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Perché le parole vanno pesate …e i bambini non sono affatto ingenui

«Meraviglioso. Ma come, non ti accorgi di quanto il mondo sia meraviglioso?». Così dice una famosa canzone, che inizia raccontando il momento buio dell’esistenza di una persona, riportata alla voglia di vivere dalla bellezza delle cose che la circondano.

E si perché lo stupore salva la vita…non solo quando tocchi il fondo. Ogni giorno si dovrebbe assaggiare una dose di stupore per evitare di farsi fagocitare dall’abitudine o saturare dalle convinzioni. Come quando ci si convince di sapere già tutto su qualcuno e poi quel qualcuno un giorno, un giorno come gli altri, ti viene a trovare con un mazzo di fiori senza motivo, in-utile, privo di circostanze formali. O come quando qualcun altro ti manda un semplice, inaspettato messaggio e ti fa capire che “non aspettarsi più nulla” dal mondo e dalle persone (anche quando si avrebbero tutte le ragioni per farlo) è l’anticamera della morte, il deserto del deserto.

Stupore deriva dal latino stupere, cioè “meravigliare”, da cui l’aggettivo “stupendo”. Il termine è legato alle radici stup– e stubh-, con l’idea di “star fermo” e “consolidarsi”. E in effetti lo stupore per qualcosa ci spinge a fermarci, a fare una pausa dalle cose o magari solo dai pensieri. Le cose belle, le cose meravigliose e stupende hanno questo potere: ti impongono una sosta e, allargandoti il cuore, ti consolidano in quello che sei e nei tuoi progetti più belli, quelli che magari la fatica può seriamente mettere alla prova. Alcuni termini connessi confermano: lo slavo stapuè il bastone che sostiene nel quotidiano, faticoso cammino; il latino stipesè un elemento architettonico imprescindibile, perché gli stipiti reggono l’architrave di una porta.

E a proposito di porte …come ci si può stupire, se non si sa stare sulla soglia, al limite, al confine in cui si abdica al “centro di gravità permanente”? Come ci si può stupire, se non ci si sa fermare, se non si sa fare un passo indietro, se non si rinuncia a sapere già tutto e ad entrare a gamba tesa nella vita degli altri, del creato? Una porta insegna che poco o niente è tuo e che se vuoi avere qualcosa, raccogliere tesori, collezionare successi, devi saper bussare e aspettare. Non è un caso che da stupore derivi pure il sanscrito stupayami, ossia “accumulare”.

Stupore, però, è connesso anche al greco typto, “colpisco”, perché in effetti per stupirsi occorre essere disposti a farsi colpire, trafiggere dall’inaspettato e dal misterioso, stordire da suoni sconosciuti e melodie inedite rispetto ai soliti tormentoni del momento. Lo stupore non è legato solo alla bellezza delle cose, ma anche alla predisposizione a coglierla, percependosi sempre nel bisogno e nella sete, allenando lo sguardo, stimolando l’attenzione e il desiderio di scoprire. Del resto per gli antichi greci il thaumazein, ossia l’atto di provare stupore, la meraviglia per intenderci, è figlia di Iride, la dea dei colori, termine con cui la scienza indica la componente colorata dell’occhio.

Nel Vangelo si parla spesso di occhi: ci sono occhi torbidi, che non vogliono vedere, che non riconoscono le meraviglie compiute da Gesù; occhi indiscreti e occhi guariti; occhi vigili e occhi pesanti; occhi che piangono, come quelli di Gesù stesso, e occhi incapaci di provare compassione; occhi continuamente stupiti e occhi scoraggiati, incapaci di riconoscere la salvezza, come quelli dei discepoli di Emmaus (cf. Lc 24.16), completamente disillusi perché non si aspettavano un Dio disposto a fallire. In fondo credevano di aver capito tutto e quando si è convinti di ciò, lo stupore diventa un miraggio, anche se accanto a te si muovono autentici miracoli.

Tutto questo ci dice, come sempre, che le parole vanno pesate, perché rivelano una ricchezza e una profondità molto più alte della superficie dei luoghi comuni. E così lo stupore è sottratto dalla ricchezza del termine stesso al rischio di diventare un’esperienza appena emozionale, un avanzo di fanciullezza irrisolta. Il cuore di bambino richiesto per sperimentare stupore non ha nulla a che vedere con l’ingenuità malata, spesso cercata solo per astrarsi dalle responsabilità e per semplificare una realtà complessa e poco semplificabile. Anche perché i bambini non sono affatto ingenui. La loro grandezza sta nel ricominciare sempre, nel correre a perdifiato dimenticando la stanchezza, nell’avere sempre tempo per cogliere un fiore e fare un disegno. Ed è questa la base della meraviglia.


FontePhotocredits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

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