Ripensare l’Economia, oggi è un dovere. Conoscerla, lo è ancora di più.

Sul debito pubblico se ne dicono di tutti i colori ogni giorno: c’è chi dice di tagliare di qui e chi di tagliare di lì, chi chiede flessibilità e chi impone austerità. C’è chi dice che i nostri figli nasceranno già con migliaia di debiti sulle spalle, chi lo paragona a figure mitologiche di mostri a più teste, chi ci dice che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità ed è arrivato il momento di pagarne le conseguenze, chi paragona l’Economia del monopolista della valuta a quella di una famiglia, che invece è la destinataria di quella valuta. I più, purtroppo, ignorano le basi dell’economia monetaria che regge il nostro sistema economico, e questo è un guaio. È come se tutti si chiedessero se il goal fosse in fuorigioco o meno, senza aver capito le regole del fuorigioco. Bene, bando alla modestia, cercherò di chiarirvelo nel più semplice dei modi, col più semplice dei registri. Seguitemi, non è così complicato come si crede.

L’Italia tecnicamente non è più monopolista della valuta, cioè non emette più una sua moneta.

Premessa: un debito espresso nella valuta del suo monopolista è sempre sostenibile. Se io emettessi Luchi e contraessi un debito in Luchi, il mio creditore potrà sempre stare tranquillo perché sa che in ogni momento potrò ripagare quel debito con la mia stessa valuta. L’unico vincolo a questo fenomeno è rappresentato dall’inflazione (aumento del livello generale dei prezzi), che però oggi non è un problema per due motivi:

  • Siamo in fase deflazionistica (il suo opposto, che è ben peggiore),
  • L’inflazione agisce solo quando la domanda aggregata è superiore alla capacità produttiva, per la legge della domanda dell’offerta di cui ci siamo già occupati (e oggi la domanda di beni e servizi è vertiginosamente più bassa della nostra capacità produttiva, rappresentata per esempio dall’esercito di disoccupati che abbiamo in Italia). Per fare un esempio immediato, se c’è una sola bottiglia d’acqua e la vogliamo in dieci, il prezzo di quella bottiglia aumenterà e se l’aggiudicherà solo chi è disposto a pagare tale prezzo.

Quando il monopolista della valuta non è più lo Stato, ma una Banca Centrale (come nel nostro caso), allora diviene cruciale il ruolo del “Prestatore di Ultima Istanza”: cioè un meccanismo nel quale tale Banca Centrale si impegna a garantire per i debiti contratti dagli Stati Membri allo stesso modo con cui prima lo faceva lo Stato stesso. Se manca questa figura, allora effettivamente il debito di uno Stato potrebbe essere oggetto di speculazioni che lo conducano al default, perché non ci sarebbe nessuno a garantire l’emissione di quella valuta per ripagare il debito.  Questo è uno snodo cruciale per evitare che quindi il debito diventi un problema. La Germania, tuttavia, in preda a traumi iper-inflazionistici del passato (le famose cariole piene di soldi per fare la spesa), non ha mai permesso che la BCE si accollasse questo ruolo. E questa è una questione tutta Europea, con vincoli prettamente politici, non economici. È da quest’idea che nasce il concetto secondo cui dobbiamo ridurre il debito a tutti i costi e tutto il pippone che dobbiamo sorbirci sui vincoli rigidissimi al deficit. Sembra un discorso molto teorico, ma nella pratica è da qui che nascono le politiche economiche: dalla Riforma Fornero al Jobs Act.

Tuttavia, per farvi un esempio, quando nel 2012 lo spread coi Bund Tedeschi (=differenza del tasso d’interesse, indice della rischiosità, tra un titolo tedesco ed uno Italiano) era arrivato alle stelle (per cui arrivò Marione Monti), a Draghi bastarono tre parole per porre fine alla crisi dei debiti sovrani: il famoso speech sul “whatever it takes”; cioè garantì che avrebbe fatto qualsiasi cosa per preservare l’euro, lasciando dunque intendere che avrebbe persino agito come prestatore d’ultima istanza se fosse stato necessario. Questo bastò agli investitori per stare tranquilli, gli interessi si calmierarono e le sue tre parole produssero un aumento del valore delle attività finanziarie detenute dagli investitori di circa 5.000 miliardi di euro. Con tre parole, Signori, tre parole. Il ruolo del garante è sempre fondamentale, che sia uno Stato con la lira o una Banca Centrale con l’euro, cambia poco. Dunque la domanda esistenziale che dovrebbe attanagliare il nostro sonno, almeno nei giorni pari, non è “Euro Sì o Euro No?”, ma è “Euro Come?”.

