Considerazioni sul volume  Dove abita la verità?

Ci sono termini che hanno alle spalle una lunga storia concettuale per aver accompagnato l’umanità sin da quando è stata in grado di dare loro una sia pure minima stabilità lessicale, ma comunque sempre frutto del farsi carico dei diversi problemi della vita reale che, ben metabolizzati, si sono  arricchiti di una ricca mole di significati nei continui tentativi, a volte riusciti e spesso falliti, di cogliere le ragioni del reale per lo più opaco e indecifrabile.  Il reale costringe a ‘scrivere di cose eterne per essere certi che saranno attuali’, a dirla con Simone Weil; tra i tanti tentativi che rispondono a tale esigenza e  che si sono faticosamente affacciati  a scrutare la mente umana, sino a ‘ribollire nelle vene’ come ‘un fuoco invisibile’ per usare le espressioni di Pavel Florenskij, riconosciamo come più centrati quelli hanno contemplato la verità con tutto il suo portato di tensioni di varia natura,  ed espressione in primis della costante ed ineludibile domanda di senso che ci caratterizza e che ci rende unici pur nella nostra strutturale molteplicità. Questi sforzi hanno contribuito  a riscoprire la verità come tale, dopo alterne vicissitudini  che l’hanno portata ad essere espulsa pure dai nostri stessi orizzonti cognitivi, vari ‘eventi’ col loro pieno carico di ‘verità’, come li ha chiamati Alain Badiou;  nel rivelarsi alcuni tragici e altri più recenti con una inedita dimensione planetaria   stanno imponendo sempre di più una costante interrogazione sulla nostra natura di uomini del XXI secolo alle prese con diverse  sfide grazie anche al fatto che sta emergendo in diversi contesti la coscienza che la ‘realtà è sempre e in ogni caso comunanza’, a dirla con Alfred Whitehead.  Non è dunque un caso che essa ritorni ad essere croce e delizia dei nostri percorsi sino a riprendere piede  come oggetto primario nel più sano pensiero nelle diverse articolazioni filosofiche, scientifiche e teologiche, pensiero che è stato del resto sin dall’inizio la sua famiglia di adozione e dove ha funzionato come un grande ‘pantheon portatile’ per parafrasare un’altra idea di Badiou;  basterebbe a tal proposito   ricordare una poco nota riflessione, esposta in una lettera, di Gottlob Frege dove si dice che ‘tutti cerchiamo la verità. Il giudice quale è la verità? Lo scienziato dove è la verità? Il filosofo cosa è la verità? Il logico come trasportare la verità da un luogo all’altro?’ D’altronde la stessa ricerca teologica nel suo complesso ha posto il problema da dove e verso dove va la verità, problema che le permette di avere una sua specificità concettuale all’interno delle non omogenee vicende del pensiero umano con arricchirlo di altre visuali e non solo di senso.

Torna ad essere centrale, con una forza epistemica non comune, l’idea che la verità sia il “motore dell’impresa conoscitiva, il suo raggiungimento l’obiettivo della ricerca scientifica, la sua contemplazione il fine ultimo a cui tende ogni uomo” nel volume a più voci curato da Giacomo Maria Arrigo e Claudio Tagliapietra, Dove abita la verità? Riflessione sul vero e sul falso nell’epoca contemporanea (Roma, Edizioni Santa Croce 2023), frutto delle diverse attività della Scuola Internazionale per la Ricerca Interdisciplinare. I diversi contributori, appartenenti a vari ambiti scientifici, sfidano alcuni punti di vista oggi esistenti che vedono la nozione di verità “inaccessibile, anacronistica e talvolta persino pericolosa”, timori derivati in primis dagli esiti catastrofici a cui hanno portato quelle presunte ‘verità’ propagandate da diverse  ideologie politiche del ‘900; ed in questo volume si ha un bel coraggio nel proporre una decisa e non comune alternativa  ai diversi approcci che, nel mettere da parte l’idea di verità o quantomeno di relegarla in un angolo come presupposto ininfluente, si basano sulla “opinione, il sentimento personale, il consenso sociale, la semplice correlazione”. E tali approcci, che ci circondano e che poi si rivelano essere più facilmente manipolabili, derivano dal fatto che siamo alle prese con processi di accelerazione dovuti alla globalizzazione e alla digitalizzazione che, non supportati da una adeguata riflessione a largo spettro, portano a far sembrare tutte le conoscenze acquisite relative e passeggere, se non addirittura insignificanti per i nostri destini.

