Gli uomini si commuovano per tante situazioni: davanti alla televisione, al suono dell’inno di Mameli, su podio, alla notizia che un cane è stato abbandonato e via di seguito. Mi vergogno, perché l'onda del non senso ci sommerge.

“Non basta infatti che un fatto sia accaduto perché diventi patrimonio acquisito, individuale e collettivo: è la memoria che compie questa metamorfosi, che coglie, rilegge e interpreta il passato affinché non piombi nel baratro dell’oblio e l’onda del non senso ci sommerga” (E. Bianchi, Monastero di Bose).

Gli uomini si commuovano per tante situazioni: davanti alla televisione, al suono dell’inno di Mameli, su podio, alla notizia che un cane è stato abbandonato e via di seguito. Mi vergogno, perché l’onda del non senso ci sommerge.

Mi vergogno non perché mi emoziono. Anche il più “duro” tra gli uomini crolla, preso da emozione, e si bagna di lacrime. Commuoversi non è un sentimento da semplicioni o pivelli o una cosa di cui vergognarsi. Gli UOMINI vivono questo impulso.

Quando ci si commuove ci si sente piccoli di fronte alla vastità, si avverte il divario tra l’immensità e la propria piccolezza e proprio in queste situazioni si sperimenta di essere più uomini e più donne: “Se non diventerete come i bambini non capirete mai”, quando si è piccoli si è grandi.

C’è tuttavia da chiedersi: come mai, quando si guarda un film, si legge un libro o si è coinvolti in prima persona in una vicenda toccante, si piange e si viene sopraffatti da un’ondata di buoni sentimenti, mentre in altre situazioni nulla sembra più toccarci?

Come mai non ci commuoviamo e ci muoviamo dinanzi: agli sbarchi senza sosta di tanti disperati, agli occhi carichi di dolore, alle mani alzate verso il cielo, allo smarrimento dei migranti di ogni età che approdano sulle nostre coste, dopo una traversata che a tanti costa la vita?

Il “bambino”, con la maglia rossa, riverso sulla spiaggia ha solo per pochissimi attimi suscitato indignazione e commozione, poi è stato ucciso nuovamente con l’indifferenza e l’ipocrisia di chi ha deciso di volgere lo sguardo dall’altra parte e far finta di niente.

Quell’immagine non ha trasformato il corso degli avvenimenti, non ha squassato le coscienze, ma quella immagine non la si può ignorare, perché ci fa fare i conti con il senso vero della realtà e della nostra esistenza, quell’immagine-foto doveva e deve provocare una scossa. La foto di quel bambino parla degli scogli sui cui si sta schiantando l’umanità, su quella spiaggia si sta schiantando e morendo la comunità europea.

Le centinaia di morti, gli infiniti naufragi, non bastano? I morti imprigionati e soffocati come “animali” nelle stive dei barconi neanche? I corpi che galleggiano sul mare neppure? Cos’altro è necessario e vitale per farci commuovere e muovere?

Mi vergogno e non mi piace più vivere in un Paese e in una Europa che non si commuove davanti a centinaia di morti nel Mediterraneo e non riesco a capire le ragioni.

Mi vergogno e non mi piace più vivere in un Paese e in una Europa che si muove solo sull’onda dell’emotività e non sull’oda dell’umanità

L’ipocrita e momentaneo “mai più” dopo la tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013 e delle tragedie che quotidianamente si consumano si è scolorano, ormai, fino a cancellarsi.

Non ci si commuove più, neppure per un attimo, davanti ai cadaveri restituiti dal Mediterraneo o persi nei suoi abissi o davanti alle bare che scendono dalle navi o ai corpi intrappolati in imbarcazioni troppo anguste per accogliere tutta l’ansia di rifugio e di liberazione forse per tanti è solo teoria o propaganda.

Non ci si commuove più neppure per il crescente numero fra quanti si salvano e quanti sono sommersi, nessuna commozione e com-passione, nessuna pietà muove la collettività, la comunità, tale da farsi indignazione pubblica e protesta organizzata, di dimensione e forza continentali, contro la fortezza e disumana europea.

Queste continue stragi, questa, ininterrotta, tragedia umana, sono archiviate sbrigativamente, rimozione ‘sic et simpliciter’ della nuda e cruda realtà, della verità, un atteggiamento che facilmente si ritorce contro chi lo mette in atto. La verità può essere elusa senza fatica, con un’alzata di spalle; può, cioè, essere, scansata, evitata, semplicemente ignorata.

Non sono le idee, i programmi a mancare, ma una certa volontà, autorevolezza e determinazione politica, per uscire da quel “dogma” o “intoccabile” permesso che lascia che i capitali possano girovagare e godere della massima circolazione, esercitando una vera e propria sovranità sulle nostre esistenze, mentre si nega libertà di circolazione alle stesse esistenze degli uomini, considerati ancor più irrilevanti dei condannati della terra.

Il teologo tedesco Johannes Baptist Metz, tra i primi e i più pungenti nel ri-pensare la teologia cristiana “dopo Auschwitz”, constatava con tristezza l’affermarsi di un uomo: “completamente insensibile al tempo, un uomo come macchina dolcemente funzionante, come intelligenza computerizzata che non ha bisogno di ricordare perché non è minacciata da alcuna dimenticanza, come intelligenza digitale senza storia e senza passione”.


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So che tutto ha un senso. Nulla succede per caso. Tutto è dono. L'umanità è meravigliosa ne sono profondamente innamorato. Ciò che mi spaventa e mi scandalizza, non è la debolezza umana, i suoi limiti o i suoi peccati, ma la disumanità. Quando l'essere umano diventa disumano non è capace di provare pietà, compassione, condivisione, solidarietà.... diventa indifferente e l'indifferenza è un mostro che annienta tutto e tutti. Sono solo un uomo preso tra gli uomini, un sacerdote. Cerco di vivere per ridare dignità e giustizia a me stesso e ai miei fratelli, non importa quale sia il colore della loro pelle, la loro fede, la loro cultura. Credo fortemente che non si dia pace senza giustizia, ma anche che non c'è verità se non nell'amore: ed è questa la mia speranza.

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