«Allor sicuramente apri’ la bocca 
e cominciai: “Come si può far magro 
là dove l’uopo di nodrir non tocca?”»

(Purgatorio XXV, vv.19-21)

Un canto di non semplice lettura, il venticinquesimo del Purgatorio, in cui Dante si affida prima a Virgilio e poi a Stazio per ritornare su un dubbio con cui ha già fatto più di una volta i conti: come è possibile che le ombre dei peccatori di gola appaiano dimagrite se, appunto, sono ombre senza corpo?

Virgilio tenta una prima risposta citando il mito di Meleagro e ricorrendo anche alla similitudine dei corpi che si riflettono in uno specchio. Lascia, però, subito la parola a Stazio il quale in primo luogo accampa una excusatio propter infirmitatem (artificio retorico con il quale chi parla si scusa per la propria mancanza di competenza su un dato argomento):

«Se la veduta etterna li dislego»,
rispuose Stazio, «là dove tu sie,
discolpi me non potert’io far nego».

(Purgatorio XXV, vv.31-33)

In traduzione: Se, te presente, gli sciolgo l’orizzonte della verità eterna, – rispose Stazio a Virgilio – invoco a mia discolpa il fatto di non poter opporre un diniego ad una tua richiesta.

Nondimeno, il medesimo Stazio si lancia un istante dopo in lunga e analitica descrizione, di stampo tomista, delle tre potenze dell’anima umana: quella vegetativa, quella sensitiva e, infine, quella intellettiva.

A differenza di Averroè che ne negava l’immortalità, Dante, per bocca di Stazio, sostiene che è Dio a infondere nell’anima immortale la facoltà intellettiva e che questa, pur dopo la morte e in attesa della risurrezione finale, produce una sorta di “corpo d’aria”, che mantiene il medesimo aspetto fisico della persona finché era in vita, continuando a provare le sensazioni di un vivente, come gioire, soffrire, ridere e piangere, fenomeni che Dante stesso ha potuto sin qui osservare nel suo viaggio ultraterreno.

Giova ricordarlo: Dante non è un teologo né un filosofo, anche se ben conosce teologia e filosofia. Soprattutto, la Divina Commedia non è da confondersi con la Summa Theologiae, anche se attinge a piene mani da san Tommaso d’Aquino e non solo da lui. Dante è prima di tutto, e al fine di tutto, un poeta e la Divina Commedia è il suo capolavoro poetico. Punto.

Non gli si può chiedere coerenza e sistematicità. Si può e si deve comprendere il suo sforzo di dire l’indicibile, di conciliare le sue circoscritte idee filosofiche e teologiche con esigenze poetiche e narrative, con la necessità di raffigurare anime in qualche modo dotate di materia e fisicità, perché in nessun altro modo sapremmo o potremmo raccontare “ciò che occhio non vide, orecchio non udì né mai entrò in cuore di uomo”(1Cor 2,9).

Peraltro, entrati che siamo nella settima cornice, la spiegazione di Stazio, originata dalla condizione dei golosi, prefigura anche quella dei lussuriosi che qui scontano la loro pena, camminando attraverso un muro di fuoco, mentre cantano un inno di purificazione e declamano esempi di castità.

Per quel che riguarda il mio cantuccio, di questa lunga interpretazione mi restano i tre versi citati in esergo:

«Allor sicuramente apri’ la bocca
e cominciai: “Come si può far magro
là dove l’uopo di nodrir non tocca?”»

(Purgatorio XXV, vv.19-21)

Come è possibile che dimagrisca chi non ha necessità di nutrirsi? È questa la domanda di Dante da cui originano le risposte di Virgilio e Stazio. Diventa qui la mia domanda, anzi, scatena una serie di domande: da dove la fame per ciò che non sfama? perché abbiamo sete di ciò che ci asseta? quali e quanti diversi tipi di fame e sete coltiviamo per ciò che ci scarnifica invece che nutrirci e dissetarci?

A ciascuno il suo, scrive Sciascia. A ciascuno e ciascuna la sua domanda. Alla vita, alle nostre vite, il tempo e lo spazio delle risposte.

Jose Saramago: «Mi hanno chiesto: lei è in favore della liberalizzazione delle droghe? Ho risposto: prima cominciamo con la liberalizzazione del pane. È soggetto a proibizionismo feroce in metà del mondo».

Stefan Zweig: «Un bel discorso non è mai bastato ad acquietare gli stomaci vuoti».

Antonio Machado: «È bene sapere che i bicchieri ci servono per bere; il male è che non sappiamo a che cosa serve la sete».


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...