«Com’io divenni allor gelato e fioco,
nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
però ch’ogne parlar sarebbe poco.

Io non mori’ e non rimasi vivo»

(Inferno, XXXIV, vv.22-24)

Ecco. Ci siamo. Di cerchio in cerchio, di girone in girone, di bolgia in bolgia, fino alla quarta e ultima zona del Cocito, la Giudecca. Siamo arrivati. Siamo al centro dell’inferno dantesco, là dove sono puniti i traditori dei benefattori. Là dove ci attende l’incontro faccia a faccia con Lucifero, col mistero del male che fin qui abbiamo pur dovuto attraversare un passo dopo l’altro, ma senza mai poterlo abbracciare fino in fondo.

«Vedo il bene e l’approvo, ma faccio il male» confessano in coro la Medea di Ovidio, san Paolo apostolo, Petrarca e Foscolo. «Si Deus est, unde malum?», si chiedono i filosofi. Cosa ci rende capaci di tradire chi ci ama, ci potremmo chiedere noi.

Tutti noi. Non solo Giuda, traditore di Gesù, non solo Bruto e Cassio, traditori di Cesare, ciascuno dei tre stritolati nelle tre bocche di un immane Lucifero a tre teste di tre colori che, unitamente alle ali del pipistrello, ce lo manifestano come mostruosa parodia e comico rovesciamento della Trinità.

No. A tradire non è solo Giuda, che don Mazzolari a buon diritto chiama “mio fratello”. Di tradire il bene è capace ogni uomo e ogni donna. Anche in modo gratuito. Cioè inspiegabile. Incomprensibile. Se così non fosse, non ci sarebbe il male, neppure come negazione del bene, checché ne scriva sant’Agostino.

Ma il male c’è. Non è oggetto di speculazione o riflessione. Non è un’ipotesi. È un dato. E, come a Dante e Virgilio nel trentaquattresimo dell’Inferno, anche a noi, prima o poi, tocca fronteggiarlo: più spesso e più facilmente dentro di noi che al di fuori di noi. Proprio come accaduto all’angelo più bello di tutti, il “portatore di luce” – questo il significato di “Lucifero” – che monta in superbia, si ribella, ed è scaraventato a testa in giù al centro della Terra.

E qui le spiegazioni falliscono. Resta la «speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18), quella di uscir «a riveder le stelle» (v.139), anche se si deve prima passare attraverso una strettoia ardua e impervia quanto la «natural burella» (v.98) che, tanto per cambiare, Dante può superare solo aggrappandosi alla ragione: al suo Virgilio.

Quasi a dire: «Lo ’mperador del doloroso regno» (v.28) può pure essere gigantesco quanto un mulino a vento, il ghiaccio del male può anche ricoprirci dalla testa ai piedi, ma c’è pur sempre, per quanto imprevedibile, una via d’uscita.

Solo, ci prega Dante, non gli si chieda di descrivere oltre ciò che ha visto perché ciò che ha visto l’ha lasciato «gelato e fioco» (v.22) e lui stesso non saprebbe dire se sia morto o ancora in vita.

E mi vengono in mente quanti moltiplicano le domande e le parole per definire l’indefinibile. Mi viene in mente quanto io stesso abbiamo scritto e predicato ex cathedra. E quasi me ne vergogno. Peccati di gioventù: di superbia, per l’esattezza.

Davanti al dolore innocente, meglio tacere e abbracciare, compatire, come l’Ivan dei “Fratelli Karamazov” nel capitolo “La rivolta”. Davanti al male gratuito di cui facilmente si può divenire artefici, non resta che chinare il capo e invocare misericordia, se c’è. Certo, chi crede, ne sperimenta la dolcezza. Come Dante e Virgilio che, all’alba di Pasqua, sulla spiaggia del Purgatorio, tornano ad ammirare «le cose belle che porta ’l ciel» (v.137-138).

Erodoto: «Il dolore peggiore che un uomo può soffrire: avere comprensione su molte cose e potere su nessuna».

Sofocle: «Il dolore più acuto è quello di riconoscere noi stessi come l’unica causa di tutti i nostri mali».

Romano Guardini: «Nel giorno del giudizio, certo, risponderò alle domande che Dio mi rivolgerà ma io stesso gli porrò domande: Perché la sofferenza degli innocenti?».


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...