Pamela ha gli occhi neri, un viso magro e lungo, qualche lentiggine sul naso, piccolo e delicato, una lunghissima massa di capelli corvini che le scivola lungo la schiena.

Esile e flessuosa, quasi un giunco elegante, se ne sta silenziosa. Ogni tanto le brillano gli occhi e si protende in avanti per intervenire. Quasi sempre, un attimo dopo, ritorna a poggiare le spalle sulla seggiola e a distaccarsi dal resto.

Una volta o due  socchiuso le labbra e qualche sommessa parolina è emersa, incomprensibile tanto il tono della voce era basso, ma lei, prontamente, ha riarrotolato la lingua e l’ha ringoiata, riportandola giù, nell’abisso in cui tiene in custodia le sue parole.

Ha imparato a tacere.

Ce ne ha messo di tempo ma ora ci riesce benissimo e anche quando loro, le parole, tentano di scappar via, lei sa riprenderle con una velocità fulminea.

– Sei stupida? – le diceva sua madre quando parlava, quando chiedeva.

– Ma come fai a non capire? – le ripetevano a scuola.

– E mi raccomando; io ti porto con me ma tu non farmi fare brutte figure. Taci.Sorridi e al massimo annuisci con il capo – sono le raccomandazioni di suo marito.

Quante cene in silenzio con quel fare ebete sul volto. Quante serate perse, inseguendo i discorsi, noiosi, degli altri.

Quanti falsi sorrisi.

E quante battute pesanti se lei dimenticava i consigli e tentava di intervenire con un commento, magari un appunto.

– Sei stupida? – le dicevano ancora una volta quegli occhi torvi.

E quei ritorni in auto …fiumi di parole gridate, insulti e poi silenzi,

Sciabolate, una dopo l’altra.

Fino alla volta in cui era arrivato quel ceffone. Cos’era successo?

Ah sì, ora ricordava….una cena di colleghi; persino il capufficio, quello fighetto del nord con la compagna cinquantenne liftata e pompata a puntino, che sembrava andasse in giro dicendo “Questa qui, te , te la puoi solo scordare! Un pezzo di questa qui vale tanti di quei soldini che te non li metti insieme neanche con le tredicesime di una vita, caro il mio impiegatuccio”.

E tutti quegli impiegatucci che ci sbavavano veramente dietro a quella lì, dimenticandosi delle loro gentili consorti formato famiglia, fianco arrotondato dalle gravidanze e addome rilassato perché “vorrei andare in palestra ma a chi li lascio i bambini?”.

Be’, quella sera lì, Pamela si era lasciata andare.

Lei era giovane, ancora in forma e ci poteva competere con quella lì; alla grande ci poteva competere e poi erano capitate pure vicine a tavola e quella faceva la smorfiosa, diceva e ridiceva , se la tirava veramente tanto e allora lei aveva fatto quel commento sull’età, sulla giovinezza che non si può comprare, sull’essere vere…

Insomma era stata sincera, cavoli, per una volta che sarà mai.

Ma il capufficio aveva storto il muso, perso il ghigno spavaldo e l’impiegatuccio  di suo marito, spaventato all’idea di ripercussioni sulla carriera, non aveva gradito l’eccesso di libertà.

SBAMMMM, un sonoro riverso, appena soli, aveva accompagnato il solito commento: “Sei stupida?”.

Il sangue caldo le era colato sulle labbra, gocciolato velocemente sulla gonna. Bianca per giunta.

Cazzo – aveva pensato – ci ho rimesso pura la gonna nuova. Fanculo. Meglio se stavo zitta.

E così, giorno dopo giorno, aveva imparato a tacere. A stare lì, muta. Taciturna presenza.

E poi, in uno dei suoi silenziosi pomeriggi casalinghi, persa su facebook, aveva incontrato Nasrin. Un velo bianco che sventolava, avvolgendole la testa, un naso forte a differenza del suo, un volto magro, tutto sommato bello.

La sua attenzione fu catturata dalla didascalia in grassetto “Iran: condannata a 38 anni e 148 frustate, Nasrin Sotoudeh, avvocatessa…”.

Fu un colpo al cuore. Forte. Inspiegabilmente forte.

Chi fosse quella donna, lei non lo immaginava nemmeno.

Cosa aveva mai potuto combinare per meritare una condanna simile?-

La sua mano si era mossa rapida, un click fulmineo aveva aperto la schermata e l’articolo era sotto i suoi occhi. Lo divorò e per un po’ rimase agghiacciata a lasciare che il senso di quello che stava leggendo entrasse in connessione con i suoi neuroni.

Nasrin, definita come l’avvocatessa più famosa nella difesa dei diritti umani, era  stata riconosciuta rea di patrocinare la causa  di alcune  donne, che sfidando le regole del buon costume vigenti nel loro paese, si erano presentate a capo nudo tra la gente, ribellandosi all’obbligo  di indossare i loro hijab.

Sventolando in segno di protesta immacolati fazzoletti bianchi, esprimevano il rifiuto di una legge che vuole le donne modeste e sottomesse; che classifica impure,  donne che osano mostrare i capelli, segno delle loro bellezza, il demone attraverso cui attentare alla spiritualità propria e altrui.

Le accuse, per lei, andavano dall’istigazione alla prostituzione a quella di cospirazione contro lo Stato, di spionaggio .

