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Vero più del vero…

I miei alunni se ne inventano di tutte per farmi ogni giorno innamorare del mio lavoro. L’altro giorno mi hanno accolta in classe con il disegno di un fiore alla lavagna. “Strano che un fiore finto emozioni così tanto”, mi sono detta. Per poi ritrovarmi in fallo un attimo dopo: chi stabilisce che quel fiore non è vero? Come può non esserlo, con quello che mi ha mosso dentro, con quello che si muove in chi l’ha pensato e disegnato? È tra i più veri che abbia mai visto, il più vivo tra le nature morte, esile e potente, profumato del desiderio invadente di affetto, relazione, accoglienza, gratitudine. Questa è la verità che mi piace, che mi fa bene.

Tutti cerchiamo la verità, abbiamo sete di cose e persone vere. Lo diciamo in mille modi, lo manifestiamo con veemenza e, anche quando i fatti ci smentiscono platealmente, ci diciamo amanti della verità e assoluti oppositori del suo contrario: la falsità.

Ma cosa rende una cosa, una persona, un’azione “vere”? La parola ha una complicatissima etimologia. La radice germanica war-, con quell’idea di “essere”, subito ci porta al vero come “conforme a ciò che è”, al reale insomma. Del resto, l’emblema della falsità è la maschera, oggetto e simbolo di finzione, di recita come evasione dal reale, di doppiezza indegna di fiducia. E si badi bene: non è una critica al buon teatro o allo spirito carnascialesco, che da sempre allietano l’esistenza umana e la arricchiscono di un’arte meravigliosa. Il problema è fare della maschera uno stile di vita, pretendere di poterne indossare una diversa per ogni ora del giorno e persuadere gli altri di essere assolutamente giusti e credibili. Si, perché la verità è questione di fiducia, quella che certamente è lontana dal “falsus”, participio passato di “fallere”, “sbagliare”; quella che ci riporta immediatamente all’altra possibile radice di “verità”, che è var-, con l’idea di “credere”. Ma ciò che è davvero interessante è che quest’ultima ha dato vita al germanico “vahlen”, “scegliere”, e al boemo “vira”, “fede”, parente stretto di “vara”, “scelta”, “desiderio”.

La verità è anzitutto desiderabile: mi accorgo che una cosa è vera perché mi smuove dentro un desiderio di vita, di bene, di bellezza. Essa non è mai soltanto adeguamento di una cosa al reale. Anche perché, quando la verità è ridotta a questo, il reale fugge via da essa, ribelle e spaventato, terrorizzato di essere chiuso, assieme alle sue sfumature e ai suoi chiaroscuri, in un modello precostituito. La verità deve nutrire la vita. Se la comprime, la mortifica, la rimprovera, la soffoca, allora prima o poi ci si allontanerà, anche violentemente, da essa. Ci sono, difatti, verità più dannose della falsità: quelle spiattellate in faccia senza i giusti tempi e i giusti modi. Riflettere conviene sempre, se non altro per evitare di fornire ai falsi di turno il cavallo di battaglia di sempre: “non hai modi, non sai dire le cose, ti arrabbi sempre”. Certo, la falsità non saprà argomentare altro, a causa soprattutto di quella miseria che si trascina addosso: la miseria di chi perde le energie a cambiare in base alle circostanze, a ricordare le scuse delle proprie bugie, a raccogliere alla meglio i pezzi dei propri danni, a trovare autogiustificazioni nelle debolezze degli altri. Una miseria talvolta mascherata di ampio consenso. Ma tutti i sipari prima o poi calano.

È andata così, insomma: un fiore di gesso mi ha fatto riflettere sull’uso di certe parole, tra le più abusate. Perché tutti vogliamo essere giudicati veri e non essere considerati falsi, ma senza rinunciare ai compromessi, senza accendere desideri, senza costruire bellezza. Ma forse è quando smettiamo di voler essere e di voler essere giudicati e considerati in un certo modo, che siamo realmente noi, veri per la luce che ci portiamo addosso e per i desideri che suscitiamo negli altri. Veri nonostante le piccole finzioni con le quali ogni giorno siamo chiamati a confrontarci. Veri come un fiore che non si può cogliere, perché è solo gesso su ardesia di lavagna scolastica, ma dal quale puoi lasciarti accogliere come sei, raccoglierti nella tenerezza, coglierti nel desiderio di una verità più umana e più bella.


FontePhotocredits: Michela Conte
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Sono un'insegnante, anche se il più delle volte sono io quella in-segnata dai miei studenti. Sono una ricercatrice, perché cerco piste di rilevanza pubblica per una materia troppo fraintesa e troppo di nicchia: la teologia. Sono una giornalista e faccio cose con le parole. "Quello che non ho è quel che non mi manca" (F. De André) e sono immensamente grata alla vita perché, non senza impegno e sacrificio, "ho trovato amore nel mezzo de la via, in abito legger di peregrino" (Dante Alighieri, Vita nova)

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