Un’altra cosa importante che dovete sapere è che il Debito Pubblico trova il suo corrispettivo nel Credito Privato (è mera contabilità pubblica, troppo spesso ignorata). Ogni debito di uno Stato è un credito – un’attività finanziaria o reale – di un privato investitore: dalla famiglia alla Banca. È la sua ricchezza. Non è un debito con la Bce o con un’entità sovrannaturale sconosciuta. Non è un debito con cittadini di pianeti lontani. È il debito che lo Stato ha con i suoi stessi cittadini. Voi direte: ma come, lo Stato che è composto da cittadini, ha un debito coi suoi stessi cittadini? Sì, perché senza questo meccanismo la moneta non nascerebbe affatto. Allora a questo punto vi chiederete una cosa che avete sempre dato per scontato: come nasce la moneta? Perché ci servono delle banconote per lavorare? Lo so, adesso si stanno attivando sinapsi cruciali. Questo potrebbe quindi essere argomento del prossimo articolo.

Tutto questo discorso, tuttavia, è basilare per ribaltare la visione che abbiamo di quello che le Teorie Economiche mainstream hanno dipinto come un mostro. Facendo leva sull’ignoranza di queste basi, si parla troppo spesso di competitività e di produttività nelle teorie economiche odierne. E come si diventa competitivi? Abbassando i salari. E come si diventa più produttivi? Lavorando di più.

Come amava ripetere il mio prof di latino: Cui prodest? A chi giova?

Non è mica cospirazionismo, è semplice conflitto tra interessi. In quattro parole: “it’s the economy, stupid” – diceva Clinton.

Quella stessa economy però insegnata in maniera sempre più parziale nelle Università della materia.

Università dominate nei programmi ministeriali da una sola teoria economica: quella mainstream (liberista, monetarista). Teoria, appunto, non legge naturale.

È come se chi facesse l’artistico studiasse solo ed esclusivamente l’impressionismo, senza mai guardare alle altre correnti che compongono la storia dell’arte e che esprimono tutti i modi diversi con cui guardare, interpretare ed immortalare il mondo.

Ripensare l’Economia, oggi è un dovere. Conoscerla, lo è ancora di più.

Fontecommons wikimedia
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Luca Ribatti
Sono nato ad Andria nel 1993. Laureato in "Economia delle imprese e dei mercati" all'Università Cattolica di Milano dove, attualmente, studio per un Master of Science in Economics. Durante i miei studi ho sviluppato un particolare interesse per la Macroeconomia e per le Politiche Economiche; faccio parte del coordinamento nazionale dell'associazione "Rethinking Economics", nata per promuovere il pluralismo nei curricula accademici, di cui sono referente per la mia Università. Seguo con fervente passione la Politica Locale e, soprattutto, quella Nazionale. Credo fermamente nell'attivismo, nella dedizione e nella partecipazione. In fissa con la diffusione di sana informazione, passo la maggior parte del mio tempo ad indagare. Da diversi anni, tratto quotidianamente temi legati alla Religione e alla (a)Teologia. Finito il tempo libero per occuparmi di queste passioni, svolgo quella che è la mia attività principale: scrivere pezzi. Faccio Rap sotto lo pseudonimo di Dorian. Il resto lo scoprirete da soli.

