Il contributo di Pierluca Turnone

In quel ‘mare del possibile’ che è il nostro Mediterraneo, come lo ha chiamato Paul Valéry per aver dato origine sia ai monoteismi che a ulteriori significativi eventi (come lo sviluppo quasi contestuale della filosofia, della scienza e del diritto), e ritenuto da Michel Serres un vero e proprio ‘miracolo’, ha preso piede un altro e non meno importante capitolo dell’umano grazie al mondo greco, quello della paideia; tale non secondario aspetto è stato oggetto da sempre di indagine critica con l’attraversare gran parte della cultura occidentale a partire dall’Umanesimo e, soprattutto in questi ultimi anni, sta ridiventando centrale in più contesti, col dare così alito a ulteriori e articolate riflessioni per riproporla (chiaramente su altre basi), per fare fronte alle policrisi odierne ormai di ordine globale e planetario.

E tutto questo è stato reso possibile perché nel Mediterraneo, più che altrove, è venuta a maturazione, sia pure a fatica e in modo non lineare e spesso conflittuale, quell’unitas multiplex, poi estesasi all’Europa, grazie alla ‘dialogica’ tra mondi come il giudaico, il greco, il romano e il cristiano, per riprendere una idea espressa in La nostra Europa di Edgar Morin e Mauro Ceruti. Si sottolinea, infatti, che, pur caratterizzato da ‘antagonismi’, il Mare nostrum contiene un ‘genio matriciale’ che ha permesso ‘la diversità’ come luogo di ‘incontri, scambi, meticciati’ col dare così spazio agli ‘universalismi’, cristiano e umanistico, e alle basi stesse della democrazia in quanto sede privilegiata di continua ‘problematizzazione’ dell’umano, eredità della polis greca e non a caso centrale in molti lavori epistemologici del ‘900, a partire dai Problemi della scienza di Federigo Enriques del 1906 per arrivare ai più noti lavori di Karl Popper. Per tali motivazioni, il Mediterraneo è ancora considerato ‘oggi l’epicentro di una grande linea sismica’, sino a interpellare noi stessi e le nostre coscienze; d’altra parte, tenerlo in debita considerazione e aggiungere alle sue acque ‘dosi’ crescenti di complessità aiuta a rigenerare  ‘la nostra Europa’ e a ‘problematizzarla’  come entità ‘metanazionale’, maggiormente capace di porre ‘resistenza alla barbarie ed in difesa della democrazia’ (Aggiungere dosi crescenti di complessità per rigenerare la nostra Europa, 12 giugno 2025).

In tale contesto non poteva non ridiventare strategica la ‘problematizzazione’ stessa della paideia, sempre più cruciale per l’oggi nel gettare le basi della cosmopolis e nell’essere da cemento e ‘tesoro’ nell’unità della diversità umana, a dirla con Mauro Ceruti; e non a caso, essa è entrata ‘con le ali’ nel pensiero complesso col rimettere in atto un ulteriore e adeguato ‘travaglio dei concetti’, per parafrasare le espressioni degli scienziati-filosofi come Henri Poincaré e Federigo Enriques alle prese con la comprensione del carattere ‘universale’ delle matematiche (fatto proprio dal mondo greco col trarne beneficio su un piano non esclusivamente cognitivo, grazie all’incontro-scontro con altre civitates). E da questa mediterraneità di fondo non poteva non svilupparsi un tipo di indagine tale da ricostruire, in un’ottica storico-critica ormai strategica sul piano ermeneutico per ogni serio lavoro scientifico, “la genesi, le caratteristiche salienti e il significato ideale della paideia greca, quell’esemplare ‘forza educativa’ che, sin dagli albori dell’età arcaica, ha segnato il destino della civiltà occidentale”, come scrive Pierluca Turnone in Per una paideia ‘sub specie liminis’ (Pensa Multimedia, Lecce 2023), nella sua prima monografia e frutto del dottorato di ricerca in “Diritti, economie e culture del Mediterraneo” presso il  Dipartimento Jonico dell’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari.

