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Anche un gabbiano ferito insegna…

Passeggio in riva al mare in una giornata piuttosto nuvolosa, poco adatta ad una bella nuotata. Mentre cammino guardo le mie stesse orme e le conchiglie che una mareggiata ha portato ben oltre la riva. Sono tantissime. E tra di loro qualche vetro di un verde splendente, levigato dall’acqua, scintilla come pietra preziosa: «ma tu guarda cosa accade a pazientare nelle tempeste inevitabili, a non trovare scorciatoie. Da oggetto spigoloso e tagliente diventi quasi un gioiello!».

Poi mi accorgo che praticamente sto parlando con i sassi e che forse dovrei smetterla di trarre meditazioni da ogni scorcio, nuvola, fiore o pietra che mi capita davanti, magari essere più semplice, soprattutto non sfruttare tutto per questo vizio di scrivere, scrivere, scrivere. E così ritorno verso il mio ombrellone, consapevole di non poterci proprio riuscire.

Quando sono quasi arrivata noto uno strano movimento: un gruppetto di persone gesticola, parla, si muove attorno a qualcosa con confidenza. Mi avvicino curiosa: c’è un gabbiano ferito, accovacciato, spaventato. Qualcuno chiama i soccorsi, ma senza successo.

Intanto, altri gabbiani svolazzano intorno con il loro tipico verso: sembrano confusi, in realtà cercano il compagno. Lo rivogliono in volo. Lui ha l’occhio vigile: ce la farà! Uno dei presenti si avvicina lentamente, lo avvolge con dolcezza in un asciugamano e lo porta via con sé, diretto alla clinica veterinaria.

A distanza di giorni mi chiedo se ce l’abbia fatta a tornare a volare. A distanza di giorno ho ancora davanti l’immagine di questa creatura ferita e fiera, capace di monopolizzare l’attenzione di un angolo di mondo umano ed animale per diversi quarti d’ora.

C’è sofferenza attorno a noi: la creazione geme e soffre le doglie del parto (cf Rm 8.22). La sofferenza è più del dolore, è il suo strascico emotivo, sentimentale, relazionale, qualcosa che una pietra o un pezzo di vetro, ad esempio, non conoscono (se non nella mia testa fantasiosa). Soprattutto qualcosa che ci accomuna, è il collante delle nostre storie frammentate e bisognose di senso e, per questo, il seme di una fraternità autentica. Soffrire, sub-fero: è portare qualcosa sottostando. Strano, ci saremmo aspettati forse una derivazione etimologica diversa, legata magari ad una qualche stasi passiva sotto i colpi della vita. No, quella è la depressione. Si può star male in tanti modi: il gabbiano della spiaggia portava fiero la propria ferita, dolorante eppure aperto al mondo circostante. Tanto che al suo soffrire è corrisposto un offrire di gran lunga eccedente: i passanti si preoccupavano, i compagni lo cercavano danzando nel cielo, lui stesso si dava per quello che era, generosamente e senza quel pudore che a volta è più orgoglio di autosufficienza e vergogna di mostrarsi fragili.

Soffrire è inevitabile, ma il rischio di questa affermazione è immenso: può convincere di doverlo fare a tutti i costi fino alla patologia di chi cerca e rincorre dolori, inconsciamente, per bisogno di attenzioni o, peggio, in preda a qualche strano spiritualismo imperniato su una fantomatica volontà divina assetata di lacrime umane. La sofferenza ci tocca non per un destino scritto che poco a poco si svela, ma perché siamo protagonisti di un processo biologico ed esistenziale naturalmente e moralmente segnato. Imparare a soffrire si deve non per uno strano, assurdo, innaturale amore al dolore, ma per un folle, immersivo, autentico amore per la vita, che merita di essere vissuta sempre e mai aggirata e che chiede apertura contro ogni tentazione di ermetica chiusura.

Il gabbiano ferito non può fare a meno di volare nonostante i rischi: nella capacità di non sottrarsi alla complessità della propria storia abita la possibilità di dare senso alla sofferenza, di giacere sotto i colpi duri della prova con la fierezza di chi sa che il male non è che un accidente rumoroso, a volte veramente chiassoso e superbo, in un mare di bellezza silenziosa, a volte troppo taciturna, eppure lampante nella sovrabbondanza di attenzione sulle ali ferite delle nostre spiagge e delle nostre vite.

Controsenso: usi e abusi delle parole quotidiane

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FontePhoto credits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.