Il primo momento ritenuto significativo dai singoli contributori è  quello di interrogarsi criticamente sul senso del vero e del falso nel contesto culturale odierno che nel suo complesso è pervenuto all’idea che comunque ‘la verità  è una terra senza sentieri’ prestabiliti, per riprendere una significativa espressione di Jiddu Krishnamurti, e nello stesso tempo lastricata di errori e falsità di ogni genere che vanno pazientemente individuati arandola con gli attrezzi giusti; e si ritiene, pertanto, con una modalità tipica del percorso insieme cognitivo ed esistenziale messo in atto da Simone Weil, necessario  ‘abitare la verità’  con peregrinarvi au dedans nell’ambito di quelle messe in cantiere nei rispettivi campi di ricerca, di entrare nelle loro stesse non lineari vicende (Dominique Lambert per le scienze naturali, Alessandro Giuliani per le scienze statistiche, Giovanni Amendola per le matematiche e la loro capacità di dare voce alla realtà fisica, Francesco Santoni per una visione  della fisica vista alla luce dei suoi postulati formali, Giuseppe Tanzella-Nitti per la teologia). Non mancano studi sui modi con cui essa è stata vissuta e pazientemente ‘ruminata’ da parte di alcuni scienziati al lavoro come Albert Einstein (Claudio Tagliapietra) e Charles Darwin (Anna Pelliccia) nelle rispettive “peregrinazioni intellettuali” con una precisa analisi dei loro scritti meno noti, come le numerose lettere ed in particolar modo i diversi Taccuini, ad esempio, dello scienziato inglese, scritti pieni di interrogazioni metacognitive, tutti elementi ritenuti fondamentali per capire meglio gli sforzi tesi a dare sostanza veritativa alle scoperte fatte ed il faticoso processo che ha portato al ‘travaglio’ dei nuovi concetti messi in essere, per usare un’espressione di Fedrigo Enriques.

