutto e tutto cancella e riscrive, al solo scopo di assicurare nuove entrate alle avide fauci del suo forziere.

Non mi dilungherò sul fatto che Dante aveva ben ragione di lanciarsi in simili, coraggiose, accuse né sul fatto che il nostro papa Francesco è ben diverso da Giovanni XXII.

Piuttosto, vorrei soffermarmi su quell’amate la giustizia, voi che giudicate la terra.

Non parlerò di politici corrotti. Non saprei cosa aggiungere su un argomento così abusato. Vorrei piuttosto soffermarmi su quanti, anche in politica, hanno operato il giusto.

So bene che si tratta di un tema impopolare e che la classe politica, italiana e internazionale, vive da decenni il punto più basso della sua generalmente scarsa popolarità. Nondimeno, non posso non avvertire la nostalgia di uomini e donne, ne ho conosciuti non pochi, innamorati del bene, quello di tutti. Uomini e donne che hanno scelto di “sporcarsi le mani”, contro ogni convenienza. Uomini e donne che avrebbe meritato di continuare ad amministrare il bene comune. E che spesso sono stati lasciati soli proprio da quanti li avevano scelti.

Mi interrogo sul perché di quello che vedo e la conclusione rischia di essere amara: il cambiamento, quello vero, non lo vuole nessuno, a cominciare proprio da quelli che più alzano la voce e puntano il dito. Perché il cambiamento costa. E perché urlare il buio è sempre più comodo e conveniente che accendere una luce. Solo che è anche più stupido. Ottuso, più che altro.

La conclusione, la lascio a chi è ben più saggio di me.

Aldo Moro: «Per una evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore».

Marco Aurelio: «Ciò che non giova all’alveare, non giova neppure all’ape».

Mark Twain: «La responsabilità è individuale, non della comunità».


FontePhotocredits: pixabay.com liberamente rivisitata da Eich
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

2 COMMENTI

  1. La Giustizia non è di questo mondo… noi aneliamo a un’equità sociale ed umana eppure non riusciamo ad afferrarla. Molto si lamentano, pochi si impegnano, qualcuno “si sporca le mani” ed è difficile uscirne senza sporcarsi di marmellata… eppure grandi esempi ci illuminano, per fortuna, ma sono appunto esempi, modelli di come bisognerebbe fare ed essere. Pochi i loro proseliti, molti i dissacratori, tantissimi coloro che ignorano e si fanno i fatti loro, convinti appunto che sia una questione personale e non di comunità sociale. Per fortuna esistono questi pochi che ci fanno sperare e credere che un mondo diverso è possibile, senza aspettare l’Aldila’.

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