
Un libro-testimonianza di persone con esperienze di autismo
Ci sono esperienze di vita che narrate con la necessaria accuratezza vengono a volte ad illuminare un campo dell’umano che altrimenti sarebbe rimasto nell’ombra e circondato da inevitabili pregiudizi col diventare spesso steccati col loro portato di ulteriori chiusure e continuare ad alimentare prese di posizioni insensate; ma portare luce sulla complessità dei fatti umani richiede in primis l’unione e la collaborazione di più menti da parte sia di chi opera con competenza nel concreto in un determinato settore e dall’altra di chi ha il non secondario compito di darne visibilità nel comunicarlo per farne capire le relative dinamiche a volte non facilmente percepibili. Ma tutto ciò non basta se non viene accompagnato dal farsi dei ‘cuori pensanti’, nel senso di Etty Hillesum, delle esperienze di vita che si vogliono narrare e che richiedono come tali sensibilità profonda, impegno costante e non comune capacità di ascoltarle con lo spogliarsi delle proprie abitudini di pensiero; si segnala in tal senso una significativa iniziativa frutto di un percorso ancorato ad un territorio come Pulsano, in provincia di Taranto, dove da tempo opera l’Associazione Angeli figli dell’Autismo, regolarmente iscritta nel Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, col farsi promotrice di un particolare volume dal titolo Non sono altro che luce (Pulsano, G.C.L Edizioni 2026, Collana Minimalia), con prefazione di Claudio Salinaro ed interviste a cura di Gaetano Mero.
Un primo elemento che emerge da tale lavoro è la non comune dimensione corale dove i diretti protagonisti sono chiaramente bambini e adulti con autismo e le famiglie che convivono giorno per giorno prendendosene cura, coadiuvate in questo non facile compito da altre professionalità che hanno cercato di fare del loro meglio per renderli sempre più soggetti attivi delle rispettive vite; per tali ragioni, si è in modo programmatico nel prezioso volume voluto loro dare una adeguata voce o meglio “un coro di voci… attraverso le parole delle loro famiglie” alla quotidianità e al vissuto, scelta che si è rivelata strategica nel fare “intravedere mondi interiori complessi, delicati, straordinari”. I diversi protagonisti ed in primis le famiglie hanno attraversato, hanno ‘abitato’ delle condizioni esistenziali uniche e singolari col loro precipitato di sfide e ostacoli di ogni genere, via maestra per ‘non mentire sul reale’ e su sé stessi, come ci ha insegnato Simone Weil col suo invito costante a fare della vita il perno delle scelte di fondo; e da tale non comune incrocio di “esperienze” di vita non poteva non scaturire “una scintilla che illumina l’oscurità, una testimonianza che insegna che la luce, anche quando pare lontana, non smette mai di esistere”, come scrive Gaetano Mero nella nota introduttiva.
Ed il pregio di Non sono altro che luce è quello di offrirci gli strumenti per “saperla riconoscere”, primo passo per capire meglio le dinamiche di un mondo, quello delle neurodivergenze al di là del loro significato clinico, anche perché, come risulta ormai più che evidente dagli ultimi risultati di natura scientifica, narrare le storie, prerogativa degli approcci delle scienze umane, si sta rivelando un vero e proprio ‘metodo’ di cura non solo in senso medico e, a sua volta, una prassi non secondaria con vari risvolti terapeutici che vengono ad investire il modo d’essere dei soggetti coinvolti; infatti, come afferma Jonathan Gottschall, ‘le storie ci hanno resi umani’ in quanto ci si sta sempre più rendendo conto che il reale, sia umano che naturale, di per sé è complesso o, meglio, ‘ipercomplesso’, fatto di trame ed intrecci dal cui insieme si può ricavare un senso, come ci insegnato Edgar Morin in tutta la sua lunga vita. Si ha, pertanto, bisogno della narrazione per coglierne gli aspetti qualitativi intrinseci che poi si rivelano essere l’unicum di ogni organismo vivente, come ormai ci insegnano le diverse ricerche nel vasto campo delle scienze biologiche o ‘terzo regno’, come lo chiamava il poeta francese Jacques Delille (1738-1813) nel suo poema I tre regni della natura del 1806 col fare dello scienziato italiano e abbate Lazzaro Spallanzani il suo Virgilio, in quanto uno dei primi ad entrarci col demolire molte pseudoconoscenze.
