Per generare persone adulte, capaci di agire non per imposizione

Stanno facendo il giro dei social le immagini delle città vuote, delle piazze vuote, delle chiese vuote. Lasciano interdetti, smarriti, confusi. Perché il vuoto fa paura a tutti: è il segno dell’assenza, del non-essere, dell’interruzione dei ritmi che ci tengono al sicuro dal silenzio, della morte.

Se c’è una cosa che mi sta sconvolgendo particolarmente è l’incapacità totale di alcuni di convivere con il vuoto. E non parlo, ovviamente, del normale disagio di non poter uscire e stare con le persone amate, di subire una brusca interruzione del corso normale della quotidianità, di dover stare ore con gli occhi su uno schermo per continuare a studiare e lavorare, oppure chiusi in casa con ricordi dolorosi.

Mi riferisco a chi continua a far finta di nulla, a ritenere esagerati i provvedimenti del governo, ad infrangere le norme. Come se le migliaia di morti non lo riguardassero. Come se fosse autorizzato da chissà quale status o privilegio a non condividere con il resto del mondo questo momento di estrema precarietà e la necessità di fermarsi.

Dev’essere duro questo tempo per chi vive completamente espropriato da sé, per chi non fa esercizio quotidiano di vuoto, per chi non la smette un attimo di parlare e postare le proprie brillanti riflessioni. Quante accattivanti metafore, meditazioni, dichiarazioni, frasi di poveri filosofi (che probabilmente nemmeno hanno pronunciato) per riempire i normali vuoti scavati da una pandemia.

No, non sto dicendo che non dobbiamo trarre il meglio da questa situazione o che non dobbiamo darci forza e consolazione. Ma possiamo farlo solo se ci fermiamo un attimo sull’orlo del precipizio, quasi trattenendo il respiro, per tenere nel cuore la vertigine di chi sta peggio, di chi deve restare in casa a piangere i propri morti, corpo a corpo con un vuoto improvviso che non si può né fotografare né postare e che è infinitamente più serio del vuoto di una chiesa!

Solo quando avremo sentito nella carne il loro grido soffocato nella quarantena, potremo sperare di trarre qualcosa da questo tempo, certi che non staremo saziando la smodata fame di salvare gli altri, di fare cose per non pensare, di spiritualizzare la sofferenza, di rilasciare pareri e istruzioni, di elargire continua, invadente vicinanza. No, non sto dicendo che dobbiamo starci lontani. Ma che per starsi autenticamente vicini occorre sopportare insieme il vuoto: parole da non dire, cose da non fare, gesti da ingoiare, iniziative da trattenere.

Certo, così si rischia di scoprire che non si è affatto necessari, che gli altri possono farcela da soli e con metà dei nostri interventi, soprattutto in questo momento. E proprio qui sta il bello! Significa che possiamo renderci presenti con più libertà e con più gratuità. E che chi ci sta accanto non dipende da noi, ma sa camminare da solo, senza continui sproni e sermoni. No, non sto dicendo che quelli non servono: sto parlando dell’invadenza. È un’altra cosa.

Di fronte a cittadini che hanno bisogno di continui decreti, sempre più restrittivi, per essere obbligati a comportamenti responsabili, di fronte a credenti che dichiarano che “senza le parole dei preti le giornate non hanno senso, né speranza” …lo Stato e la Chiesa devono farsi delle serie domande. E se ora si attrezzano, giustamente, per gestire al meglio l’emergenza e per non lasciare insoddisfatto questo bisogno di assistenza continua (discutibile, ma per adesso comprensibile), alla fine della quarantena dovranno seriamente intraprendere cammini diversi, per generare persone adulte, capaci di agire non per imposizione, di vivere il vuoto, di digiunare dalle dipendenze, di nutrirsi di silenzio, di fare delle proprie tavole gli altari domestici senza i quali gli altari delle chiese diventano soltanto un modo per fuggire, per non vedere, per colmare i vuoti.

Controsenso: usi e abusi delle parole quotidiane

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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

2 COMMENTI

  1. Ma come ti fai leggere! Complimenti.
    Spesso sono critico con i giovani che scrivono imbevuti e ubriachi di cultura novecentesca (quelli che giudicano fascista, omofobo, femminicida, ecc, ogni “dissidente”).
    Tu sei libera da questo fardello imposto da alcuni padri. Complimenti.

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