Il male del ritorno

Nel 1688 Johannes Hoffer, studente alla facoltà di medicina dell’università di Basilea, dedicò la sua tesi di laurea a un malessere psicologico che coglieva i mercenari svizzeri durante il loro arruolamento in eserciti stranieri, con il conseguente allontanamento dalle proprie origini. E dato che questo male veniva indicato con il termine germanico, troppo popolare, “heimweh”, che letteralmente significa “dolore della patria”, “male della casa”, Hoffer coniò un vero e proprio termine tecnico ad etimologia greca. Si tratta di “nostalgia”: esso, come tutti i vocaboli medici che terminano in “algia”, contiene l’elemento patologico; in questo caso, però, la malattia è legata al “nostos”, ossia al ritorno.

Così, ogni volta che ritorno nel luogo dove sono nata e cresciuta, mi chiedo quali siano i leciti confini di questa strana, pungente, a tratti invalidante sensazione che è la nostalgia. Ossia fino a che punto essa sia una patologia leggera, sopportabile, come la colite episodica o l’allergia stagionale, e quando, invece, diventi una malattia cronica. O, peggio, una di quelle patologie autoimmuni nelle quali, per un errore del sistema immunitario, i tessuti sani di un organismo vengono scambiati per nemici, attaccati e uccisi. Può accadere, in effetti, di non spiccare mai il volo, di mutilare scelte di vita importanti, che possano donare una felicità matura e una crescita autentica, solo per nostalgia. Può accadere, inoltre, di vivere in posti meravigliosi, ma di non riuscire a coglierne la bellezza, la novità, le opportunità per nostalgia, perché tanto “non saranno mai come i luoghi della mia infanzia”. Può accadere, addirittura, di perdersi l’inedito dietro l’angolo della propria stessa casa, perché la nostalgia è così invalidante da schiacciare la sorpresa nello schema.

Se la nostalgia è questa, mi guardo bene dal contagio. Temo la silenziosa pandemia degli “emozionalismi” fuori controllo e aborro il virus della retorica, che ne è la causa e che ha per argomenti “la famiglia”, “il sangue”, “le radici”. Non perché non creda in queste cose, ma perché sono stanca di sentirle ripetere come un ritornello scanzonato. L’equazione secondo cui la lontananza significa dimenticanza e la vicinanza garantisce fedeltà è matematica spicciola. Il teorema dell’identità come fissità non ha dimostrazione. I valori non sono postulati apriori: essi, piuttosto, postulano dimostrazioni esistenziali; chiedono, cioè, di essere meno accollati agli altri come zavorre e più condivisi come responsabilità comuni.

Vuol dire che, vicini o lontani rispetto alle origini, occorre rispondere al richiamo della vita, che è distacco, crescita, dubbio, maturità, scelta, realizzazione, lotta, conquista, sconfitta e rinascita. In questo faticoso lavorio fruttifica la terra e pulsa la casa da cui ciascuno proviene. In questo difficile cammino si incappa nella nostalgia sana, buona, che è un senso di orgoglio malinconico per “la roccia da cui si è stati tagliati” (Is 51) e permette di valorizzare ogni presente, senza morire di passato e uccidere il futuro.

Occorre andare dove si può essere adulti. Occorre conservare l’infanzia e tagliare via l’infantilità. Di tanto in tanto, occorre tornare alle origini: andare a guardare il mare e tenere insieme il porto e l’orizzonte; parlare con gli ulivi senza escludere né le radici né i rami; andare a trovare gli affetti sinceri, quelli che non ti vogliono né vicini, né lontani, ma solo felici, perché sono incapaci di ricatto e di possesso, che sono le ombre più maligne della nostalgia ammalata. E poi, alla fine, occorre ritornare al proprio posto, con qualche lacrima sinceramente condivisa e con lo stupore di ritrovare in tutto quello che si sta faticosamente costruendo la bellezza irruente di quel mare, la vitalità di quegli ulivi e la sincerità di quegli affetti.


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