LE LACRIME NON SONO PIÙ LACRIME MA PAROLE, E LE PAROLE SONO PIETRE.

“…le lacrime non sono più lacrime ma parole,

e le parole sono pietre.”

(Carlo Levi, Le parole sono pietre)

In quest’ultimo periodo il Mar Mediterraneo è protagonista indiscusso della stampa nazionale, europea e certamente internazionale con le tantissime catastrofi umane che schiumano di color rosso-sangue le onde del bel mar azzurro. I vari media come al solito danno in pasto le notizie a caldo, rincorrendo in modo stravagante la bellezza del titolo e contaminando il clima di rappresentazione della sofferenza sgombrata da ogni delicatezza e di profonda riflessione.

Simultaneamente grande quantità di fantasmi parlanti, con la loquacità tipica dell’anonimato, hanno invaso di commenti i siti dei grandi giornali d’Europa. Mai come in questi mesi e giorni l’argomento migratorio ha suscitato pareri, opinioni, valutazioni e giudizi da poche centinaia di battute quasi a voler dire che uno dei maggiori e complessi problemi odierni si può risolvere con un colpo di battuta.

Gli annegati nel Mediterraneo diventano l’obiettivo dei navigatori della rete. Navigando in questo mare di verdetti, scorrendo sulle pagine i commenti dei vari naufragi, si rimane colpiti dall’univocità delle opinioni e dalla soffocante ridondanza dei punti di vista. Anche se le lingue sono diverse o intrinsecamente apparentate perché non conoscono il malessere della traduzione e delle uscite spiritose, battute pungenti, punti esclamativi e titoli a caratteri cubitali

Su tutti i quotidiani dei Paesi Europei i termini più propagati per dire dell’olocausto in corso di centinaia di persone non lasciano spazio a molta fantasia: “invasione” “Islam”, “terrorismo”, “ISIS”, “scabbia”, “clandestini”, “a casa loro”, “prima noi”, “chiusura”, “muri”… ed altro di simile. Parole e termini insomma che non si sprecano e urlate ai quattro venti. È raro leggere: “salviamo l’umanità”, “restiamo umani”.

Si sprecano “le parole” inneggianti all’assedio, all’invasione, alla criminalità in aumento dovuta ai migranti, al terrorismo che i profughi trasporterebbero con sé. In molti e troppi commenti e dichiarazioni si ritrova la brutalità di un razzismo che è il prodotto di una grande ignoranza: una ignoranza che rifiorisce nelle sgrammaticature e strafalcioni linguistici, nelle indecenze sul colore della pelle e di altro.

In questo mare di dichiarazioni generiche si è smarrita la profondità umana della tragedia dei barconi e del fenomeno migratorio.

C’è un grande lavoro da fare, una rivoluzione culturale. L’unica invasione che l’Europa rischia realmente in questo momento storico è la disumanità, l’intolleranza, l’indifferenza, la perdita e l’archiviazione dei grandi valori della cultura europea con tutte le atrocità che ne potrebbero conseguire, tipo il ritorno dei vari totalitarismi.

Leggendo i tanti commenti e dichiarazioni sulla tragedia, meglio, sull’olocausto nel Mar Mediterraneo spunta l’urgenza che nasca un nuovo modo di parlare e di usare le parole, insomma, un linguaggio che demolisca i tanti slogan ingannevoli e speculazioni per scopi elettorali ed altro. È necessario creare una modalità del parlare che ponga i pilastri per un dialogo vero e onesto con le persone e i popoli che entrano nell’attuale roccaforte chiamata Europa.

Sarebbe bello se si tornasse a fare silenzio dentro e fuori a noi, per riuscire ad accogliere e custodire quelle parole umane donateci, da chi ci chiamò ad essere interlocutori e parlanti.

Sarebbe bello se si tornasse alla scuola dell’ascolto di parole che sono corpo, che corrispondono alla nostra verità più profonda.

Parole capaci di accogliere i dubbi, le perplessità, le domande.

Di dare voce al dolore.

Di gridare e pregare il nostro Dio.

Di scuoterci dal nostro torpore.

Di migrare nel mare della speranza.