5 COMMENTI

  1. Caro Luca, premetto di non essere un esperto di economia monetaria, macroeconomia e politica economica, ma mi permetto di esprimere ugualmente il mio modesto pensiero:
    L’articolo è interessante, anche se un po’ prolisso e carente sul piano delle conclusioni; inoltre, alcuni passaggi della tua analisi mi sono poco chiari o, in alternativa, mi sembrano errati (tuttavia, come già detto, questa è l’opinione di un profano):
    1) “Premessa: un debito espresso nella valuta del suo monopolista è sempre sostenibile.”. Ciò non mi sembra corrispondere al vero, come il caso argentino insegna, o come (abbandonando l’empiria) ci mostra l’ontologia della moneta: una moneta può vivere se, e solo se, è una shared belief, cioè se tutti le riconoscono un valore e quindi la accettano come mezzo di pagamento: ciò può avvenire se è convertibile in oro, oppure se la banca centrale ne fa un uso parsimonioso. Se la BCE comprasse troppi titoli di stato italiani sul mercato primario, si riempirebbe la pancia di titoli scadenti e l’euro inizierebbe a non valere più nulla, perché lo stato patrimoniale di una banca centrale ha la valuta nelle passività ed i titoli nelle attività (se i titoli non valgono quello che li hai pagati, la valuta perde valore).
    2) Tu fai riferimento al prestatore di ultima istanza, ma, di nuovo, il punto non è garantire il valore nominale di un debito, ma quello reale, il che non può avvenire nello scenario che tu disegni (vedi il divorzio Banca d’Italia/Ministero del Tesoro del 1981, ben prima che la BCE si “imponesse”).
    3) “Whatever it takes”: non è bastata questa formula magica a Draghi, ma ci sono voluti ormai 3 anni di acquisti (per decine di miliardi al mese) di debito pubblico sul mercato secondario, nonché di interessi negativi nelle operazione BCE/banche commerciali, per tenere a galla l’euro e l’eurozona.
    4) “E come si diventa competitivi? Abbassando i salari. E come si diventa più produttivi? Lavorando di più”: colgo del sarcasmo, però il punto è che ciò che esprimi sarcasticamente è proprio la realtà, o almeno una parte di essa; se la competitività è data dal CLUP, per diventare più competitivi le strade sono poche: o c’è progresso tecnologico, o i lavoratori diventano più produttivi (cioè lavorano meglio, non di più), o si abbassano i salari. Qui non si tratta di giudizi di valore fondati su una certa visione della macroeconomia (più o meno disputabile e suscettibile di approcci soggettivi), ma di teoria positiva microeconomica, sulla quale sono sempre stati tutti d’accordo (da Smith e Ricardo in poi, Marx incluso).
    5) Infine, non sono riuscito a capire che soluzione proporresti. Nel tuo paradigma normativo, cosa dovrebbe fare la BCE? Cosa dovrebbero fare i governi? Cosa cambieresti a livello di politiche fiscali e/o monetarie?
    In ogni caso, complimenti per esserti sbilanciato ed aver preso posizione! Mettersi in gioco richiede coraggio, ed il coraggio è sempre meritevole di encomio!