E narrare le vite dei soggetti con autismo è come scoprire un altro ‘regno’ con le sue logiche specifiche e a tal fine si rivela indispensabile partire dagli sforzi messi in atto dalle loro famiglie e dai vari operatori coinvolti per averne una sana conoscenza per mettere da parte i vari pregiudizi; ogni singola vita narrata costituisce, pertanto, un ‘evento di verità’, a dirla con Alain Badiou, col consegnarci dei veri e propri laboratori a cielo aperto dove le singole storie che vengono raccontate in Non sono altro che luce sono fatte di intrecci, di sfide, di casi, di tempi, di luoghi. In essi si vengono a creare nessi, interconnessioni ed elementi interdipendenti che, tenuti debitamente presenti, possono darci “una narrazione più ampia e complessa, costellata di desideri, aspirazioni e progetti di vita”, fattori che spesso sfuggono a coloro che vedono dall’esterno tale stato di cose. Narrare delle storie simili, fatte di sconfitte ed insieme di piccole vittorie come ogni autentica storia umana, ha, poi, la capacità di creare “un’eco capace di toccare nel profondo”, e si rivela un terreno dove si possono solcare nuovi sentieri di intervento e “aprire orizzonti di possibilità” col trasformare “la fragilità in forza” in quanto si ha a che fare con “l’unicità di ciascun essere umano”, con la sua irripetibilità e con diverse nuances che nessun pur perfetto modello o algoritmo è in grado di descrivere; narrare è uno strumento per farsi un ‘cuore pensante’ dell’altro, per entrare nel suo mondo e sviscerarlo nei meandri più nascosti anche se a volte può essere doloroso, ma si rivela un percorso sine qua non per scoprire altri significati vitali.
Non sono altro che luce, pertanto, può essere ritenuto uno strumento indispensabile per percorrere una via per far fronte a quella che è stata chiamata disruptive era odierna, dovuta non tanto all’avvento delle nuove tecnologie digitali in sé ma alla visione della vita di fondo che le sorregge, aspetto questo su cui poco si dibatte e uno dei perni della recente Enciclica Magnifica humanitas, e basata sulla loro presunta non ‘neutralità’ nei confronti dell’integralità della persona umana; narrare le vite di persone con autismo è un modo per ‘ridiventare umani’, per parafrasare il titolo di un’opera dello psicologo evoluzionista come Michael Tomasello, perché permette di rafforzare le nostre capacità di socialità e di entrare in rapporto con gli altri sino a portare a nuove forme di ‘cooperazione’, dove il ‘noi’ funziona come leva motrice dello stesso ’io’ col portare alla coscienza di un destino comune e far comprendere, meglio di ogni altra esperienza, che ‘la prima legge della vita è la sopravvivenza dell’altro’, come affermava Martin Luther King, in quanto in grado di arricchire di ulteriori significati i percorsi che si mettono in atto.
Le pagine, le interviste, gli apporti dei vari operatori con le loro varie esperienze sul campo, contenute in Non sono altro che luce, possono essere di un valido aiuto per altre esperienze del genere di cui il nostro territorio ha estremo bisogno in quanto da una parte, come scrive Claudio Salinaro nella prefazione e che presiede l’Associazione Angeli figli dell’Autismo, sono “un invito a compiere un viaggio: un percorso autentico e vibrante dentro il cuore di tante famiglie”, ed espressione di “una testimonianza viva” con portare allo scoperto “la ricchezza umana che ogni persona custodisce”; dall’altra, danno ‘luce’ nel porre “l’attenzione sul concetto di comunità di cura”, come scrive a sua volta Gaetano Mero, strategia che può diventare la base non solo di chi opera in altri contesti simili, ma di tutti coloro che vogliono avvicinarsi con umiltà ad un mondo che si sta rivelando sempre più ricco di stimoli. Leggere Non sono altro che luce è, pertanto, un modo per partecipare insieme alla costruzione di un futuro che spesso sembra sparire dal nostro orizzonte senza ridursi ad un semplice wishful thinking, cioè limitato e fondato solo su un puro sentimento personale; attraverso le vite prese in esame, si possono configurare dei percorsi dove conoscenza, responsabilità e speranza, nel procedere all’unisono nelle menti e nei volti di chi vive e opera nel concreto, diventano l’anticamera dell’’alleanza con tutto ciò che nel mondo è albeggiante’, a dirla con Ernst Bloch che ci ha dato un pensiero strutturalmente fondato sul ‘principio speranza’.


