Continuò a leggere, Pamela.

Aprì nuove pagine, a ripetizione, fintanto che lesse quelle parole VOGLIONO METTERLA A TACERE .

SBAMMM.

La sua faccia vibrò nuovamente al ricordo di quello schiaffo, quell’unico schiaffo che era bastato a chiuderle la bocca.

E pensò a quelle 148 frustate.

Quanto faranno male, 148 frustate? –

Tanto da ridurre a morte un essere umano – c’era scritto.

E Naszim non si era fermata. Aveva continuato a parlare, ad agire perché ognuno fosse libero di essere ciò che desiderava.

E lei?

E improvvisa comparve nella sua mente l’immagine di quella macchia di sangue sulla sua gonna bianca. E della sua rabbia per quella macchia…

Alla gonna, aveva pensato. Alla sua gonna nuova.

Cosa era accaduto?

Ricordava la bambina che sognava di fare la ballerina, andare in giro per il mondo, nei teatri, volteggiando leggera.

E suo padre che la guardava e spegneva i suoi sogni: “Sei stupida? Tu in giro, mezza nuda, con le mani degli uomini addosso?”.

“La maestra devi fare.Quello è un buon lavoro per una donna”.

E lei si era iscritta alle magistrali, così si chiamavano allora, dalle suore. Con altre femmine. Senza maschi intorno.

Era stato un susseguirsi di passi indietro rispetto ai suoi sogni; ogni traccia di dignità era stata annullata, cancellata, con un lavoro certosino e lei aveva consentito che questo accadesse. In silenzio.

Frustata giorno dopo giorno con quegli sguardi, quelle parole, quelle continue critiche, offesa continuamente .

La sua pelle, ormai ridotta a brandelli, aveva lasciato scappar via l’anima e al suo posto ora c’era spazio, tanto spazio. Vuoto.

Abbassò gli occhi, Pamela, verso la sua pelle, apparentemente intatta e quasi senza accorgersene, cominciò a carezzarsi. Le mani si cercarono lente, si poggiarono sulle ginocchia e scesero verso i polpacci, mentre il capo si piegava a cercare l’avambraccio, turgido. Piccoli schiocchi di labbra a suggellare il suo amore per lei, a ricompensarla del dolore, a cancellare il dolore, come facevano quando era piccola e bastava un soffio e un piccolo bacio per portar via la bua….

E  nella sua mente, l’immagine di quella donna imprigionata in attesa che il sadismo di quei giudici, che lo spirito demoniaco di quei maschi arroganti, si esprimesse nell’atto della pubblica punizione.

Cominciò a piangere sommessamente e ora non era più la sua pelle che carezzava, ma quella di Nasrin; la stringeva a sé nel suo abbraccio, le soffiava sulla pelle il suo amore.

Ed era come se ora fossero carne della stessa carne, fuse.

Fu allora che il coraggio di Nasrin si impossessò di lei. Fu allora che sentì dentro di sé un fremito crescere; una rabbia mai completamente sopita la riavvolse .

“Nessuno osi toccarla!”, gridò all’universo, facendo inorridire le pareti di quella casa, poco avvezze alla sua voce.

Si alzò di scatto, si asciugò le lacrime e corse nella stanza da letto. Rovesciò le sue cose sul letto, pescandole furiosamente da cassetti, armadi, da quanto c’era in giro. Prese al volo borsoni, valigie e ficcò tutto dentro. Poi la vide. Una lunga custodia bianca, dimenticata nell’armadio.

Fece scorrere velocemente la cerniera e dalla gruccia sfilò il lungo velo bianco del suo abito da sposa. Lo prese e lo andò ad annodare alla ringhiera del balcone del salone, quello che dava sulla strada principale. Un leggero venticello spirava e il movimento leggiadro di quel pezzo di stoffa sembrava il segno che l’Universo intero spirasse in suo favore.

Sorridendo, prese le sue cose, se le caricò sulle spalle e andò via di lì.

Senza lasciare una frase. Una parola.

Tirò forte a sé il pomo della porta e abbandonò il silenzio dietro di sé.


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Sono un’insegnante di Matematica e Scienze che adora raccontare ed ascoltare storie. Ho scoperto il potere terapeutico del racconto in un particolare momento della mia Vita e da allora scrivo storie che prendo in prestito dalla realtà. Nel 2014 ho pubblicato il mio primo libro, È solo questione di tempo. La mia vita, una favola, edito da EtEt, casa editrice con sede ad Andria. Nel 2016 ho frequentato un corso di scrittura creativa con Tommy Dibari, coautore di trasmissioni televisive e scrittore. Nel 2019 viene pubblicato, edito da Progedit, il mio secondo libro, Ti prometto il mare, racconto fiabesco incentrato su storie di donne. Sempre nel 2019 ho frequentato un corso di scrittura creativa con Luigi Dal Cin, autore di libri per ragazzi ed insegnante presso la scuola Holden. Profondamente convinta del valore etico della comunicazione, nel 2019 ho perfezionato le mie competenze con un master in PNL, Programmazione Neuro Linguistica Bio-etica seguito e, nel 2021, con un master in Coaching bio-Etico, conseguiti entrambi presso il centro di formazione Ikos di Bari.