«Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindu e ritorno buddhista,
senza aver mai cessato di essere cristiano»

(Raimon Panikkar)

Giorni fa ho scoperto un video di Raimon Panikkar, intitolato “La più grande lezione della mia Vita”. Ti invito a guardarlo, alla fine del nostro caffè.

Raimon è di madre catalana e di padre indiano. È considerato una delle più grandi guide spirituali del XX secolo e, nella sua lunga esistenza ha attraversato le esperienze più disparate: sacerdote dell’Opus Dei in Spagna, poi guru e mistico in India, quindi docente universitario in California e di nuovo mistico ritiratosi nel silenzio di Tavertet, sulle montagne della Catalogna, dove muore all’età di 92 anni. Filosofo e teologo, sono più di 60 i volumi che ha pubblicato sul dialogo interreligioso e centinaia e centinaia gli articoli.

Ebbene, un uomo così, confessa che la più grande lezione della sua vita l’ha ricevuta da una donna indiana, poverissima, analfabeta, ammalata a morte di tubercolosi, madre di due bimbi piccoli, destinati alla miseria come e più di lei. Questa donna moriva felice della sua brevissima felicità. I pochi istanti di beatitudine nella sua vita le bastavano per avere gioia da vendere: quei pochi istanti erano eterni, al contempo fuggevoli e immortali. Erano, per dirla con Panikkar, “tempieterni”: contemporaneamente, nel tempo e per l’eternità.

È una riflessione che mi appare molto profonda, un dono liberante, una via molto più autentica per intendere appieno il “carpe diem” oraziano che, da docente di latino, troppo spesso, e con dolore, vedo citato a sproposito.

Vivere nella tempiternità, secondo Panikkar, vuol dire non alienarsi dal presente per paura di quel che sarà. Significa non vivere il presente solo in funzione del futuro (“Cosa farò?”, “Ce la farò?”, “Dove arriverò?”, “E se fallirò?”), non permettere all’ansia del futuro di uccidere la gioia di questo presente.

E mi permetto di aggiungere: può significare anche non permettere al passato di assassinare il presente. Quante volte il rancore ci avvelena? E quante altre il rimpianto o il rimorso?

“Ho perso questa occasione: è finita”, “Ha fatto questo: non glielo perdonerò mai”, “Ho commesso un errore che non posso perdonarmi”.

Il passato che ingabbia il presente.

Che si tratti di fuga nel futuro e o di paralisi nel passato, sembra quasi che tutto ci venga naturale tranne l’unica cosa che davvero fa parte del nostro essere: vivere questo giorno, questo attimo, qui ed ora, e celebrare la vita che avviene in noi, attraverso noi e, talvolta, persino malgrado noi.

Mio caro lettore, adorata lettrice, ti voglio bene, te ne vuoi anche tu?

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