Le sillogi di Tommaso Castellana e Gabriele Perrucci

Il poeta, anche se può sembrare una mente che vede il mondo dall’alto della sua collina solitaria, sa che qualsiasi posto può essere ‘il centro del mondo’, come fa dire Claudio Magris in Itaca e oltre ad Alce Nero, capo dei Sioux, dove nel guardare  il pullulare della vita in tutte le sue forme e di ‘tutte le cose verdi’, gli  è possibile in ogni momento dare il dovuto ascolto al loro ritmo, disordinato e caotico, senza averne avuto in anticipo  una idea; in tal modo, il suo  sguardo  di insieme non privilegia un aspetto particolare e come un aliante non può prevedere neppure dall’alto i posti che potrà attraversare e assaporarne gli odori. Ed ogni verso diventa così un sentiero da costruire passo dopo passo senza un disegno prestabilito, dove gli stessi oggetti prendono vite non separate tra di loro interagendo continuamente con arrivare  a delineare un orizzonte nuovo, dove i singoli dettagli acquistano senso dentro un tutto percepito come un pieno di infinite possibilità, come ci ha indicato Italo Calvino in Lezioni americane; in tale testo,  vero e proprio testo di ermeneutica letteraria,  si forgiano gli strumenti per mettere in campo binari dove si incontrano poesia e complessità, essendo espressioni entrambe delle varie pieghe del reale ed esiti dello sforzo umano di avere accesso ai suoi meandri più nascosti, alle nuances (sfumature) qualitative che sfuggono come tali ai parametri quantitativi, anche a quelli più sofisticati oggi a disposizione.

Ma già Robert Musil in L’uomo senza qualità e Paul Valéry nei suoi Cahiers, quasi negli stessi anni  e a volte con le stesse parole ed in sintonia con Pavel Florenskij, ci hanno fornito quell’idea strategica di vedere in ogni reale un insieme di cose possibili, non determinate  e non attuate; ed il poeta, come chiunque si mette in ascolto umilmente del grido delle cose, si sente pervaso quasi da ‘qualcosa di divino in sé, un fuoco, uno slancio, una volontà da costruire senza spaventarsi della realtà bensì la tratta come un compito e un’invenzione’. E a dirla ancora con Musil, idea presente in Schizzo della conoscenza del poeta, il poeta in particolar modo non ‘cerca il dato fisso’ in quanto si pone sul piano delle ‘incognite infinite’  e delle  poste in gioco derivate da tale prospettiva;  in tal modo, si assegna il compito primario di ‘scoprire soluzioni, rapporti, connessioni, variabili sempre nuove’, fattori che insegnano ‘all’uomo come può essere uomo; inventare l’uomo interiore’ e di fare debitamente i conti con la probabilità, l’incertezza e la sua intrinseca fragilità. Non caso lo stesso Valèry, grazie al suo costante confronto con la logique imaginative  di Leonardo Da Vinci e con le idee di Henri Poincaré già incentrate sul caos e le probabilità, è arrivato dentro il mondo della complessità definendola ‘l’imprevedibile essenziale’ dove vengono a saldarsi vita e conoscenza col loro pieno di incognite concepite come porte e varchi, o soglie nel senso di Simone Weil; a sua volta Pavel Florensckij, nel disegnare una ‘filosofia dell’intero’,  scrive che ‘per tutta la vita ho contemplato il mondo come un insieme, come un quadro e una realtà unica’ col nutrirsi delle verità della scienza, della poesia e delle arti, del simbolo, dell’icone, come momenti escatologici col loro portato di infinite possibilità.

