«Siamo tutti apprendisti in un mestiere dove non si diventa mai maestri»
(Ernest Hemingway)

Chiamatelo Peppino, se vi va, oppure Francesco o anche Nicola, tanto per citare uno di quei nomi assai diffusi al Sud. Il nome reale non conta. Conta la lezione che mi ha dato.

Dunque, Peppino è un elettrauto. Bravissimo, non c’è dubbio. Lavora così tanto che gli rimane poco tempo per mangiare e infatti non c’è tuta da meccanico, sia pure con doppia XS, che non gli vada larga, al punto che lui sembra ballarci dentro come in certe mega-braghe da clown.

Peppino, fino a due decenni fa, è stato il mio elettrauto. Poi non ci sono andato più. Non è che lo abbia lasciato perché non fosse bravo o non facesse buoni prezzi. Tutt’altro. L’ho piantato in asso per pigrizia.

Avevo acquistato casa alla periferia opposta rispetto alla sua ed era un problema, ogni volta, portargli e lasciargli l’auto da riparare. Peraltro, avevo stretto amicizia con un altro bravo elettrauto, la cui officina era a due passi dalla mia abitazione. E così, vuoi per indolenza, vuoi per comodità, vuoi per il nuovo legame, Peppino l’ho abbandonato.

Senza spiegazioni e in modo ingrato. Insomma, l’ho tradito.

Poi succede che mi si rompe il joystick del navigatore e, con le vacanze alle porte, il navigatore ti serve. Succede anche che sono in giro con mio cognato e che lui nota il male arnese. Mi fa: «Ma perché non andiamo a farlo vedere da Peppino? Siamo a due passi!». Detto, fatto.

Io, in realtà, mi vergogno non poco a farmi vedere così, d’emblée, vent’anni dopo, ma la speranza di poter aggiustare uno strumento, che a comprarlo nuovo ci vorrebbe un occhio della testa, mi fa superare ogni titubanza.

«Ciao, Pa’!», mi fa Peppino.

Inciso per i lettori del Nord: qui al Sud, i titoli si usano, ma solo con coloro con cui non si è in confidenza; con gli amici si va direttamente con il nome, di solito tronco o comunque in diminutivo, e qui al Sud Paolo fa Pa’. Ora, so bene che funziona più o meno allo stesso modo anche al Nord, ma mi correva l’obbligo di contestualizzare…

Ecco, non ci vediamo da quattro lustri e Peppino mi saluta come se niente fosse, con la familiarità di sempre. È occupatissimo, ma non si fa ripetere due volte il problema: lascia ciò che sta facendo, smonta in un minuto netto il pezzo rotto e mi dà la dritta giusta per trovare il pezzo di ricambio. Dopo un quarto d’ora sono di nuovo da lui, ho già acquistato il pezzo spendendo molto meno di quanto temessi. Come ho fatto? Peppino mi ha indirizzato dallo sfasciacarrozze  più fornito della città e di cui io, ovviamente, ignoravo beatamente l’esistenza.

Altro inciso per i lettori del Nord: sfasciacarrozze è come definiamo, sempre qui al Sud, le officine per autodemolizioni. Non ho idea se al Nord sia usato il medesimo termine: di certo, qualche benevolo lettore o adorata lettrice me lo suggerirà…

«Peppino, l’ho trovato! Speriamo funzioni…». Peppino, sorridente, lascia di nuovo il suo lavoro, prende il pezzo dalle mie mani e fa: «Mo’ vediamo…». Un altro minuto netto e il pezzo è montato. Funziona perfettamente. Sorrido felice e sempre più ebete. Grazie a Peppino, ho risolto in meno di mezz’ora, e con pochi soldi, ciò che non ero stato capace di risolvere in sei mesi.

«Peppino, quanto ti devo?», «Pinz’ a sté bun! (Pensa a stare bene)»: questa, la sua risposta.

Ecco qua. Uno schiaffo morale. Anzi no: una vera lezione. Ma di alta classe. Come a dire, ci sono maestri con tanto di laurea e curricula di trenta pagine e chi magari non ha neppure potuto terminare la scuola dell’obbligo, ma sa insegnarti generosità: e lo fa con signorilità.

Chapeaux! Grazie, Peppino! E mo’, chi lo dice al mio attuale elettrauto?

Intanto che ci penso, vi lascio con Gandhi: «Ogni persona che incontri è migliore di te in qualcosa; in quella cosa impara».


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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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