
Quel che l’inverno non può spegnere
Meno tre: l’indicatore di temperatura dell’auto ogni giorno fatica a risalire sopra lo zero. Fa freddo, un freddo pungente e penetrante. C’è ghiaccio ovunque fino a mezzogiorno o quasi. Si scivola, bisogna fare attenzione. E mentre infilo le mani nelle tasche del giubbotto per scaldarle, incappo in un oggetto morbido che non identifico subito. Lo tiro fuori, mi intenerisco e sorrido: un paio di calzini antiscivolo di una piccola creatura di mia conoscenza. All’improvviso mi faccio seria e rifletto: antiscivolo. Eccome se serve! E non solo per il ghiaccio dell’inverno.
Secondo alcuni, il verbo “scivolare” è connesso al tedesco schief, “obliquo”. E in effetti sui piani inclinati si scivola facilmente, come sui terreni irregolari o su quelli del tutto sconosciuti. Si scivola anche sulla propria solita vita, quando lo “scivolone” dell’altro interrompe la linearità e trasforma l’ordinario in straordinario, il noto in sconosciuto, l’ovvio nell’assurdo. Così, si cade. E ci si fa male, tanto male, perché nello scivolare il corpo coinvolto acquista velocità, in quanto l’andatura spedita è tradita dall’assenza di attrito.
Già, è l’attrito a rendere sicuro il cammino, un’opposizione al cammino stesso che, paradossalmente, garantisce equilibrio; una forza che conferisce il ritmo giusto; una resistenza che accarezza l’esistenza nella misura in cui trasmette sicurezza. Il “tutto liscio” che tanto ci piace, invece, è ingannevole, insidioso, pericoloso, inaffidabile, inibitore. Sul liscio si possono osare solo piccolissimi passi, investendo tutto su un equilibrio molto, molto precario. Sono così le strade ghiacciate. Sono così certe relazioni, si ha sempre l’impressione di essere in bilico e di non intascare passi significativi, né risultati considerevoli. Scuse, mancanze, autogiustificazioni, complessi irrisolti congelano la crescita condivisa, dunque quella personale.
Sono così anche certe situazioni, certe svolte di relazioni consolidate: un lago ghiacciato nell’inaspettato, nella delusione, nella voglia spasmodica e insana di bruciare nel gelo qualsiasi ricordo e possibilità. Come in uno di quei paesaggi invernali nei quali a fatica si ricorda l’estate e ci si muove arrancando, nel silenzio assordante tipico dell’indifferenza in cui si è tramutato un legame speciale fino a poco tempo prima. Non c’è dubbio: l’immagine dell’inferno di fuoco e fiamme andrebbe rivista. Gli inferni, almeno quelli sulla terra, sono spazi nei quali si muore di freddo perché la bassezza umana ha spento qualsiasi fiammella di bene, con le proprie ragioni che, presunte o reali, non dovrebbero mai radicalizzarsi in distruzione.
Una cosa sola resta da fare e la canta Bersani: “levare via il tappeto e poi mettersi dei pattini per scivolare meglio sopra l’odio”. Ecco come si sopravvive all’inverno e all’inferno, al gelo che non perdona e che pasce nel proprio mutismo, a quel lago ghiacciato, scivoloso e pericoloso che, un attimo fa, era una distesa d’acqua limpida in cui si trovava ristoro: pattinandoci sopra, con l’arte di danzare il presente senza aspettare il momento ideale, con la grazia di chi soffre senza augurare sofferenza, con la leggerezza di chi è si mette a nudo, con l’energia del lavorio interiore di chi ancora non riesce a fare bene tutto questo, eppure ci prova con tutto il cuore. Energia che da un calore che nessun inverno può spegnere, forza che protegge da altri scivoloni.




























Articolo molto bello e pieno di spunti di riflessione.