  2. Ciao Febrix, innanzitutto grazie mille per le considerazioni che hai fornito. L’articolo non si era posto una funzione normativa, ma descrittiva. Per questo forse lo trovi sconclusionato: nasce semplicemente dall’idea di portare concetti complessi alla portata di gente che non ha mai studiato economia. Proverò a fornirgli qualche conclusione in più quando tratterò l’origine del debito pubblico, come suggerito dall’articolo. Vengo a rispondere ai tuoi punti:
    1) il caso Argentina è un’eccezione a sé: tutto parte dalla creazione di una nuova valuta negli anni ’80 con l’incapacità totale di saperla gestire: si arrivarono a picchi di disoccupazione altissimi e un’inflazione che viaggiava alla velocità del 200%. Si tentò poi un disperato colpo negli anni ’90 fissando il pesos al valore del dollaro. Questo sembrò funzionare, ma buona parte dell’enorme debito pubblico accumulato era in mano ad investitori esteri (quello sì che può essere un gran problema). Per farlo continuava a chiedere nuovi prestiti, entrando in un pericoloso circolo vizioso. Il problema è che il tasso di cambio fisso (più forte) rendeva più convenienti le importazioni, provocando quindi una fuoriuscita di capitali dallo Stato e causò la deindustrializzazione dell’Argentina con conseguente caduta dell’occupazione e la depressione che conosciamo tutti. Uscendo dal caso empirico, la Bce comprerebbe non comprerebbe affatto titoli tossici o scadenti, anzi, i titoli pubblici sono quelli più sicuri, talvolta assimilati ai “risk free”. Come hai ben detto, attraverso il QE la Bce sta già immettendo liquidità per 100 miliardi l’anno e l’euro non mi sembra che, dopo tre anni, non valga più nulla. Semplicemente sta usando il canale bancario anziché quello del Tesoro, cosa a mio avviso totalmente sbagliata (la crisi del 2008 nasce dal debito privato, non da quello pubblico, e lei lo sta rialimentando attraverso il canale bancario).
    2) il prestatore di ultima istanza è anche il monopolista della politica monetaria. Stabilisce i tassi d’interesse e controlla quello d’inflazione, quindi garantisce e il debito nominale e il suo valore reale.
    3) Nel 2012, prima della frase di Draghi, lo spread aveva toccato il valore massimo del 2012. Dopo le parole di Draghi, cade in una notte oltre 50 punti base. Solo dopo alcuni mesi annuncerà l’acquisto dei titoli sul mercato secondario e questo infatti porterà definitivamente lo spread sotto i 400. Ancora nulla era stato fatto nella pratica, ma questo sottolinea il valore fondamentale delle aspettative.
    4) In un regime a cambi flessibili, ad esempio, la competitività si gioca anche sui cambi valutari (import/export), non necessariamente sul salario. Stando in cambi fissi, se la competitività si deve giocare sui salari, come si sta provando a fare con l’implementazione stabile del precariato, si ammazza la domanda interna, come avvenuto in Grecia. Questo purtroppo viene poco compreso. Puntare ad essere competitivi per esportare, offrendo beni e servizi REALI, che realmente accrescono la nostra utilità, per avere in cambio banconote espresse in altra valuta (o la stessa) è economicamente intelligente secondo questa teoria economica ma antropologicamente stupido. L’esportazione è certamente fondamentale ma non è l’unica via per stare bene, anche perché quello delle importazioni/esportazione è un gioco a somma zero: dove uno vince, l’altro perde. Migliorare la produttività con il progresso tecnologico è la via, ma per farlo abbiamo bisogno di investimenti pubblici che indirizzino in maniera lungimirante quel progresso tecnologico. Per questo è necessario fare deficit.
    5) Come detto, cercherò di darti le mie conclusioni più in là, altrimenti divento esageratamente prolisso.
    Grazie ancora per i complimenti spesi e le critiche costruttive.
    In alto i cuori! 😀

