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Si può giudicare, senza giustizialismo. Si può amare il silenzio, senza evitare di prendere posizione. Si può prendere posizione, senza smettere di amare il silenzio.

L’altro giorno, mentre leggevo dell’inquinamento che sta diminuendo, mi è capitato di ascoltare chi ritiene che evidentemente l’uomo è un intruso, un di più sulla faccia della terra.

Ho avvertito una gran sete di equilibrio, come succede ogni qualvolta sento puzza di estremismo.

Sarà che agli slogan credo poco. Sarà che, ancor meno, credo nell’ecologismo, pericoloso quanto il profittismo e quanto la maggior parte degli “ismi” in circolazione. A Taranto vediamo morire, da anni, persone di tutte le età: la vita ci è diventata ancora più preziosa e abbiamo affinato l’orecchio alle parole; quelle che non sanno conservare gli esseri umani, che fanno di tutta l’erba un fascio, ci risultano nocive tanto quanto la diossina e l’amianto. Ma è questione di empatia, come sempre. E di equilibrio.

La parole deriva dal latino “aequilibrium” ed è composta da “aequi”, “uguale”, e “libra”, “bilancia”. L’immagine corrispondente, infatti, vede due piatti della bilancia caricati di pesi uguali e, perciò, allineati, poiché le forze si sommano fondendosi in uno stato di quiete. Non mi sto illudendo che nella vita tutto sia sempre tranquillo, misurato, al riparo dagli eccessi. Probabilmente nemmeno la vorrei una vita così, stoica e anestetizzata. Le cose che ci mantengono vivi sono movimentate e spesso prive di logica e di calcolo: le passioni travolgenti, le idee geniali, i gesti di insondabile tenerezza, le scelte con le quali diamo una svolta all’esistenza, le coraggiose prese di distanza dai luoghi comuni e dalle ingiustizie, i cambiamenti che ci salvano dal putrefarci nella fissità.

La parola dice un’altra cosa: la possibilità di non subire passivamente il turbinio. Si può cambiare, senza rinnegarsi. Si può essere fedeli ad una storia, senza rinunciare alle novità. Si può agire, senza distruggersi. Ci si può mostrare, senza esibirsi. Si può essere liberi, senza costringere nelle proprie idee. Si possono avere idee e valori, senza dimenticarsi della carne delle persone. Si può giudicare, senza giustizialismo. Si può amare il silenzio, senza evitare di prendere posizione. Si può prendere posizione, senza smettere di amare il silenzio. Si può chiedere all’altro una critica sincera, senza poi offendersi quando effettivamente la si riceve. Ci si può sentire delusi, senza sentirsi perseguitati.

Si può accogliere un punto di vista diverso, o un appunto deciso e chiaro, senza crollare. Si può ammaestrare, senza pretendere di non essere corretti mai. Si può essere adulti, senza smettere di imparare. Si può imparare, senza sentirsi inesperti, ignoranti e inadeguati. Si può sbagliare, senza sentirsi identificati con l’errore stesso. Ci si può scusare, senza sentire lesa la propria autorevole adultità o sminuite le proprie giuste ragioni. Si può soffrire la solitudine, senza usarla come autogiustificazione per l’invadenza. Si può avvertire stanchezza, senza usarla come autocertificazione per passare come un trattore sui dubbi e sui disagi degli altri. Si può gioire per il miglioramento delle condizioni della terra, senza rincorrere alcun “mito del buon selvaggio” e inveire contro l’umanità. Si può, in altre parole, stare in equilibrio e restare sereni nel continuo, inevitabile, benedetto squilibrio quotidiano.

“Camminavo su una corda tesa. L’equilibrio aiuta a vivere”, dice l’equilibrista di Renato Zero. Forse è vero, bisogna essere un po’ acrobati, conservare la leggerezza del passo e coltivare quello spirito di avventura che non rinuncia ingenuamente a qualsiasi certezza, ma sa affidarsi a dispositivi minimi di sicurezza e senza, per questo, sentire inibita la qualità del numero. Occorre, come l’equilibrista, pianificare, allenarsi, provare, riprovare…e permettersi di fare tutto al contrario durante l’esibizione. Eppure continuare a lavorare duramente, senza che lo spontaneismo illuda che un’arte così bisognosa della cura meticolosa di tutti i dettagli non abbisogni di tempo e riflessione. Non è forse così anche nella vita? E non è anche questo uno splendido equilibrio?

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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.