Giovani, padri e madri, mariti e mogli lacerati da una sofferenza ingiusta attendono una risposta, un’azione non strumentalizzata nell’egoismo di una campagna elettorale

Questa è una storia vera e struggente.

Questa è una storia da leggere fino in fondo. Altra cosa è averla vissuta, ma urge comunque conoscerla.

Salvatore è un papà, un nonno, uno zio innamorato della sua famiglia, generoso e mite, in pensione dopo una vita di lavoro alla fabbrica della morte di Taranto. Due anni fa si ammala gravemente. Anche sua figlia è ammalata, da prima di lui. Marilena è un vulcano e non si abbatte: nonostante ospedali, visite, terapie devastanti, non perde allegria, forza e speranza. La sua, quella di suo marito, dei suoi figli, dei genitori, di noi parenti, degli amici. Le cose non si mettono bene, ma nessuno si scoraggia. Si combatte, fieri e uniti fino all’ultimo.

Passano i mesi, tutto precipita. La stanchezza e lo scoraggiamento sopraggiungono. Ognuno intorno si fa prossimo come può. Gli ultimi giorni sono tragici e particolarmente difficili.

Una domenica Marilena sta male, molto male. È a casa. Suo padre entra, debole, scarnito, consumato da questa bestia impietosa e indomabile che è il cancro. Vuole vederla, lo chiede e lo richiede con un filo di voce. Aspetta. Intanto si siede, si riposa un po’. Poi finalmente raggiunge la camera della figlia. I due si incontrano, si guardano, si tengono la mano, nessuno ha il coraggio di parlare. Pochi minuti, quanti bastano a loro per capire meglio di tutti come stanno realmente le cose, a chi sta intorno per commuoversi, per pensare.

Sì, è proprio una “Pietà” come quella di Michelangelo, al maschile però. E in questi tempi di crisi di uomini e di padri la mitezza di Salvatore, che senza maschere e senza forze sostiene la figlia, è un esempio di vita crudo, asciutto e privo di fronzoli: dove la terra diventa matrigna, un padre rimane padre; dove il veleno di una fabbrica contamina di morte la vita e di sospetto il respirare, il mangiare, il bere, l’aprire una finestra e tutti gli atti di fede esistenziale, la pietà di un legame spande nell’aria incrollabile e fragilissimo amore.

Il giorno dopo Salvatore muore. Dopo poche ore muore anche Marilena. Filomena, moglie e madre, crolla. Filippo, Daniela e Giuseppe, marito e figli della giovane, lo stesso. Il fratello, i cognati, i cugini, gli zii, gli amici vorrebbero solo urlare, ma devono darsi da fare in una situazione ingestibile. Non si sa dove bisogna piangere. La morte era prossima eppure nessuno avrebbe mai immaginato una coincidenza così atroce, di fronte alla quale un paese intero si ferma incredulo. Una cosa sola è sicura: dalla terra tarantina un altro grido si è levato, un’altra ingiustizia si è consumata, altri morti sono stati pianti. Questa volta in una stessa famiglia, in una sproporzione di dolore che lascia sgomenti e di fronte alla quale non ci sono parole pie che tengano, né mitologie di onnipotenza divina da declamare in veste di consolazione a buon mercato. In certi casi un serio dubbio di fede è più auspicabile e fecondo di qualche nozione usata come analgesico spirituale. Anche perché la fede teologale è destinata a decrescere quando quella fede esistenziale nel suolo, nell’aria, nell’acqua, nelle cose, nei fratelli è intaccata e compromessa.

Salvatore e Marilena tanti anni fa sono usciti insieme da casa per andare in chiesa e vivere la gioia del matrimonio con Filippo, in un giorno pieno di sole; in un altro giorno pieno di sole, ma con il buio e la tempesta nel cuore, padre e figlia sono stati portati insieme ad un altro altare per un altro rito, quello del congedo, quello della speranza. La speranza che non è morta, perché se una ragazzina di diciotto anni, che in poche ore ha perso madre e nonno, alla fine della messa tira fuori la forza per ringraziare e chiedere di restare uniti, allora c’è da credere che il cancro ha sì divorato due vite, ma senza minimamente intaccare i legami né la voglia di andare avanti.

Eppure non basta: questi giovani, questi padri e madri, mariti e mogli lacerati da una sofferenza ingiusta attendono comunque una risposta, un provvedimento serio, un’azione non strumentalizzata nell’egoismo di una campagna elettorale, ma gratuita e libera in nome della vita. La vita che ciascuno merita.

Questo non risusciterà i morti, ma permetterà ai vivi di godere dei propri affetti e della propria terra, di tornare a mangiare, a bere, a respirare senza sospetto e di non aspettarsi da ogni malanno o dolore fisico un’infausta diagnosi. Permetterà soprattutto di scrivere altre storie, con altri intrecci e altri finali, storie nelle quali la memoria del passato attiverà un modo di essere nel presente, una solidarietà con i vivi e con i morti in una rifioritura umana che ci farà pensare finalmente ad altre opere d’arte, alla Primavera di Botticelli o ai Girasoli di Van Gogh. O sarà essa stessa un’opera d’arte inedita. Come i sorrisi di Salvatore e Marilena, indelebili pennellate di luce in questi giorni oscuri.

Controsenso: usi e abusi delle parole quotidiane

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FontePhoto credits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.