Nascita del fenomeno mafioso. La terra.

 

“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.”
(Giuseppe Tomasi di Lampedusa – Il Gattopardo)

“Questa cosa nostra non deve avere un nome. Così nessuno può riconoscerla e può identificarla.”
(Salvatore ‘Lucky Luciano’ Lucania, 1929, durante la prima convention mafiosa della neonata cupola americana ad Atlantic City. Per la prima volta nella storia, l’organizzazione mafiosa siculo-americana usa la locuzione “cosa nostra” per identificarsi).

“La mafia è una ridicola invenzione di giornalisti e mestatori.”
(J. Edgar Hoover, direttore del BOI, Ufficio investigazioni, dal 1924 al 1935, fondatore e capo dell’FBI dal 1935 al 1972).

“La mafia esiste ed è un’organizzazione ramificata e complessa quanto uno Stato sovrano.”
(Leonardo Vitale, 1975, primo pentito di mafia in Sicilia. Per queste dichiarazioni fu ritenuto seminfermo di mente affetto da schizofrenia, venendo rinchiuso nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto. Poche settimane dopo essere uscito dal manicomio, nel 1984, venne ucciso da un sicario a colpi di lupara).

Il fenomeno mafioso. Un mondo con le sue regole, le sue guerre, i suoi capi. Quel mondo che vive invisibile sotto il nostro, ed è capace di portar via i figli ai propri genitori per trasformarli in assassini, attraverso un rito chiamato “affiliazione”. Quel “mondo di sotto” ha rubato persino una parola come “famiglia” dal nostro mondo: la mafia chiama famiglie le proprie organizzazioni e i capi di queste famiglie di criminali, dopo aver sottratto i figli ai padri, cerca di arrogarsi il potere di vita e di morte, per essere gli unici, i soli, padrini.

I mafiosi sono sostanzialmente dei criminali, chiamati da qualcuno a mantenere l’ordine ed esercitare il controllo: la custodia e la protezione delle aziende, i subappalti dei lavori verso i privati, il controllo della politica attraverso i voti e il controllo dei traffici illegali come il contrabbando.

È difficile capire quando sia cominciata la storia della mafia. Il termine in sé potrebbe derivare dall’arabo mahyas (spavalderia, vanto aggressivo) o da marfud (reietto). Ma molti storici inquadrano l’origine nella parola maffìa (superbia) comune in vari dialetti italiani, tra cui il veneto e il toscano, ma anche il pugliese. Il primo uso del termine mafiosi, in lingua italiana, viene fatto in una commedia del 1863 “I mafiosi della Vicaria”, mentre l’utilizzo del termine mafia, accostato all’associazione a delinquere e alla malavita organizzata, è in un rapporto del procuratore capo di Palermo, del 1865, Filippo Antonio Gualterio.

Si può però parlare di fenomeno storico, con un principio, un’evoluzione e, si spera, una fine? Le analisi di sociologi e studiosi descrivono la mafia prima ancora che come un’organizzazione criminale, come un fenomeno sociale, un’organizzazione di potere. Tutto ciò è evidenziato dal fatto che per far sì; negli anni, che si sviluppasse questo fenomeno, un ruolo fondamentale l’hanno esercitato i grandi latifondisti pre-risorgimentali, uomini dello Stato e parte della popolazione borghese dopo la rivoluzione industriale. Per parlare del fenomeno mafioso siciliano, bisogna partire dall’epoca dei viceré borbonici, prima ancora dell’unità d’Italia, quando le grandi famiglie nobiliari miravano a conservare il loro potere e i loro possedimenti, a dispetto dell’autorità che un viceré, quasi sempre straniero, potesse esercitare. Il tema centrale di questo conservatorismo è la terra.

Per secoli la Sicilia non ha avuto uno Stato sovrano. Ha avuto tanti dominatori, ma nessuno ha garantito la giustizia e la protezione che spettano a tutti i cittadini. Così la Storia ha fatto da sé e ha cominciato a creare uomini capaci di sostituire lo Stato, distribuendo favori e violenze. Uomini onorati col titolo di Don e chiamati Padrini.

Nel 1677, quando il Viceré di Carlo III di Sicilia, Anielo de Guzmán y Carafa, in punto di morte, nomina sua moglie Eleonora de Moura, la situazione è ancora la stessa: le terre e le coltivazioni erano tutte in mano a poche famiglie feudatarie.