Con lo sviluppo di alcuni nuclei concettuali presenti nel lavoro di Riccardo Pagano Pedagogia mediterranea del 2019, tesi a cogliere l’animus dell’Occidente grazie all’interrogazione attenta dei Maestri greci per averci offerto una prima e organica paideia attenta all’integralità dell’essere umano,  Pierluca Turnone ci inoltra in un percorso storico-teoretico con l’obiettivo di mettere in campo una strategia filosofico-educativa in grado di comprendere le “esigenze della contemporaneità”, “l’esprit du temps del XXI secolo”; siamo, infatti, sospesi “tra il non più e il non ancora”, situazione che rimanda “a una condizione di forte complessità”, col suo pieno portato di sfide e di poste in gioco bisognose di “sguardi e prospettive capaci di risolvere problemi contingenti, ossia di tras-formare un contesto dato”. E, a tal fine, la sfida si gioca in primis sul piano educativo, come ci insegnano i maestri del pensiero complesso, che è un pensiero del limite, per aver metabolizzato in modo organico quei processi di limitazione e autodelimitazione in atto nelle punte più avanzate delle scienze, come aveva già individuato Jean Piaget, in modo da farne il perno delle sue ricerche sia in campo epistemologico che pedagogico; e non a caso, da Morin a Ceruti, ci si è impegnati in vario modo a ridisegnare i lineamenti di una paideia adeguata all’oggi, indicando gli strumenti più appropriati per gestire e ‘possedere’ il senso del limite, messo da parte da una certa Modernità, ostaggio del mito del poter fare qualsiasi cosa in nome di una riduttiva immagine della scienza e della tecnica, finendo per cristallizzare il momento della formazione appiattendola sull’“oggettività dei processi di apprendimento” (come scrive Turnone).

E il lungo confronto, nella prima parte del lavoro, con “il significato storico della paideia ellenica”, anche grazie a una rilettura critica del fondamentale lavoro di Werner W. Jaeger Paideia. La formazione dell’uomo greco degli anni ’30-’40, è ritenuto essenziale non solo per “vagliare la storia della razionalità” del mondo greco, ma anche per rintracciarne i “nessi strutturali” tra poesia, musica, medicina, arte e religione e coglierne la “costituzione ‘polare’ tra coscienza del limite e l’apertura all’illimitato”; e tale non comune esperienza del limite, insieme cognitiva ed esistenziale già individuata e fatta propria da Simone Weil, sì da farla diventare una forza trainante del suo pensiero, diventa centrale nella seconda parte di Per una paideia ‘sub specie liminis’. Viene così a delinearsi un percorso teso a “riproporre, in qualche modo, lo spirito dell’antica paideia ellenica” col gettare le basi di “una pedagogia del limite come nuova paideia”, strategia per far fronte “alla temperie culturale contemporanea, segnata dalla costante problematizzazione dei fondamenti della tradizione paideutica”. Preso atto che la situazione postmoderna è “l’età della complessità”, Turnone si pone il problema di come questa “complessità” possa diventare “un riferimento obbligato anche per la riflessione formativa”, e se la pedagogia in tale contesto possa “assumere una funzione di raccordo epistemologico e di riorientamento pragmatico nel complexus postmoderno”, sulla scia delle indicazioni fornite da Mauro Ceruti e Gianluca Bocchi nell’ormai classico e imprescindibile lavoro La sfida della complessità del 1985.

Dopo una serie di approfondite analisi di alcune proposte emerse per prendere atto “della complessità dello Zeitgeistcontemporaneo”, dove emerge in tutta la sua crucialità la questione del “soggetto-come-problema, contraddistinto da una ‘condizione formativa’ incerta e rischiosa, ma anche attiva e ricostruttiva”, Turnone, nel fare suoi alcuni risultati raggiunti in certi ambiti della filosofia dell’educazione a partire dalle proposte di Gadamer, ci offre delle chiavi per cogliere “la paideia come ermeneutica educativa della complessità”; per tale obiettivo, indirizzato a una “nuova proposta pedagogica per il XXI secolo”, si ritiene necessario mettere a punto preliminarmente una “forma mentis ermeneutica”, situarsi “nel solco della corrente epistemologica ermeneutica” per cogliere l’oggi anche perché, come ci ha spiegato Dario Antiseri sulla scia di Gadamer e Popper, epistemologia ed ermeneutica idem et unum sunt, con evidenti ricadute in campo pedagogico. E una volta vissute e ‘abitate le contraddizioni e rugosità’ odierne, nel senso di Simone Weil, se ne possono ricavare “elementi minimi a livello ermeneutico, fenomenologico ed esistenziale, posti a fondamento dell’identità umana e da tutti esperibili”, come appunto “la dimensione  liminale” del vivente e del mortale, intravista nella “prospettiva ‘polare’ nei primordi del mondo occidentale” (e di quello ellenico in particolar modo).

