Quando la sete di potere ti fa perdere il lume della ragione, facendoti superare il limite del consentito. Questo e molto altro è presente ne “Il destino del calamaro”(PAV Edizioni), romanzo d’esordio di Sabino Napolitano, un thriller al cardiopalma che incontra la simbologia del mondo animale nell’ambizioso desiderio di fagocitare per non essere divorati.

Quale simbologia collega il titolo del tuo thriller al mondo animale?

La motivazione ultima della storia nasce dall’osservazione, quasi casuale, del comportamento alimentare di una particolare specie di calamaro, il calamaro gigante, che, oltre a cibarsi di altri pesci, come il pesce spada o il pesce lanterna, non disdegna di divorare altri individui della sua stessa specie. Infatti, all’apertura del romanzo, un brevissimo brano, denominato ‘Etologia della storia’, descrive proprio questa situazione. Pesci che divorano pesci. Mi è venuto di pensare come questi comportamenti siano diffusi anche tra gli uomini, quando, per potere e denaro (ma non solo), ci sono uomini disposti a distruggere le vite di altri uomini. In fondo, è il celebre ‘homo homini lupus’, già presente nel mondo latino negli scritti del commediografo Plauto e poi ripreso da vari altri autori, tra i quali il più celebre è probabilmente Thomas Hobbes, che lo approfondì nel suo pensiero filosofico. È la rottura del paradigma della solidarietà della specie.

Cosa spinge il protagonista, Carlo Fattori, a fidarsi ciecamente e a fare da corriere per il suo amico?

In realtà, Carlo non sa se fidarsi dell’amico, ma le esperienze vissute insieme all’amico in un particolare periodo della sua vita (la frequenza di un master ad Harvard n USA) e forse la carenza di affettività vissuta in famiglia negli anni dell’adolescenza, lo spingono quanto meno a stare al gioco e contrastare i dubbi che comunque lo assalgono.

A tuo parere, denaro e potere sono conseguenza della machiavellica convinzione secondo cui il fine giustifica i mezzi?

Qui non c’entra il punto di vista dell’autore, ma quello del protagonista. Carlo non si pone proprio il problema. Sin dall’adolescenza, figlio unico della ‘Milano bene’, è stato abituato ad avere tutto subito e peraltro ha avuto uno scarno rapporto affettivo vero e proprio con i genitori; è diventato autosufficiente ma, stranamente, la disabitudine a desiderare qualcosa, lo spinge non già a non avere desideri, ma ad averne sempre di diversi, non appena riesce a soddisfarne uno. E non concepisce che vi possano essere ostacoli sulla sua strada.

Quando e perché il destino ci presenta il conto delle nostre azioni?

Ovviamente non è una teoria filosofica, né una regola dell’evoluzionismo, né tantomeno una convinzione di origine religiose legata a un mondo ultraterreno; nel romanzo è una semplice constatazione che, quasi sempre, in un modo o nell’altro, a un crocevia del proprio percorso di vita, ci si possa trovare a subire la resa dei conti.

A chi dedichi il romanzo?

Ovviamene, trattandosi della mia opera prima, non potevo che dedicarla a mia moglie e ai miei tre figli, che si sono trovati a scoprire, quasi inaspettatamente, questa mia nuova esperienza, alla mia età, diciamo, non più verde.


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Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.

1 COMMENTO

  1. Grazie a Mimmo d’Alba,ho conosciuto Odysseo.Non potevo crederci,ma il primo articolo che ho incontrato è di un tale che scrive un romanzo giallo.
    Proprio io che sono una divoratrice di gialli e trillers.
    Strano ma vero..i scrittori italiani di gialli li ho snobbati,anche se qualcuno della vecchia scuola l’ho gradito molto….però molti anni fa.
    Sai che questo libri mi intriga…certo che so della sinistra fame di quei calamari giganti.
    Credo che se ci fossero nel nostro mare adriatico,sarebberò già quasi estinti.Visto che il commercio locale,anche nel hinterland,oramai vende quasi solo calamari/polpi e totani di provenienza straniera.
    Noi siamo come le cavalette…dove passiamo non cresce più l’erba…si mangiamo TUTTO!!!

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