    • Caro Luca, salto i convenevoli (sarebbe assurdo ripeterli ogni volta), e provo a rilanciare punto per punto:
      1) Sull’analisi del caso-Argentina siamo più o meno d’accordo (senza scendere troppo in dettagli); a questo punto, mi basterebbe che, sulla scorta di una sorta di criterio di falsificabilità, tu ammettessi che la presenza di una banca centrale, in grado di implementare autonomamente una politica monetaria, non rappresenta una condizione sufficiente per quanto concerne la garanzia di un debito pubblico (perché in mani straniere o per altre contingenze). Rimango della mia idea sulla tossicità dei titoli di stato emessi da alcuni paesi dell’eurozona (Italia inclusa), i quali non credo proprio possano essere definiti entirely risk free, ed infatti così non sono considerati né dalle agenzie di rating, né dai mercati (se un titolo italiano ed uno tedesco presentano lo stesso grado di rischio, perché il primo rende 150 punti base più del secondo?). Infine, ti segnalo un potenziale refuso dove riporti l’ammontare del QE: a me risultano acquisti per 60/80 miliardi al mese, quindi 700/900 miliardi l’anno (ma, come già detto, non è il mio campo di interesse precipuo, pertanto potrei benissimo sbagliarmi io);
      2) Qui è dove ti chiederei uno sforzo ulteriore nella spiegazione in quanto, vuoi per limiti miei, vuoi per carenze tue (come insegnava Eco, la comunicazione richiede cooperazione, quindi cerchiamo di venirci incontro), non mi è chiaro un passaggio: immaginiamo uno stato dove la BC può comprare il debito pubblico direttamente all’emissione, e quindi finanziare ad infinitum la spesa pubblica; senza conversione aurea, come viene garantito il valore di quella moneta (e quindi di quel debito)? Concretamente, cosa indurrebbe un dipendente pubblico ad accettare quelle banconote come mezzo di pagamento e a credere che quelle stesse banconote gli permetteranno di comprare un kilo di pasta il giorno dopo? O cosa indurrebbe un risparmiatore ad investire nel debito del suddetto stato?
      3) Nulla da ribattere;
      4) Mi par di capire (se mi sbaglio, ricordati la summenzionata teoria di Eco prima di alterarti) che il sostrato del tuo paradigma suggerisca una svalutazione della valuta per compensare una carenza di competitività reale. Tralasciando le conseguenze che avrebbe sui risparmi, di nuovo ti chiedo: come potrebbe una BC garantire la sostenibilità di un debito che continua a rifinanziare emettendo una valuta che, oggettivamente, perde valore? Inoltre, non mi sembra del tutto corretta l’affermazione “anche perché quello delle importazioni/esportazione è un gioco a somma zero: dove uno vince, l’altro perde.”: difatti, se è vero che la sommatoria delle partite correnti di tutte le nazioni del mondo deve essere uguale a zero per definizione (non si può commerciare con altri pianeti), i modelli di economia internazionale più conosciuti (Ricardo, Heckscher-Ohlin, Krugman, ed altri che al momento non riesco a rievocare) insegnano come il “gioco delle importazioni/esportazioni”, cioè il commercio internazionale, rappresenti esattamente l’opposto, ovverosia un gioco cooperativo grazie al quale, collaborando, si realizzi un’espansione della frontiera delle opportunità. Poi sugli investimenti pubblici e sul deficit io sono anche d’accordo, entro certi limiti.
      5) Nulla da ribattere;
      Di nuovo, l’economia monetaria e la macroeconomia non rappresentano i miei cavalli di battaglia, ma due branche del sapere alle quali mi interesso quando posso, come posso, quando ne ho voglia, senza applausi o fischi… aver ragione o no non passa tra i miei rischi. Non mi profondo in ulteriori complimenti, in quanto vale quanto già affermato inizialmente per i convenevoli. Buon lavoro!