La marchesa, governatrice sensibile al benessere dei poveri e dei contadini, cominciò ad emanare decreti di welfare visionari, se consideriamo l’epoca, tra cui l’abbassamento del prezzo del pane e della farina, la riduzione delle tasse per le famiglie numerose e meno abbienti e, in particolare, si occupò della condizione femminile fondando case di accoglienza per donne rigettate dalle proprie famiglie o per prostitute che volevano abbandonare il mestiere per una nuova vita. A queste pensò perfino di provvedere ad una dote fornita dallo Stato, nel caso volessero sposarsi. Provvedimenti che andavano a intaccare quello status-quo dei nobili, che usarono la morale cattolica per ingraziarsi il clero e, grazie a dei cavilli burocratici, costrinsero la marchesa a tornare in Spagna dopo poche settimane di vicariato. Fu sostituita dal Cardinale Luis Manuel Fernandez Portocarrero.

Nel 1812 Napoleone Bonaparte è il Re d’Italia. In Sicilia gli inglesi, in funzione antifrancese, ispirano una costituzione che abroga il feudalesimo. L’ingresso dell’isola nella modernità si scontra con l’arcaica cultura locale. Lo Stato di diritto, il monopolio della forza affidato alla legge e garantito dagli organi di polizia, non trova un terreno fertile. Piuttosto, l’organizzazione delle ostilità si fa sempre più complessa.

Quando arrivano le autorità piemontesi, a Italia unita e Roma conquistata, la prima commissione parlamentare che prova a comprendere il fenomeno mafioso è del 1875. Un lavoro notevole, che resta lettera morta.

Nel 1889, lo studioso e antropologo Giuseppe Pitrè, legato a notabili mafiosi, scrive: “Non è setta né associazione. Non ha regolamenti, né statuti. Il mafioso non è un ladro, né malandrino. La mafia è la coscienza del proprio essere, l’esagerato concetto della propria forza individuale, donde l’insofferenza della superiorità è peggio ancora della prepotenza altrui”. Una mitologia, insomma, che allude a un epos barbarico letto con sguardo paternalistico.

Eppure già nel 1876, a Palermo, la questura recepisce la descrizione dell’affiliazione a una cosca mafiosa: puntura sull’indice e sangue su un’immagine sacra; poi fuoco che distrugge, come intimidazione per il traditore.

Quando il fascismo intervenne con la repressione del prefetto Mori, nel 1925, l’azione non può essere completa perché l’ultimo gradino condurrebbe a Roma.

Nel 1934, la voce dell’enciclopedia Treccani dice fra l’altro: “Di questo mutuo, spesso tacito, patto, che legava mafiosi del basso e dell’alto, gente povera, curatoli, consiglieri, assessori, sindaci e finanche deputati, c’era una varietà infinita”.

C’era? La mafia esiste in campagna e in città; traffica in ogni ambito dell’illegalità lucrosa e uccide senza pietà. Muove guerre per ristabilire gli equilibri e assicurarsi l’impunità.

Facendo un passo indietro, nel 1891, i contadini analfabeti e poveri siciliani non la chiamavano mafia. Non osavano proprio chiamarla. Per loro era una società segreta circondata dal terrore e dal mistero. Tra quei contadini però vennero seminate idee nuove. Si parlava di socialismo e cooperative, nacquero i fasci siciliani dei lavoratori: un movimento popolare che sognava giustizia, progresso e democrazia. Più di 400mila persone parteciparono al movimento. Era un appuntamento con la Storia e il mafioso Vito Cascio Ferro voleva farsi trovare pronto. Si infiltrò tra i contadini travestito da anarchico, ostentò senza vergogna la falce e il martello, insieme alla lupara e al ritratto della Madonna. Le donne del suo paese, Bisacquino, preferivano confessarsi da lui piuttosto che dal prete.

I fasci siciliani gridavano “la terra a chi la lavora”, nelle manifestazioni contro i proprietari terrieri ed i mafiosi. Il governo di Roma mandò l’esercito e i fasci siciliani furono soffocati nel sangue. Subito, Vito Cascio Ferro si tolse la maschera e si schierò con i vincitori: i latifondisti. Col potere che aveva acquisito, si trasformò in un padrino, Don Vito.

La Sicilia perse il treno del progresso e la sconfitta piegò inesorabilmente le schiene dei sognatori. Chi era zappatore riprese a zappare e chi non trovò lavoro partì attraversando l’oceano.

Su una di quelle carrette del mare, viaggiò Salvatore Lucania. Nella stiva l’aria era umida e rancida e il piccolo Salvatore capì subito che bisognava conquistarsi uno spazio sopra, sul ponte. Capì che ci voleva la forza per emergere. Non sapeva ancora che sarebbe diventato per tutti Lucky Luciano, il più grande padrino mafioso della storia. Con lui, insieme a tanti migranti, varcarono l’oceano moltissimi uomini d’onore. Furono loro che indicarono al piccolo Salvatore la strada che portava verso il mondo di sotto. Nel mondo della mafia.

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