«Una lettera, nel momento in cui la infili nella busta, cambia completamente. Finisce di essere mia, diventa tua. Quello che volevo dire io è sparito. Resta solo quello che capisci tu»

 (Cathleen Schine)

Sarà lecito copiare per intero una lettera? E se non fosse mai realmente esistita? E se, invece, giacesse su un tavolo?

Cara amica, 

la nostra scatola cranica lavora incessantemente, anche quando non ne siamo pienamente coscienti; è un delicatissimo meccanismo che rischia, se non alleggerito, di bloccarsi, andare in tilt, smettere di dare comandi alle azioni; confusione, stanchezza, stasi. 

Ci sono momenti in cui credo siamo così tanto presi delle urla dei nostri pensieri, da non riuscire ad ascoltare. Quando me ne ricordo (perché, può essere che lo dimentichi?), provo a fermarmi, qualsiasi sia la cosa che sto facendo o su cui sto riflettendo. 

Tutto sta scorrendo troppo velocemente, nulla fa in tempo ad accadere che è già trascorso. E niente fa in tempo a non verificarsi, senza che sia ad ogni modo evidentissimo. 

Sento tanta di quella retorica spicciola ultimamente, da fare a volte confusione fra conoscenze reali e roba buttata lì un po’ a caso,  per riempire vuoti non meglio specificati. 

Sarà che l’ho sentito da qualche parte? La cosa peggiore al mondo non è tanto il nascere senza vista, quanto possederla e non avere una visione della propria vita. 

Peccato che, a guardare solo quella, si finisca per restare privi dell’altrui punto di vista, il che è uguale a restare senza sé stessi, perché ad esistere siamo capaci tutti, ma solo se l’altro ci vede. 

A volte sento i pensieri schiacciarmi perché non hanno forma e peso specifici: sono lì, senza lo spessore di sempre, quasi a volersi vendicare dell’essere stati abusati per un’intera esistenza.

Sento che vorrebbero un luogo dove potersi ristorare, un angolo fatto come piace a loro e a me, senza pretese, corse, ricerche e velleità. Si stanno lasciando andare, in certi momenti trascurano sé stessi, facendo così quanto di più lontano dalla loro natura. 

Oggi poi sono anche relegati nella testa a loro destinata, poveretti, la mia. Una testa attaccata ad un corpo stanchissimo: mi fa male ogni muscolo, anche quello esente da speranze. 

Oddio, ho scritto proprio così? Esente da speranze? E agisco quindi per contraddizione, adesso.

Ti spiego, amica mia. In un tempo ormai lontanissimo, qualcuno mi raccontava dell’ottimismo di Giacomo Leopardi, che non smise mai di scrivere in vita sua; Verga, invece, no. Verga doveva essere il vero portatore sano di pessimismo cosmico: smise di scrivere per vent’anni, non diede più un solo fiato ad alcun foglio. Non aveva più la spinta per comunicare. 

Ecco, alla luce di questo io come posso aver detto, poc’anzi, di avere anche i muscoli esenti da speranze, se ti sto scrivendo? Dev’essere quindi per questo che l’ho fatto. Pur in preda alla mia tristezza, evidentemente qualcosa pulsa. 

E probabilmente è la stessa spinta che ho avuto nel piantare quelle margherite che troneggiano nel mio giardino. 

Ho scoperto che il giardinaggio è immersivo e stimola il corpo nella sua totalità, perché non tutto può essere fatto attraverso uno schermo. Per le margherite, per esempio, non basta un tutorial: hanno bisogno di esperienza diretta. 

Il tocco, quello che mi manca, il tocco che tante cose trasforma in arte. Le mani. Come quando gli afroamericani,  dopo brutali giornate nei campi, si dedicavano ai fiori, come espressione artistica della loro stessa bellezza. 

Eppure io non amo i fiori, eh amica? Tu lo sai, ma sai anche ciò che non amo, più esattamente, sono i fiori recisi… mentre quelli nella terra mi ricordano questo ancestrale bisogno di contatto e ritorno alle origini, di realtà: quella che va avanti comunque, anche senza di me. 

Riesci a pensare a come sarebbe bello, domattina, alzarsi e trovare un biglietto sul comodino, scritto a mano, che recita così: “avevi le lacrime negli occhi, e io te le bevevo tremando”?

Hai ragione, Gabriele D’Annunzio non rinasce, ma la poesia è dappertutto e tu sai quanto io sogni da sempre di poterla trovare, sapendola carnale, fosse anche solo in me. 

Ti lascio amica. Ci risentiamo presto. Te lo prometto. 

Calipso. 

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Myriam Acca Massarelli
Sono una frase, un verso, più raramente una cifra, che letta al contrario mantiene inalterato il suo significato. Un palindromo. Un’acca, quella che fondamentalmente è muta, si fa i fatti suoi, ma ha questa strana caratteristica di cambiare il suono alle parole; il fatto che ci sia o meno, a volte fa la differenza e quindi bisogna imparare ad usarla. Mi presento: Myriam Acca Massarelli, laureata in scienze religiose, insegnante di religione cattolica, pugliese trapiantata da pochissimo nel più profondo nord, quello da cui anche Aosta è distante, ma verso sud. In cammino, alla ricerca, non sempre serenamente, più spesso ardentemente. Assetata, ogni tanto in sosta, osservatrice deformata, incapace di dare nulla per scontato, intollerante alle regole, da sempre esausta delle formule. Non possiedo verità, non dico bugie ed ho un’idea di fondo: nonostante tutto, sempre, può valerne la pena. Ed in quel percorso, in cui il viaggio vale un milione di volte più della meta ed in cui il traguardo non è mai un luogo, talvolta, ho imparato, conviene fidarsi ed affidarsi.