Si delineano così i “principi e categorie di una pedagogia del limite” con l’inevitabile tuffo nel pensiero di Kant, ma liberato dal formalismo che lo caratterizza e arricchito dalla storicità dell’esperienza umana, dalla coscienza storica, dalla problematizzazione dell’umano che si caratterizza per il fatto che siamo circondati e condizionati da ogni lato e in ogni situazione dai limiti, a dirla col citato Remo Bodei; l’esperienza quotidiana, pertanto, è un continuo fare i conti, e sino in fondo, coi limiti che molte volte si manifestano come contraddizioni. Nei loro confronti non bisogna ‘mentire’, altrimenti ‘si vendicano’ (sempre per parafrasare Simone Weil che, tra le altre cose, ci ha offerto delle preziose indicazioni per vederli come delle vere e proprie ‘porte’, le quali, in quanto varchi di verità, ci permettono di ‘bussare’ in modo continuativo). Piuttosto, bisogna attrezzarsi per renderli ‘eventi di verità’ e portarli con coscienza critica nel nostro ‘portatile piccolo pantheon’ quotidiano, a dirla con Alain Badiou, e per viverli in modo adeguato, come ci indica a più riprese Turnone, al fine di ricavarne “elementi minimi”, insieme cognitivi ed esistenziali, indirizzati a costruire una nuova civitas all’altezza delle sfide del nostro secolo, globali e planetarie.

Così un lavoro storico-critico, teso ad “assumere il limite/Grenze/péras come principio eidetico di una teoretica educativa neo-paideutica”, ce lo fa vedere in primis come un perno imprescindibile  dell’homo complexus del XXI secolo, sempre più homo cognitus grazie alla conoscenze acquisite e reso, pertanto, più responsabile nei confronti del reale; questi inoltre, anche se immerso in un fiume di incertezze e di fragilità, viene ad acquisire la coscienza di essere più che mai l’artefice del proprio destino e del mondo entro il quale vive, le cui sorti dipenderanno dalle sue scelte, come ha ammonito Michel Serres. Un simile ‘travaglio’, messo in atto nel senso di Enriques e frutto del ‘coniugio’ tra etica e conoscenza, ci dà gli strumenti per “il riconoscimento del limite ‘oggettivo’ e del padroneggiamento del limite ‘soggettivo”, fatto considerato dall’autore come “la suprema areté” per “una nuova paideia del XXI secolo”. E l’istituzione-scuola viene, pertanto, a ridiventare “luogo deputato alla formazione dell’homo cognitus e dell’homo ethicus”, anche perché l’intervento formativo basato sulla coscienza del limite e sul “senso del limite nell’io”, sub specie liminis, forgia gli strumenti indispensabili per cogliere “il connubio che sin dai tempi di Clistene tiene insieme democrazia, politica ed educazione”, oltre alla coscienza di appartenere a una cosmopolis di ordine mondiale.

Nelle ultime pagine, Pierluca Turnone non poteva, pertanto, non rivolgere la sua attenzione al ruolo degli insegnanti, che devono attrezzarsi per “educare al limite”, per educarsi insieme agli allievi a individuare i diversi limiti, non scissi dal “senso del dovere”, operazione ritenuta cruciale per la pedagogia politica tesa a forgiare il cittadino del XXI secolo, comprensiva di una dimensione interculturale incentrata sulle dinamiche dell’agorà mondiale e alle prese coi limiti della stessa democrazia (che non può tollerare al suo interno progetti di “eversione del suo equilibrio”): e una paideia dai primordi immersi nel ‘mare del possibile’, che si è nutrita e continua a nutrirsi delle dinamiche di complessità del reale umano, nel fare del senso del limite il suo faro (sia sul piano epistemologico che operativo) ha, tra l’altro, “il dovere di non ignorare il volto oscuro della luna”. E Pierluca Turnone, nel metabolizzare “alcuni elementi di complessità” con i propri risvolti in campo educativo (il quale, tra l’altro, trova le sue “radici nel terreno accidentato del limite”), ci consegna un progetto di pensiero che “deve mantenersi vigile, non permettendo mai l’istituzione di nuovi ‘assoluti pedagogici’”; in tal modo, si viene a stanare dal suo stesso ambito quel paradigma della semplificazione, a dirla con Mauro Ceruti, sempre in agguato e che si affaccia prepotentemente, a volte in maniera subdola, quando arriviamo ‘a mentire’ sul limite, per non aver ‘bussato’ più alla sua porta.


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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.