«Degno è che, dov’è l’un, l’altro s’induca: 
sì che, com’elli ad una militaro, 
così la gloria loro insieme luca»

(Paradiso XII, vv.34-36)

La vita a volte ci manda dei segni, oserei dire che ci parla, solo che noi siamo attenti ad ascoltarla. Mi capitava, giorni fa, di parlare pubblicamente dell’importanza di spendere parole di luce, parole che facciano la differenza tra il giorno e la notte, piuttosto che urlare ottusamente il buio, ed ecco che ora mi tocca scrivere di san Domenico, che è il protagonista del dodicesimo canto del Paradiso, ma anche il fondatore dell’Ordo Predicatorum, l’Ordine dei Predicatori, i domenicani.

Non si deve sottovalutare, io credo, il chiasmo voluto da Dante tra il canto che precede e quello che ora leggiamo: lì, un domenicano, san Tommaso d’Aquino, prima celebra san Francesco e il suo matrimonio con Madonna Povertà, poi attacca i domenicani che non seguono l’esempio del proprio fondatore; qui, un francescano, san Bonaventura da Bagnoregio, tesse le lodi di san Domenico, canta il suo matrimonio con donna Fede e chiude fustigando quei francescani che, o per eccesso di zelo o per lassismo, tendono rispettivamente a inasprire o ammorbidire la regola francescana, tradendo in un caso e nell’altro l’intento del poverello d’Assisi.

Bonaventura parla animato da ardore di carità e ci racconta la vita di un santo, Domenico, che ha fatto della parola la sua missione: ed è proprio su questo punto che vorrei invitarti a soffermarti per un momento.

È come se Dante, che di questa narrazione è autore e regista, ci volesse dire: «State attenti, fate bene ad ammirare l’eroismo di San Francesco, la sua coerenza, lo slancio con cui si è unito a Madonna Povertà, ma san Domenico non è da meno…».

Sì, ne sono convinto. Non è da meno sposare la propria vita con la Parola. Cercarla, amarla, esserne assetato, provare in tutti i modi a comprenderla, accoglierla, ascoltarla, ruminarla, metabolizzarla, sentirne il dolce in bocca e l’amaro nelle viscere e, infine, se possibile, in infinità umiltà e gratitudine, restituirla.

Perché le parole vengono a noi per arrivare agli altri. In una sorta di cerchio della vita che ci chiama all’esistenza e ci pone nella condizione di trasmettere ciò che ci è stato donato.

Quale meraviglia e quale responsabilità. Già. Perché le parole possono essere lame o carezze. Pugnalare o generare. Dividere o moltiplicare.

Sono importanti le parole. In certi momenti, si mutano in Parola. E questa può fare davvero la differenza.

Buddha: «Le parole hanno il potere di distruggere e di creare. Quando le parole sono sia vere che gentili possono cambiare il mondo».

Jack Kerouac: «Un giorno troverò le parole giuste, e saranno semplici».

Martin Luther King: «Alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici».


LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.