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Ciò che mi ha insegnato il mio giardino

Le radici, si sa, sono vitali. Un albero o una pianta ben radicati nel terreno crescono in salute. Non solo: in molti casi le radici controllano e trattengono il suolo da frane e smottamenti.

Le radici sono essenziali anche per noi: un successo, una conquista, anche solo l’avanzamento negli anni e nell’indipendenza possono diventare altari di superbia quando ci dimentichiamo che in fondo proveniamo dal basso della terra, come tutti. Certo, questo non significa che la storia che ci precede può usurparci la dignità, chiedendoci continuamente riverenza solo per il fatto di averci messi sul cammino della vita. Mi riferisco a genitori e maestri vari che continuano a pretendere che figli e discepoli stiano ai loro tempi, luoghi, umori, obiettivi, progetti e disastri, con la scusa del rispetto. Un rispetto che non esiste. Perché il rispetto si misura con la libertà e la libertà, a sua volta, si misura con lo spazio effettivamente lasciato all’altro, non con la pretesa smodata di ogni cosa e la recriminazione.

Certe radici sono soffocanti e invadenti, sottraggono vita invece di alimentarla, portano alla morte e non alla salvezza. E mai l’ho capito come l’altro giorno, quando per caso ho estratto una pianta dal suo vaso. La vedevo sofferente, come se arrancasse. Ovvio: non aveva più un grammo di terra, solo radici, un’invasione di radici, una barba fitta e incolta. Di primo acchito ho pensato alla potenza della vita, perché le radici ispirano potentemente questo genere di pensieri. Poi mi sono resa conto che a volte anche i pensieri vanno purificati, perché dipendenti da stereotipo poco intelligenti. Dov’era, infatti, questa potenza di vita, se la vita stessa era messa in pericolo da quelle radici che, invece, avrebbero dovuto farsene garanti?

Mi hanno suggerito di tagliarle via e di lasciare giusto quelle due o tre principali, accorciandole pure! «Tagliare le radici? Ne sei proprio certo?». Beh, gli stereotipi sono duri a morire. Sì, bisognava tagliare. E siccome la situazione generale non mi sembrava idilliaca, ho cominciato a svuotare tutti i vasi che avevo intorno, scoprendo che, praticamente, avevo un giardino di radici, non di piante! Un’invasione bella e buona. Un’illusione di vita, perché in poco tempo sarebbe morto tutto. Di sole radici non si vive: l’avevo finalmente capito. E allora via, taglio libero, rinvaso e terra nuova per tutte. E un po’ di concime: si tratta, in effetti, di passaggi delicati, da gestire con abbondanza di cura e attenzione.

Radice è una parola particolarmente ricca: è legata al latino radius e rudis, cioè verga, bastone, ramo; alla radice vrad-, da cui il greco radinòs, flessibile; alla radice vardh-, con l’idea di elevare, crescere, prosperare, da cui rosa, rizoma e lo stesso ramo.

Significa che le radici non possono solo dettare legge, pretendere di indirizzare, spronare e rimproverare a suon di vergate. La loro azione è autentica e degna di rispetto solo quando esse riescono ad essere flessibili, cioè a piegarsi sulle esigenze degli altri, ad adattarsi ai tempi che cambiano e al terreno che rimane, senza risucchiarlo tutto, ad abitare uno spazio senza colonizzarlo completamente. Quando ciò non avviene, occorre tagliare, coraggiosamente tagliare e sfoltire fino all’essenziale. Per ricominciare in maniera sana e rinnovata.

Sembra innaturale? L’unica cosa naturale della vita è la vita stessa, per cui chiunque la soffochi, va ridimensionato. Fosse anche l’autorità degli avi, l’eredità del sangue, che in quel caso è potere smodato. L’autorità, infatti, fa crescere, aggiunge, aumenta, dona prosperità, come suggeriscono augere da cui proviene e la sopracitata radice vardh-. Il potere smodato è autocentrato e avido.

Il giorno dopo quella fatidica e faticosa operazione avevo raccolto circa due sacchi di radici. La nettezza urbana li ha smaltiti. Io avevo tenuto quello che poteva servire, mentre il mio giardino mi aveva insegnato, come sempre, cose straordinariamente ordinarie.