  3. 1) Sì, la BCE sta immettendo 80 miliardi l’anno (non 100, ho arrotondato molto per eccesso non badando all’esatta cifra, poiché la conclusione del ragionamento non muta), acquistando già questi titoli di Stato sul mercato secondario. Se fossero tossici come dici, avrebbe già la pancia avvelenata. I titoli di Stato invece non sono tossici, come potrebbero esserlo per esempio i derivati, perché ad oggi nessuno degli Stati Europei ha dato segnali di insolvibilità, ad eccezione della Grecia (poi rientrata). Il rischio è legato sempre al rischio di default, concetto comunque molto lontano dagli Stati membri ad oggi, che però non sussisterebbe mai in presenza di un Prestatore di Ultima Istanza. Il limite riconosciuto a questo concetto è l’azzardo morale che eserciterebbe ciascun paese, essendo certo di non poter fallire. Lì si può agire attraverso altri parametri costrittori. Nonostante l’operazione di politica monetaria più espansiva dalla nascita dell’EU, l’Euro è stato in deflazione fino allo scorso anno, che è un fenomeno ben peggiore della stessa svalutazione dell’euro. L’inflazione, quindi la svalutazione dell’euro, sussisterebbe in maniera consistente e pericoloso solo nel momento in cui la domanda aggregata sarebbe superiore all’offerta disponibile, concetto dal quale siamo ad oggi ben distanti. Se io immetto 10 euro in un’Economia in cui c’è solo una bottiglia d’acqua, il prezzo di quella bottiglia d’acqua sarà appunto di 10 euro. Se immetto quelli stessi 10 euro in un’economia in cui ci sono dieci bottiglie d’acqua, probabilmente l’equilibrio lo si otterrà ad un’euro a bottiglia. E’ su questo rapporto che bisogna stare attenti, non su quanti soldi vengano immessi in valore assoluto.
    2) Per rispondere a questa domanda dovremmo indagare sulle origini del debito pubblico. Come detto, sarà oggetto del prossimo articolo, quindi ora farò solo un riassunto schematico, che se non è chiaro non esitare a farmelo presente. La valuta nasce da uno Stato che decide di coniarla. Per monetizzare la propria Economia, impone la fiscalità in quella valuta (poiché è anche monopolista della coercizione). I cittadini inizieranno a domandare quella valuta per far fronte agli impegni fiscali e venderanno la propria forza lavoro per ottenerla. Lo Stato compra beni e servizi emettendo quella valuta e scambiandola coi cittadini. Tali cittadini, possedendo ora quella valuta, potranno usarla per far fronte ai loro impegni fiscali. Se lo Stato ha speso 100 nell’economia e ha riscosso 80, avrà un deficit di 20 che poi andrà a comporre il debito pubblico. Tale deficit, in partita contabile, è il risparmio privato dei cittadini (al netto delle tasse). E’ la ricchezza finanziaria privata netta che è rimasta nell’economia dopo questo giochino di immissione/riscossione. Per mantenere stabili i prezzi, non immette moneta ogni anno, ma la ricicla: attraverso l’emissione di titoli, sottrae costantemente la stessa moneta dall’Economia per rimetterla in circolazione attraverso spesa ed interessi. Noi ora abbiamo totalmente invertito il concetto, ritenendo che sia la tassazione a finanziare la spesa pubblica, ma in realtà prima lo Stato spende e solo dopo può riscuotere. Se non è fatto dallo Stato in sè per sé, allora dovrebbe essere fatto dalla Banca Centrale. E questo è sempre avvenuto, specialmente dopo l’eliminazione della conversione aurea, e nessuno ha mai posto problemi di fiducia sulla valuta in questione. Il valore della moneta invece viene garantito attraverso la fissazione dei tassi d’interesse, che dunque inducono (orientano) l’individuo a domandare più moneta o più titoli e quindi a fissare il prezzo della moneta, dunque la sua inflazione. Se non son stato chiaro, fammelo presente.
    4) La svalutazione della valuta si riferisce ai tassi di cambio. Ovviamente l’istituzione di una BC europea non è coerente con dei tassi flessibili. Mi riferivo a due scenari diversi, quelli di prima in cui potevamo svalutare (giungendo a diventare la quinta potenza mondiale per Pil, nonostante l’inflazione), e quello di ora in cui non possiamo farlo. I modelli da te citati hanno pochissime evidenze empiriche, nonostante siano protagonisti dei nostri corsi di economia internazionale. H-O, che è il modello che parla dell’espansione della frontiera di produzione, per esempio prevede il pareggiamento dei prezzi relativi di beni e fattori, assolutamente inconsistente nella realtà. Così come Ricardo descriveva un’economia di fine 800 che poco ha a che spartire con quella di oggi, pur essendo arrivato a conclusioni attualmente riscontrabili nei fatti, ma che si limitano a spiegare che i paesi che si specializzano nella produzione di un bene saranno portati a scambiarlo nel commercio internazionale. Nulla di più. Resta il fatto che le partite correnti sono a somma zero, e che nessuna nazione può arricchirsi nel commercio internazionale senza indebolirne un’altra. Questo non vuol dire affatto che quindi il commercio internazionale non abbia vantaggi, dico solo che non può essere il motore di sviluppo centrale, rappresentato invece dalla Politica Monetaria e Fiscale.

  4. Caro Sig. Ribatti, ho letto il suo articolo e anche la appassionante discussione che ne è seguita. Mi dolgo di intervenire per contraddirla e intromettermi come agente della seconda fase della tripartizione hegheliana, ossia quella della distruzione. La velata ratio che sta alla base della dissertazione da lei espressa si fonda su un vizio che sarebbe il caso di definire neglegendum vizium; lei asserisce indirettamente che uno stato non può fallire se mantiene la potestas generatis della moneta. Ciò è falso e il caso argentino, paese caratterizzato da una ahimè forte migrazione verso l’Italia, ne è l’emblema massimo; aggiungo che la svalutazione da lei proposta come misura favorevole di economia monetaria finiscono per essere uno strumento che ostacola il liberalismo moderno, in quanto tutelano imprese inefficienti che dovrebbero uscire dal mercato.
    Un caro saluto

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