Tu una fidanzata? Io, due!

Caro Direttore,
il Contratto di governo, come si sa, prevede tutto e il suo contrario.
Prevede sopratutto che le parole non diventino mai fatti. Abolire la povertà a chiacchiere è facilissimo. Rimpatriare seicentomila immigrati nei comizi è uno scherzo da ragazzi. Eliminare criminalità e disonestà è una rima baciata dalla metrica. Il governo Salvini-Di Maio-Conte è il contrario del dubbio, della sobrietà, del realismo.
Però in una faccenda è indubbiamente più efficiente dei governi succedutisi dalla nascita della Repubblica: quando cerca di trasformare in pubblica virtù le storie di lenzuola e/o di famiglia. Questo accade perché la competizione fra i due capibastone gialloverdi sfocia (per Contratto?) nelle loro vite private.
Tu quota 100? Io reddito di cittadinanza. Tu una fidanzata da esibire? Io due a stretto giro. La tua trova spazio sulle riviste? La mia si veste da poliziotto come me. Una penosa gara a chi è più bullo. Ora Salvini, pancetta a parte, il fisico da bullo ce l’avrebbe. Ma Di Maio, poveretto, sembra un ragazzotto sfuggito alle vetrine della Standa nel giorno della prima comunione.
A me personalmente, per quel che conta, l’esibizione del privato sembra di cattivo gusto quando sei un uomo pubblico con responsabilità di governo. Ma come si fa a spiegare il buon gusto a chi vive e lucra sul suo contrario? I due Dioscuri dell’ibrido gialloverde sono figli della civiltà dello spettacolo.
Pensano che essere eletti dal popolo dia il potere di vomitare impunemente sul tavolo da pranzo. Cioè si fanno idea di essere ingiudicabili, essendo il voto crisma per agire con la prepotenza dell’istinto, non la vigilanza della ragione. Dunque legittima e persino “politica” appare loro la gara ad esibire le fidanzate come un trofeo di guerra, ché certamente quello che loro non manca è la guerra quotidiana.
Il mio discorso, lo riconosco, ha un che di bacchettone, se misurato con metro dell’oggi e dei suoi Grandi fratelli. Il mondo è quello che si vede in giro. Pur tuttavia, il ricordo della sobrietà di una volta mi mette tristezza per chi è costretto oggi a cibarsi di social e di bufale in un amaro ritorno di analfabetismo.
Che ci possiamo fare? Eravamo abituati a giudicare i governi dal termometro del benessere. Ci arrangiamo a osservarli in giravolte e vizi privati (in memoria del berlusconismo), sorpresi dalla voracità di un popolo ridotto platea di guardoni. Naturalmente parlo per me e per i miei pochi amici che non si arrendono all’imbarazzante presente.

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Antonio Del Giudice
Pugliese errante, un po’ come Ulisse, Antonio del Giudice è nato ad Andria nel 1949. Ha oltre quattro decenni di giornalismo alle spalle e ha trascorso la sua vita tra Bari, Roma, Milano, Palermo, Mantova e Pescara, dove abita. Cominciando come collaboratore del Corriere dello Sport, ha lavorato a La Gazzetta del Mezzogiorno, Paese sera, La Repubblica, L’Ora, L’Unità, La Gazzetta di Mantova, Il Centro d’Abruzzo, La Domenica d’Abruzzo, ricoprendo tutti i ruoli, da cronista a direttore. Collabora con Blizquotidiano.  Dopo un libro-intervista ad Alex Zanotelli (1987), nel 2009 aveva pubblicato La Pasqua bassa (Edizioni San Paolo), un romanzo che racconta la nostra terra e la vita grama dei contadini nel secondo dopoguerra. L'ultimo suo romanzo, Buonasera, dottor Nisticò (ed. Noubs, pag.136, euro 12,00) è in libreria dal novembre 2014. Nel 2015 ha pubblicato "La bambina russa ed altri racconti" (Solfanelli Tabula fati). Un libro di racconti in due parti. Sguardi di donna: sedici donne per sedici storie di vita. Povericristi: storie di strada raccolte negli angoli bui de nostri giorni. Nel 2017 ha pubblicato "Il cane straniero e altri racconti" (Tabula Dati).

1 COMMENTO

  1. “Pur tuttavia, il ricordo della sobrietà di una volta mi mette tristezza per chi è costretto oggi a cibarsi di social e di bufale in un amaro ritorno di analfabetismo.”

    Quanto è vero.

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