Molto interessante si rivela poi l’analisi della modalità del ‘dialogo’  sul senso della verità storica tra coloro che hanno trovato un sito di arte  rupestre nelle grotte preistoriche di Lascaux e del Romito e la comunità scientifica nel suo sforzo di interpretarla e di ‘comunicarla’ (Maria Covino ed Eleonora Vitagliano); risultano particolarmente significative le considerazioni sul valore ‘interattivo e diacronico’ del concetto di verità (Ivan Colagè), sulle modalità con cui  riprendere il discorso sul reale al di là delle derive postmoderniste con la contestuale proposta di un ‘nuovo deismo’ più in grado di tener conto di quel ‘qualcosa in comune’ tra le stesse religioni (Giacomo Maria Arrigo) e su come ‘orientarsi tra informazioni, correlazioni e opinioni’ nel mare magnum dei big data (Michele Crudele). Nel suo complesso il volume  fornisce “una luce ‘prismatica’” di ‘dove abita la verità’, di incontrarla là dove essa si produce ed in primis nelle diverse articolazioni del pensiero scientifico; ed il primo passo è quello orientato a scovare i “fattori che si sono combinati insieme per svuotare la scienza del suo significato ontologico” con la rinuncia a trovare le cause di fondo dei fenomeni col limitarsi a prendere atto delle sole “correlazioni”,  fattori dovuti  a ragioni di natura più filosofica  da una parte  e dall’altra allo sviluppo tecnologico che hanno portato a ‘un altro tipo di scienza’ rispetto a quella classica per Dominique Lambert. Tale figura è impegnata nei suoi diversi lavori a ridare  una “carica ontologica”  alla ricerca della verità attraverso una riflessione di più ampio respiro sullo strategico tema della “limitazione interna alle teorie”, problema emerso in tutta la sua cogenza con i teoremi di incompletezza di Kurt Gödel ed in genere in quelle più matematizzate come la fisica; in tal modo  si perviene all’idea di fondo, non ancora pienamente metabolizzata, costituita dal fatto che “accedere alla verità non significa  possedere tutta la verità!”. Essa è frutto del ‘processo di approssimazioni successive illimitatamente proseguibile”, come diranno prima Federigo Enriques nel 1912 e poi Gaston Bachelard nel 1928 in l’Essai sur la connaissance approchée  con l’offrirci una idea di scienza che tende ‘non al vero, ma sempre al più vero’ e che rende ‘le verità di fatto verità di diritto’. Ma tutto questo trova la sua consistenza nel fatto che “la realtà è vera”, condizione preliminare per la quale “si può fare scienza”, come scrive Giuseppe Tanzella-Nitti nel suo contributo, aspetto questo che la ragione teologica in particolar modo  non ha mai smesso di farcelo sentire come cogente e nello stesso tempo come base della nostra libertà che essenzialmente “si nutre di verità”; e quando essa verità si presenta “debole” lo è anche la libertà “con tutte le conseguenze che ne derivano” e non è dunque un caso se Giovanni Paolo II nella Fides et Ratio ha affermato che è preferibile, per le nostre sorti di uomini, confrontarsi con un pensiero forte come lo è a suo modo il pensiero scientifico che, pure nella sua intrinseca ed umana storicità, ci porta al confronto serrato con le ragioni del reale e ‘ben comprese’, come ha scritto Pierre Teilhard de Chardin, sono il nutrimento delle nostre scelte in ogni campo.

Lo sforzo dei contributori di Dove abita la verità?  è quello di “recuperare il significato di verità nella scienza che nasce  perché “informata a priori dall’esigenza di descrivere e manifestare la realtà e le sue proprietà” ed in modo “indipendente dal soggetto conoscente” con “l’indicazione di una verità che si offre alla nostra conoscenza”, tale da rendere la scienza così “pre-adattata e tutta tesa alla ricezione del vero” per Lambert. Tale quadro viene ritenuto l’esito del pensiero scientifico contemporaneo che nel suo complesso grazie alla “nozione di interazione”, presente  nel “mondo della materia, della vita e dell’universo”, ci consegna un pieno di “verità per caratterizzare tutto l’essere come realtà in divenire ed in relazione” da rendere più intellegibile la natura sempre più “informata dai dati scientifici” e con essa ridare spazio ad una rinnovata “filosofia della natura in costante evoluzione (ma che accumula progressivamente verità)”, chiamata ‘iperfisica’ sulla scia delle indicazioni di Pierre Teilhard de Chardin. Tutto questo si rivela inoltre strategico per “capire il lato umano della scienza”, aspetto messo in evidenza da Alessandro Giuliani, impegnato su più fronti, grazie anche ad un non comune impegno nel mondo della complessità, a combattere “l’idea distorta della scienza che appare nascente come Venere dalle acque o Minerva dalla testa di Zeus già perfetta e completamente formata”;  essa  è invece il risultato di un vero e proprio “travaglio… col suo carico di sacrificio, di scelte personali e di contraddizioni” col corredo di concetti che hanno bisogno “di cure e di affetto” con la coscienza critica che “le teorie e acquisizioni, prima o poi, verranno superate da teorie più generali o da osservazioni più accurate”.

