La cronaca di una giornata speciale

Quella che vi racconterò non è la trama  di un film, per quanto la star sia un attore Premio Oscar, presidente dell’Actors Studio di New York. Alfredo James Pacino nasce il 25 aprile del 1940 e, ad oggi, è considerato una delle più luminose stelle del cinema mondiale. Da Serpico a Scarface, dal Padrino all’Avvocato del Diavolo fino a Carlito’s way, i suoi ruoli incarnano la visione istrionica della vita, uno sguardo attento che persino il colonnello Frank Slade in Profumo di Donna è riuscito a regalare con l’intensità di un talento cieco ma eloquente, un’interpretazione che è valsa ad Al la sua unica statuetta, il sigillo ad una carriera pregna di successi commerciali ed indipendenti, come il Riccardo III o Chinese Coffee, opere che ha diretto con la sensibilità di un regista eclettico ed enigmatico.

Quella che vi racconterò non è la trama di un film ma il sogno che il Sottoscritto ha trasformato in realtà, obbligando i miei genitori ad un viaggio della speranza, il desiderio di incontrare il mio mito, colui di cui conosco vita, morte e miracoli e tutte le sue battute sul grande schermo. Già, perché Al Pacino è prima ancora attore di teatro, un performer che riesce ad emozionarsi sul palco anche solo guardando gli occhi di un cane, come ha da poco dichiarato.

Quella che vi racconterò non è la trama di un film ma la cronaca di una giornata speciale.

I fatti: mercoledì 22 ottobre 2008, convinco i miei ad accompagnarmi a Roma, presso l’Auditorium Parco della Musica dove, la sera, Al avrebbe ricevuto un premio in occasione del Festival del Cinema. Red carpet inaccessibile, sicurezza ovunque. Ci rechiamo in un McDonald’s per consumare il nostro pranzo ed escogitare un modo per avvicinare la Leggenda. Vado in bagno e mi accorgo della presenza di un corridoio che mi conduce dritto nella hall del’Auditorium. Ci intratteniamo lì, senza proferire né parola né alcun refolo di fiato. Ci restiamo per ore, fino alle 20.00, quando alcuni inservienti transennano anche lo spazio che avevamo precedentemente invaso.

Eccolo, arriva lui, Al Pacino, scortato dalle urla di fan deliranti, da fulgenti flash e dalle immancabili guardie del corpo. Mio padre alza la transenna davanti a me facendomi capire che fosse giunto il momento di osare e, dopo averla sollevata, mi dirigo verso la celebrità hollywoodiana. Ma come in tutti i capolavori che si rispettino, dietro l’angolo c’era l’inghippo, quell’ostacolo che si frappone fra l’eroe e la sua meritata gloria.

Pensateci, all’epoca non c’erano ancora gli smartphone o, perlomeno, non erano così diffusi. Allora mia madre decise di comprare una macchina fotografica Kodak, usa e getta, il cui meccanismo consisteva nel caricare l’ingranaggio un minuto prima di scattare la diapositiva. Solo che, nella concitazione del momento, lei dimenticò di attivare l’operazione e la fottuta Kodak si inceppò. Siccome, però, più sono grandi e più sono umili, Al Pacino, resosi conto dell’intoppo, tranquillizzò tutti, assicurandoci che sarebbe rimasto lì il tempo necessario affinché io immortalassi l’incontro.

Il resto è storia, io gli confesso la mia ammirazione e lui sorridendo mi risponde “You get it“, ce l’avevo fatta, avevo recitato il mio copione con verità e orgoglio, al cospetto di un uomo giovanile, profumatissimo, empatico e carismatico. Non era solo una mia suggestione, vi giuro che chiunque fosse lì, quella sera, aveva respirato nell’aria un’energia particolare, una luce diversa.

Ultima piccola ma immensa annotazione: quella che vedete in foto è la mano di mio padre che, impugnando una penna bic, dà ad Al Pacino un pizzicotto di affetto e ringraziamento, una reverenza che sapeva di complicità, la consapevolezza di essere stati tutti protagonisti di un meraviglioso kolossal.

Grazie, Al.


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Iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Puglia, ho iniziato a raccontare avventure che abbattono le barriere della disabilità, muri che ci allontanano gli uni dagli altri, impedendoci di migrare verso un sogno profumato di accoglienza e umanità. Da Occidente ad Oriente, da Orban a Trump, prosa e poesia si uniscono in un messaggio di pace e, soprattutto, d'amore, quello che mi lega ai miei "25 lettori", alla mia famiglia, alla voglia di sentirmi libero pensatore in un mondo che non abbiamo scelto ma che tutti abbiamo il dovere di migliorare.