Ed è quello che si può avvertire in due recenti raccolte di poesia come Ascolto di Tommaso Castellana, con prefazione di Cinzia Cofano (La Rosa Edizioni, 2025) e Le stelle di San Severino di Gabriele Perrucci (Print Me, 2025); entrambe le sillogi sono incentrate su come ‘inventare l’uomo interiore’ con l’essere in divenire sul crinale del senso del possibile, dove tutto può verificarsi e dischiudersi sino a tramutarsi in qualcos’altro e aprire così ‘varchi silenziosi sull’interiorità’. Ogni poesia si presenta come un reticolo di connessione dove se ne disvelano quei legami invisibili con  tutti gli esseri viventi e non in un unicum, con l’essere momenti irripetibili; e nello stesso tempo sta a indicare lo sviluppo della vita in stretta relazione con la Terra ed il Cosmo che, interpellati con la poesia e la complessità, intesa come strumento di razionalità più matura ed allargata, inviano nuances inattese e nello stesso tempo uniche da cogliere per il pieno di potenzialità in larga parte ancora inespresse. In tal modo, le singole poesie, pur nella loro brevità come quelle di Tommaso Castellana, si prestano a dare un volto alla complessità, diventano sguardi di complessità, spalancano porte a frammenti di verità, ma immersi nel mistero della vita, entrano nelle ‘pieghe dell’anima’, ne assaporano ‘il silenzio, l’attesa in qualcosa  che fiorisce’, come scrive Cinzia Cofano. E quelle di Gabriele Perrucci, nel porsi nella collina solitaria di un paesino lucano come San Severino, rendono lo spazio con le sue infinite stelle  un navigare continuo, un pulsare la vita e un ascolto degli angoli più nascosti del cosmo; un simile ascolto  permise a Pitagora col suo ‘slancio’  mistico e conoscitivo insieme grazie al ‘fuoco della verità nelle vene’, nel senso di Musil e con parole di Florenskij, quasi negli stessi posti e nella vicina Metaponto, di coglierne il ritmo col fondare così la matematica e la musica come due momenti inscindibili del reale senza separarli. Il contare le stelle, scrutarle quasi una per una ognuna con la sua storia, ha creato le basi dell’infinito e non è stata solo un’operazione meccanica, ma ha aperto orizzonti cognitivi e di senso, ha fornito gli elementi del limite che ogni costruzione umana dalla poesia alla scienza porta in grembo.

In questo, le singole poesie si rivelano in grado di sviscerare del reale che sperimentano, dandogli voce, tutte quelle potenzialità implicite che nessun algoritmo pur potente può intuire in quanto contengono ‘la  speranza di ciò che potremo diventare’, quell’Anhung o presentimento, come lo chiamavano i poeti romantici e alcuni matematici come Hermann Grassmann, di qualcosa che sta per inondarci col suo pieno di verità; e nell’invitarci a rallentare, come scrive Cinzia Cofano, ci consegnano ‘una verità sottile’ col suo silenzio senza bisogno di darne una spiegazione. Così, ‘le stelle di San Severino’, alcune più luminose altre evanescenti, col scrutarle all’alba con l’occhio  della complessità,  a loro volta si tramutano in ‘stelle della speranza’; e, nel dare il senso dell’armonia dell’Universo, possono configurarsi come ‘luci’ che si accendono per poter concretamente realizzarla nel nostro vissuto a partire in primis dallo stesso poeta che sperimenta, come ogni artista, più di altri ciò che ‘albeggia’, a dirla con Ernst Bloch, col darlo in dono agli altri.

La poesia, dunque, attinge  profondamente dal campo della vita, ne esplora limiti e possibilità ed è espressione dell’antinomia umana schiacciata dal passato e proiettata verso un futuro, e per questo è un luogo dove si pratica nel concreto la complessità, oscillante tra il dato e quello da attendere, e su tale tensione essenziale si gioca il divenire umano da costruire forniti della sua ‘intelligenza’; e come ogni arte, ha a che fare con la capacità umana di elevarsi,  di confrontarsi con tutto ciò che non si può esprimere e di presagire un evento probabile di verità, di assaporarne l’attesa. Per questo, la vera poesia, come la poiesis matematica di Pitagora, si fa essa stessa musica sino a penetrare nella profondità del reale, ‘sino in fondo senza più l’ausilio delle parole’, come ha scritto  Vladimir I. Vernadskij, uno scienziato  russo dei primi decenni del secolo scorso, che si è nutrito a sua volta delle arti per condurre a termine le ricerche scientifiche nel campo della geochimica per pensare in un quadro di insieme  le logiche del mondo per comprenderle nella loro globalità. Non a caso, ha  fatto sua una poesia  dall’emblematico titolo Silentium! di un poeta che considerava suo ‘maestro spirituale’  e composta molto probabilmente nel 1830, come afferma Silvano Tagliagambe,  Fëdor  Tjutčev (Poesie, trad. it., Torino, Einaudi 1964, p. 40); in questa poesia si possono, pertanto, trovare echi, sguardi e  tensioni delle due sillogi prese in oggetto, il che ancora una volta  è la dimostrazione della sua universalità.

Taci, nasconditi ed occulta

I propri sogni e sentimenti;

che nel profondo dell’anima tua

sorgano e volgano a tramonto

silenti, come nella notte

gli astri; contemplali tu e taci

Può palesarsi il cuore mai?

Un altro potrà mai capirti?

Intenderà di che tu vivi?

Pensiero espresso è già menzogna

Torba diviene la sommossa

Fonte: tu ad essa bevi e taci.

Sappi in te stesso vivere soltanto.

Dentro te celi tutto un mondo

d’arcani, magici pensieri,

quali il fragore esterno introna,

quali il diurno raggio sperde:

ascolta il loco canto e taci!…


FonteFoti di copertina creata con Copilot
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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.