
Tra devozionalismi, tragedie provocate e a volte pianificate, quale “riparazione” e quale “consolazione” riproporre per una spiritualità del Sacro Cuore?
Il culto al S. Cuore ha origini lontane, ma si è diffuso a partire soprattutto dal secolo XVII per opera di una suora francese, S. Margherita Maria Alacoque. Nella sua autobiografia, racconta di rivelazioni personali avute e riferisce di dodici promesse del S. Cuore, dalle quali è nata la pia pratica dei primi nove venerdì del mese.
Le esperienze mistiche di S. Margherita Maria hanno avuto per tre secoli ripercussioni profonde nella vita della Chiesa: hanno alimentato la spiritualità del Dio-amore e favorito una vita morale virtuosa e impegnata. Tuttavia, sulle rivelazioni riferite da questa santa i teologi avanzano riserve e oggi non costituiscono più il fondamento della devozione al S. Cuore che invece è solidamente radicata nella Bibbia, dove emerge il cuore di Dio e la sua “passionalità” per l’essere umano. In questo contesto la prima vittima del male non è l’essere umano, ma Dio stesso che si lascia guidare più dalla compassione che dall’equità e non esige dalla pecora malata che cammini come una sana.
È deprimente ridurre la riparazione a una pratica consolatoria, quasi un ritrovarsi dei buoni tra di loro per lamentarsi della malvagità del mondo.
Purtroppo da acculturare non è soltanto il concetto di riparazione, ma, forse più radicalmente, il concetto stesso della peccaminosità, dai più sentita come un malanno solo spirituale, non immediatamente sofferto nella concretezza della vita.
Quale male? Ci riferiamo soprattutto a chi, acquietato nella sua squallida pace, non avverte l’ansia di migliorare: niente è più disumano della dispersione dello slancio vitale, della banalizzazione della vita, resa meschina fin alla radice dei suoi ideali. Se le energie interiori della persona vengono disfatte in partenza dalla pigrizia difronte al minimo sforzo, non resta più niente di umano.
Si vive il paradosso di un male (il peccato) non nominato eppure pesantemente sperimentato nella disumanizzazione, nell’ingiustizia, nella solitudine, nella sofferenza.
Il male non è più soltanto corruzione del singolo e della società, ma attiva e consapevole falsificazione del bene: è confuso con il bene a volte spacciato con i più giganteschi progetti rivoluzionari di rinnovamento della società, ma che portano grandi benefici alle lobby.
È questo il punto nevralgico per una riflessione intorno al tema della riparazione: la solidarietà con i maledetti, a nome dei quali esercitare una specie di “avvocatura”, obbliga a un’organizzazione della vita spirituale molto più verso l’esterno che non motivata dalla “salvezza” personale. In un certo senso, quella riparatrice è una spiritualità più operosa che non contemplativa.
“Dio ama i peccatori”, “Dio ama i suoi nemici”: è questo l’asserto chiave che permette di capire come Egli non possa annullare nemmeno i carnefici di Auschwitz dove si è sperimentato un “Dio silente”. Dio non può permettersi di perdere nemmeno il mondo degli infami, perché gli stanno a cuore e ne resterebbe menomato, qualora dovesse eliminarli. Non ha dunque altra scelta che quella di gravarsi personalmente del loro peccato: nonviolento fino al punto di accettare l’offesa, piuttosto che restituirla.
Le vocazioni riparatrici sono un pungolo allarmante per la collettività: perché non inquietarsi nel vedere la trascuratezza con cui si sorvola sull’impegno a recuperare il malvagio (il peccatore), mentre si ricercano a tutti i costi i colpevoli, etichettandoli come tali anche prima dei processi?
Come nel giorno di Pasqua, la ferita del costato divenne il segno di riconoscimento del Risorto, così oggi lo stesso animo trafitto diventa il segno dei nuovi “Riparatori”.