Ma è attraverso l’analisi epistemologica delle diverse metodologie statistiche o meglio tramite l’indagine sul loro “contenuto veritativo” che si perviene alla strategica idea che “la verità che ci consegnano è relativa al processo piuttosto che all’esito scientifico”; e questo mira all’”obiettivo di ridurre l’imprevedibilità del mondo intorno a noi” col ricorrere alla generalizzazione, “strumento imprescindibile  per la conoscenza del mondo”  e per “addomesticarlo”. Tale obiettivo è considerato da Giuliani “una grande spinta verso la  ricerca della verità”, ma portato avanti con diverse modalità riassunte in due atteggiamenti filosofici di fondo molto differenti tra di loro in base al “significato da assegnare alla variabilità, alla resistenza insomma che la natura sembra opporre alle nostre teorie”; si ha così da una parte una  “filosofia A di tipo positivista” che mira a controllare il più possibile la natura col mettere in ombra l’incertezza e la singolarità, viste come ‘rumore’ accidentale, con l’astenersi da “prendere posizione” come nel campo ingegneristico, e dall’altra la filosofia Bche  accentua “la singolarità del singolo oggetto di studio” e fare della “variabilità la via principale per capire la natura” col favorire ”l’interesse verso la complessità”, pur in presenza del fatto che in entrambe si usano “gli stessi formalismi e le stesse tecniche di analisi” con interpretare però i risultati in modo diverso. Tutto questo ha ricadute sul modo di condurre la ricerca indirizzandola su livelli puramente applicativi col ritenere di poter “fare a meno della teoria e sul metodo scientifico” basato sulla strutturale “relazione tra spiegazione e previsione”; in tal modo si fa solo un uso massiccio ed il massimo “sfruttamento della ‘conoscenza pregressa’ con approcci computazionali”,  frutto della visione “colonialista” della filosofia di tipo A che ha portato “alla crisi della ricerca farmacologica” e alla sua incapacità di produrre nuove molecole, e dominata non a caso dall’idea “di individuare una ‘pallottola magica’ (il farmaco)” in grado di incasellare la natura in rigidi schemi. Ma per Giuliani, per evitare “la ripetizione (magari sempre più precisa) dell’esistente” e di conseguenza “l’impoverimento della cultura scientifica” con esiti routinari, occorre riprendere su nuove basi il rapporto tra previsione e spiegazione coll’assegnare il giusto ruolo alle “discrepanze” tra le previsioni derivanti  da modelli basati su informazioni pregresse e l’esito  osservato. Attraverso una lettura epistemica dei metodi di machine learning, in grado di cogliere meglio la “dinamica dell’errore”, si ritiene necessario mettere in atto “un confronto serrato e costante tra previsione e teoria”.

Tutto questo aiuta a capire meglio  il tortuoso cammino ‘verso’ il più vero  nella  scienza  che, pur con tutti i suoi limiti,  nel fare i debiti conti con essa e senza soprattutto ‘mentire, sempre per usare un’espressione di Simone Weil, sui suoi reali contenuti, offre un insegnamento di vera e propria umiltà conoscitiva nel dirci che a qualsiasi modello pur accurato e completo sfuggirà sempre qualcosa; e “ostinarsi” a fare entrare le leonardiane ‘mille ragioni’ del reale nei pur necessari modelli che si costruiscono è “causa di errore” sino a diventare “inservibili” e se “si traducono in attività che hanno una ricaduta sulla realtà”, possono essere portatori “di gravi pericoli” come ci avverte Alessandro Giuliani.

Il volume Dove abita la verità? è un accurato appello ad entrare nei luoghi dove essa trova la sua casa e al costante confronto con le modalità con cui si manifesta, come portatrice instancabile del ‘grido’ della realtà col metterci sulle sue tracce, nel senso proposto nel lavoro a più mani Il grido, a cura di Alessandro Clemenza e Marco Martino (Roma, Città Nuova 2022) ; ed è un invito a fare diretta esperienza di essa, che è pertanto un modo di conoscerne le dinamiche dall’interno in quanto  “è la verità a mostrare ciò che essa è” (intellegit eam esse veritatem, quae ostendit id quod est), oltre a fornirci gli strumenti per farla entrare con la sua forza propulsiva dentro di noi dove pure ‘abita’, come afferma Agostino.


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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.