«Trasumanar significare per verba

Non si poria; però l’essemplo basti

A cui esperienza grazia serba»

(Paradiso I, vv. 69-72)

È sceso al centro dell’Inferno, ha attraversato la «natural burella» (Inferno XXXIV, v.98), ha risalito ad una una le cornici del Purgatorio, è arrivato in cima all’Eden ed ora è qui, per noi: in Paradiso.

Sì, per noi. Perché, se è innegabile la sua ambizione di «coronarsi» (v.26) delle foglie di alloro sacre ad Apollo, è anche vero che Dante è qui per noi, per farci vedere quel che lui ha visto: per farci vedere quel che nessun uomo o donna ha mai potuto raccontare.

E che cosa mai ci può dire di più quest’uomo, solo un uomo, che fa di nome Dante?

Qui la meraviglia, la cifra poetica, il dramma sempre incompiuto di tutta la terza cantica: Dante ci può dire ben poco, pochissimo, anzi di meno. Quasi niente.

Perché le sue forze non bastano, egli «dietro la memoria non può ire», (v.9); perché è in un luogo in cui, al contrario di quanto accade sulla Terra, più si fissano gli occhi nel sole e più si vede, senza il rischio di venirne accecati; perché lì anche gli esseri pesanti salgono, come il fuoco, attratti da Dio, invece che scendere a valle, come un fiume, per forza di gravità; e ancora perché, per quanto Beatrice non lesini spiegazioni, Dante si muove impacciato come «figlio deliro» (v.102); infine, perché se «per lo gran mar de l’essere» (v.111) ogni creatura, animata e inanimata, trova «ordine» e «forma» (v.104, «che l’universo a Dio fa somigliante», noi, con Dante, questa somiglianza troppo smesso la smarriamo e facciamo fatica a ritrovarla.

Ecco, dunque, ecco cosa resta da dire a Dante:

«Trasumanar significare per verba

Non si poria; però l’essemplo basti

A cui esperienza grazia serba»

(Paradiso I, vv. 69-72)

Non si potrebbe esprimere per mezzo delle parole cosa significhi “trasumanar”; perciò l’esempio basti a coloro i quali la grazia ha riservato l’esperienza diretta: si potrebbe rendere così la terzina centrale del primo canto del Paradiso, e non è un caso che sia centrale. E può sembrar davvero poco, pochissimo, quasi una resa incondizionata del poeta che si rende conto di non poter né saper esprimere quanto vorrebbe.

Trasumanar, un “hapax legomenon”, cioè una parola inventata da Dante ed usata qui, per la prima e unica volta. Un conio dal latino: trans humanum, andare oltre l’umano, oltre l’uomo.

Può l’uomo essere più che umano? E lo si può mostrare a chi non l’ha visto? Dante, nonostante tutto, crede di sì, e sarà questo il suo sforzo, di qui alla fine del viaggio.

Di sicuro, noi sappiamo che l’uomo sa essere un angelo, ma anche un demonio. Un essere meno che umano. E la storia è sempre lì a ricordarcelo. Con inaudita attualità.

Vittorio Messori: «Ciò che appare nel mondo non indica né l’esclusione totale, né la manifesta presenza di una divinità. Ma piuttosto la presenza di un Dio che si cela».

Søren Kierkegaard: «Che Dio è presente, ecco la predica; e che tu stai alla presenza di Dio, ecco il contenuto della predica».

Victor Hugo: «Dio è l’invisibile evidente».


4 COMMENTI

  1. Essere attratti dal soprannaturale è la prova che non siamo fatti per la terra, anche se siamo di terra. I tragici e spaventosi errori che l’uomo compie li chiamiamo disumani proprio perché sono fuori dell’uomo e del suo essere riflesso di Dio. La vita è tutta qui: salti nell’infinito e cadute nei burroni, un tormento e una gioia, solidarietà e guerra, luce e buio… fortunatamente aneliamo al Bene supremo e il suo desiderio ci consente di non arrenderci alle nostre miserie.

  2. Uomo a metà tra angelo e demonio, due parti antitetiche da sempre in lotta e con conseguenze devastanti dato che il bene spesso viene annientato purtroppo. Impareremo mai a far risplendere il buono che è in noi? Forse se incominciassimo ad andare “oltre l’umano”e vedere con gli occhi dell’anima…e del buon senso…scrivo e mi sembrano parole vuote e scontate perché da secoli tutto questo sembra una mera utopia😔

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