«Amor che ne la mente mi ragiona 
cominciò elli allor sì dolcemente, 
che la dolcezza ancor dentro mi suona»

(Purgatorio, II, vv.112-114)

Il canto della meraviglia, dello stupore, dell’imbarazzante e imbarazzato disorientamento, il canto dell’amicizia: mi sembrano queste le note distintive del secondo del Purgatorio.

L’incipit è caratterizzato da una impegnativa perifrasi astronomica, consueto stratagemma a cui Dante ricorre quando vuol elevare la solennità dello stile. Segue poi la prima parte del canto con la progressiva apparizione del «celestial nocchiero» (v.43) secondo una tecnica che si potrebbe definire cinematografica ante litteram. Quindi la seconda parte: il primo incontro con le anime purganti e in particolare con il musico Casella che, riconosciuto e fattosi riconoscere dal fraterno amico Dante, intona una delle sue canzoni, già oggetto di commento nel terzo trattato del Convivio: «Amor che ne la mente mi ragiona» (v.112).

L’atmosfera è magica, sospesa, sembra di esser tornati sulla terra, nella cerchia del Dolce stil novo e proprio questo merita un brusco intervento di Catone:

«qual negligenza, quale stare è questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch’esser non lascia a voi Dio manifesto»

(vv.121-123).

In realtà, il rimprovero mi sembra rivolto a Virgilio, più che a Dante, a Casella o alle altre anime purganti. È Virgilio la guida, lui l’allegoria della ragione, lui che avrebbe dovuto impedire ogni indebita «negligenza», eppure, già prima dell’apparizione di Catone, a chi gli chiedeva di indicare la via, il buon Virgilio confessava in modo disarmante:

«…Voi credete
forse che siamo esperti d’esto loco;
ma noi siam peregrin come voi siete»

(vv.61-63).

Insomma, tanto l’apparizione dell’angel nocchiero, che senza sforzo guida «un vasello snelletto e leggero» (v.41), tanto il rimprovero di Catone, quanto l’incertezza esitante di Virgilio ci dicono che siamo davvero passati in un altro mondo, nell’oltremondo, là dove l’incanto della musica e il miele dell’amicizia possono sì donarci ancora l’estasi di una sospensione momentanea, ma anche là dove non c’è più tempo da perdere: ci attende Beatrice, di più, ci attende «Dio manifesto», bisogna correre, zero indecisioni.

E qui mi permetto di dire: ma anche no! E provo a spiegarmi…

Capisco tutto. Accolgo lo schema di Dante. Il suo è un viaggio verticale: dal punto più basso a quello più alto. Ci siamo appena lasciati alle spalle l’oscurità infernale, il luogo di «sospiri, pianti ed alti guai» (Inferno III; v.22): è comprensibile che Dante/Catone abbia fretta di vedere e farci vedere Dio.

Nondimeno, non riesco ad accettare l’idea che quel medesimo Dio non si riveli nella bellezza, quella terrena, da Lui stesso creata, come canta proprio la fede di Dante. Non posso approvare l’idea che l’amicizia e la musica distolgano da Dio perché dovrei ammettere che sono “altro” da Lui, mentre a me appaiono quanto di più simile al soffio divino insufflato nel cuore dell’uomo (vabbè, lo ammetto: non tutta la musica! …certi “rumori” che oggi vanno per la maggiore e che vengono spacciati per musica a me danno sui nervi, fin quasi sino ai conati di vomito…).

E, dunque, caro padre Dante, ringrazio per l’offerta, ma con il massimo garbo, rifiuto e vado avanti. Magari davanti al Padre cambierò idea: ma anche no. Se lui esiste, come io spero e credo, non può che essere dalla mia parte: che è anche la tua.

Leo Buscaglia: «Una sola rosa può essere il mio giardino… un solo amico, il mio mondo».

C.S. Lewis: «L’amicizia è… quel tipo di amore che uno può immaginarsi tra gli angeli»

Nietzsche: «Senza musica la vita sarebbe un errore».


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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