A’ Mmerica, il volano economico di cosa nostra

“Senza la componente americana, la mafia siciliana non esisterebbe”
(Salvatore Lupo, Storico e Professore ordinario di storia contemporanea all’Università di Palermo. È uno dei più quotati studiosi della mafia in ambito italiano).

Cosa nostra sarebbe potuta essere un centro di potere per la violenza ma, senza soldi, nel lungo periodo questo potere sarebbe andato disperso.

Novembre 1957. Ad Apalachi, una piccola cittadina dello Stato di NY, si sta svolgendo una riunione straordinaria. Nel giardino della villa di un facoltoso uomo del posto, sono riuniti alcuni uomini d’affari, molto eleganti, che banchettano con centinaia di bistecche al barbecue. Quando la polizia arriva, attratta dall’insolito insieme, non può immaginare di assistere al vertice dei grandi capi della mafia americana. La loro stessa esistenza è stata negata fino a quel momento da autorità, politici e FBI. La criminalità è una realtà indiscutibile, ma immaginare l’esistenza del crimine organizzato o di un gruppo criminale dotato di riti di iniziazione segreti e di regole imposte con sentenze di morte, sembra materiale per un film.

La mafia articola il suo potere sulla segretezza e sull’estrema disciplina. Non riconoscerla, fino a quel momento, l’ha resa ricca, potente sul piano politico e sindacale, con alleanze internazionali necessarie nel melting pot americano. In una parola: globale.

Il padrino della mafia è il padre di tutti: è riconosciuto dai ranghi più bassi come colui che amministra la giustizia, colui che ripara i torti, colui che amministra i posti di lavoro.
Don Vito Cascio Ferro in questo era maestro. Era invisibile agli occhi della legge e di lui doveva dirsi che era l’amico degli amici. Non portava pistole, ma era armato di cinismo e intelligenza.
Nel 1902 passò per Ellis Island mimetizzato tra gli altri emigranti, perché voleva entrare nei grandi business americani: il gioco d’azzardo, la prostituzione e il racket. In America i gangster italiani si facevano chiamare la manonera, erano divisi in bande ed erano sempre in guerra tra loro. Don Vito capì che se fosse riuscito a unirli sotto un’unica bandiera avrebbe ottenuto un grande potere.
La manonera era solita fare estorsioni agli stessi italiani in cerca di lavoro o che un lavoro l’avevano già. E quindi ottenevano ricche percentuali sugli operai assunti nei cantieri navali o nelle botteghe che vendevano prodotti tipici del belpaese. Li rapinavano, estorcevano denaro e offrivano loro protezione contro sé stessi.
Nella rete della manonera una volta cadde anche il tenore Enrico Caruso, in tournée negli Stati Uniti: dopo uno spettacolo, prima gli chiesero 2000 dollari, che Caruso pagò, subito dopo fecero recapitare al tenore un’altra richiesta di 15000 dollari. Joe Petrosino convinse Caruso a denunciare l’accaduto e riuscì a tendere una trappola agli estorsori, arrestandoli.
Un altro caso è quello di un macellaio di New York, Gaetano Costa, anch’egli preso di mira per un’estorsione. Per costringerlo a pagare la manonera rapì sua figlia, ma Gaetano denunciò tutto alla polizia. Il caso ebbe così tanto clamore da essere riprodotto da degli attori per il pubblico delle prime sale cinematografiche.
Don Vito lasciò i suoi uomini più fidati a New York e tornò in Sicilia, dove un banchiere cominciò a dargli seri problemi: si trattava di Emanuele Notarbartolo, direttore del Banco di Sicilia, che denunciò il riciclaggio del denaro sporco all’interno della sua banca. Fu licenziato, ma continuò l’indagine per conto suo, fino a scoprire i legami tra la grande finanza e la mafia. Per questo fu ucciso a coltellate sul treno che lo portava a casa da Messina a Palermo. Era l’1 febbraio 1893. È il primo omicidio per mafia della storia d’Italia.

Imputato come mandante dell’omicidio, fu accusato l’On. del Parlamento italiano Raffaele Palizzolo, creatura di Don Vito Cascio Ferro, che lo aveva fatto eleggere e lo manovrava. Il deputato fu condannato due volte nel primo grande processo per mafia. Ma Don Vito non ci stava e cominciò a tessere la sua tela, mettendo in gioco tutta la sua autorità di grande padrino: si mobilitarono gli ambienti più influenti dell’alta società siciliana. Alcuni intellettuali accusarono il governo italiano di razzismo verso il popolo siciliano e, grazie a queste pressioni, gli avvocati ottennero l’assoluzione per insufficienza di prove di Palizzolo nel processo di revisione davanti al tribunale di Firenze.
Don Vito organizzò un ritorno in pompa magna per il suo onorevole a Palermo, poi lo mandò negli Stati Uniti, come suo ambasciatore nelle famiglie più influenti delle grandi città, aiutato dagli uomini che egli stesso aveva lasciato in America.

Furono organizzate assemblee a Boston, New York, Chicago, New Orleans, Pittsburg, Philadelphia. A tutti Palizzolo ripeteva le stesse parole: bisognava formare un’organizzazione dei siciliani. Un vero Stato nello Stato con le proprie regole, un’unione siciliana. Un discorso pensato e improntato sulle idee di Don Vito Cascio Ferro, pieno di parole ambigue e con un doppio significato e un messaggio nascosto che solo i siciliani poterono capire. Il messaggio era che i padrini devono saper fare politica, creare il più ampio consenso sociale possibile, per nascondere il loro potere criminale.

Joe Petrosino capiva quei messaggi subliminali, all’apparenza innocenti. Le sue indagini lo portarono a scoprire una regia dietro il racket, capì che i criminali si nascondevano tra i migranti, ma che i mandanti erano al di fuori del territorio, magari in Sicilia.
Questo lo portò a raccogliere fondi tra gli italiani d’America più facoltosi dell’epoca e partire alla volta di Palermo per proseguire le sue indagini, in una missione top secret.
A tradirlo però fu un articolo del New York Herald, che raccontava del viaggio in Sicilia e delle sue indagini. Tuttavia Petrosino non si curò del pericolo e partì ugualmente.
Lavorò da solo e individuò in Don Vito il capo dei capi. Secondo una credenza popolare, fu Cascio Ferro in persona ad invitarlo in un ristorante di Piazza Marina, nella Palermo bene, e si costituì come padrino. All’uscita del ristorante, però, fece ammazzare Petrosino dai suoi sicari.

Joe Petrosino è considerato un eroe italo-americano ed è tuttora ricordato come primo esempio di attività antimafia. Ogni anno, in diverse città degli Stati Uniti vengono indette cerimonie in suo onore.

Leggi anche:

Nascita del fenomeno mafioso. La terra.