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Se rinasceremo, come le stelle, dal caos, sarà per quegli amori che, ancora una volta e più che mai, ci hanno tenuti vivi

Non è stato un anno lineare quello appena trascorso, proprio no. La linea è un insieme di punti che si susseguono ordinatamente. Noi, invece, siamo rotti e confusi. Ci portiamo dietro e ci portiamo dentro i frammenti di un tempo duro, gli avanzi della paura e dell’isolamento, le voci dei bollettini dei contagi e i silenzi dei tanti, troppi morti. Un vortice disordinato, che affonda definitivamente la diffusa convinzione che la pandemia in sé, quasi magicamente, possa renderci migliori.

Tutto può renderci migliori o peggiori, ma è la nostra durezza a fare la differenza: la stessa acqua che ammorbidisce una patata indurisce un uovo, dice un proverbio. Così, al principio di un nuovo anno, dopo un funesto 2020, il caos è tutto nelle nostre mani. Nulla scompare magicamente e nulla può essere cancellato. Sta tutto lì, nel calderone del cuore e spetta a noi scegliere cosa farne, come sempre. Perché nella vita difficilmente tutto va liscio e non solo nel 2020. La linearità, spesso, è solo illusione, proveniente da un bisogno comunque lecito di certezze e di stabilità.

Siccome le parole ci hanno spesso aiutato, vale la pena approfondire anche il significato di questo termine, proprio perché non indichi un ordine astratto e impossibile. La parola “linea” è connessa a “linum”, la stoffa grezza composta da una sequenza visibile di fili lineari, ma è legata pure alla radice li-, con l’idea di “bagnare” e “scorrere”. Dunque se la linearità che cerchiamo è quella delle non contraddizioni, dell’ordine immutabile che piove dall’alto, della rigida sequenza prima-dopo, causa-effetto, errore-punizione, virtù-premio, siamo fuori strada. Se, invece, cerchiamo un filo, un fragile filo rosso che attraversi l’esistenza e faccia un minimo di ordine in questa complicatissima matassa, allora è diverso, allora è più accettabile e fattibile, perché è più umano.

Non siamo chiamati a grandi cose; eppure la cosa più grande adesso è tenere insieme tutto ciò che è accaduto, a noi, agli altri, al mondo, vicino e lontano; tenerne insieme i gracili fili, come in un tessuto. La linearità di cui abbiamo bisogno e che speriamo per il 2021 non può nascere sulla dimenticanza e sull’ignoranza del 2020. Essa è memoria che restituisce la vita come dono e compito. Solo così diventa possibile prendersi cura dei tanti, minuscoli, ma non per questo poco importanti, semi di bene dell’anno appena passato: traguardi accademici e lavorativi vissuti con sacrificio maggiorato e spirito di adattamento, scelte e decisioni importanti, unioni rinsaldate di amori messi alla prova, feriti, ma non uccisi.

Solo così, poi, possiamo restituire dignità alla sofferenza e significato agli eventi. Non a tutti, è ovvio: alcune cose risultano incomprensibili e prive di qualsiasi significazione. E forse le ferite più grandi sono quelle che restano così, prive di simboli adeguati, nude e crude, a ricordare il rischio di scontrarsi col non-senso. E non parlo solo di un virus che arriva e distrugge; parlo pure di tante parole che diventano rivelazioni, terribili ma dovute, di chi abbiamo attorno ed impongono all’amore di diventare scelta, svegliandolo dall’incanto dell’immaginazione.

L’adulto sa che non c’è una metafora per tutto: l’adulto convive con vuoti incolmabili e li lascia, appunto, vuoti, a perenne memoria della carestia dei significati, dove solo una cosa tiene in vita: quelle poche relazioni sulle quali si può contare. Quelle senza invadenza, quelle senza la continua pretesa di conferme; relazioni genuine, che non fanno dei vincoli di sangue una scusa per concedersi e dire di tutto e di più; legami voluti, affetti coltivati con gesti coraggiosi e capaci di fare la differenza. E sì, perché a volte il pensiero non basta; ci vuole di più. L’isolamento, la distanza, la precauzione continua dovrebbe averci perlomeno restituito il gusto di tutto ciò, di questo fiume che scorre e bagna le cose, le separa eppure le avvicina, perché le accomuna nel bisogno di essere amate.

Se rinasceremo, come le stelle, dal caos, sarà per quegli amori che, ancora una volta e più che mai, ci hanno tenuti vivi, nella pandemia da Covid 19 e in tante altre, drammatiche epidemie di assenze e di invadenze, di mancanze e di rivendicazioni. E se rinasceremo, ci toccherà lavorare un po’ tutti ad altri vaccini.


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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

1 COMMENTO

  1. La grandezza di chi scrive non sta solo nella chiarezza espositiva dei messaggi ma nella capacità di arrivare alla mente e al cuore di tutti e di ciascuno….
    Grazie Michela…….

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