
Tra i residenti il castello non figurava la pigrizia, forse la faciloneria dei longevi e la spensieratezza dei più vivaci, i giovani.
Rumorosamente li si notava durante gli approcci ai loro trastulli e dalle esorbitanti esultanze che ne scaturivano da essi. Erano proprio i giovani a portare sprazzi di gioia, di radioso brio, di vivaci colori nello scolorito ambiente castellano e a dargli un tocco di luce e d’umanità.
Un maniero, nella posizione in cui è posto, spesso assume un aspetto cupo e bellicoso: l’altura, il fossato che lo circonda, i merli, le feritoie, il ponte levatoio e quant’altro lo individui come una fortezza.
Giovanni Pascoli in una sua lirica, “L’ulivo” lo descrive come simbolo dell’odio e, metaforicamente, gli pianta nei pressi, l’ulivo ch’è simbolo di pace.
Le uscite fuori porta non erano per nulla sporadiche poiché i richiami delle pievi e delle manifestazioni, simili alle odierne sagre di paese, invitavano un po’ tutti alla partecipazione: preti e impenitenti, cani e porci, nobiltà e plebaglia. Nessun deterrente mancava a chi veniva a trovarsi in prima fila per farsi ostentare, dagli sguardi artificiosi
e dalle pettegolanti, malefiche bocche altrui. Era come mettere all’attenzione la propria merce, sopra una bancarella:
pregi, lacune e difetti personali, per farseli valutare, a piacimento, dall’eteronoma, disordinata, chiassosa moltitudine.
Sua Eccellenza Orlando, quando non si annoiava, cedendo malamente a degli scomposti, rumorosi sbadigli, momenti in cui metteva in mostra le sue vermiglie, purpuree interiora, come se la porpora del suo mantello non gli coprisse solo le spalle, ma scendesse all’esofago, per proseguire ancora otre il suo budello intestinale, stuzzicava, a bocca vuota, vaghe fantasie.
Il pomo sgocciolante, che gli fungeva da naso, sotto l’enorme cavità orale, gli dava un’aria perniciosa e che faceva pensare, a chi gli era vicino, che gli compromettesse il respiro.
L’Eccellenza, si allisciava spesso la pancia come per tenerla a bada dalle continue, insistenti richieste cibarie: una fame ben consolidata insomma.
Il gruppo dei ragazzi ostentava una certa spavalderia, ma che mai rasentava la sfrontatezza, mentre il tempo trascorreva portandosi appresso la zavorra problematica degli adulti e i fugaci sollievi dei momenti gradevoli dell’innocente spensieratezza. L’allegoria degli eventi metteva in controluce l’introspettiva ricerca di sé nei singoli personaggi, ognuno dei quali aveva accesso privato alla propria coscienza.
Il piede messo in avanti dal corpo non sempre lo si poteva bilanciare con quelli messi dalla mente che, allo stesso tempo, di passi, ne avrebbe consumati almeno cento. Il pensiero non ha mai avuto rivali in questa velocissima disciplina, forse la luce, forse.
Quando un imprevisto si presenta alla nostra porta e ci trova impreparati ad accoglierlo ci sarebbe il rischio che venisse da noi stessi considerato com’un intruso. Quando si vuol camminare insieme, per uno scopo, bisogna che non solo i nostri passi si cadenzino nel percorso, ma pure i cervelli restino in sintonia per il buon risultato dell’impresa.
Ma restiamo con la mente in quei tempi, quando la fede era ancora una preposizione religiosa e non motivo per definire una semplice appartenenza, uno stare insieme e basta.
Clara era considerata una vera, fervente, intensiva sostenitrice religiosa e piena di passione in Cristo. Nulla la distraeva dalla propria, genuina fede, all’infuori del servizio che usava verso i bisognosi ai quali dedicava interamente le sue risorse umane: la Marchesa, sua nonna, era nelle sue mani, come pure Carlino era nelle di lei grazie.
L’interessamento dell’uno verso l’altro aveva come solida base, la simpatia. La genuinità del sentimento era forte quanto una mano adulta d’un genitore tenesse in sé quella del suo bambino.
Una forma di rivoluzione non concettuale, ma concreta, quella che si accende nell’animo di chi si prodiga per l’altro, dove lo scopo principale è quello di raggiungere un fine etico per sé, e pratico, fattuale per l’altro, l’assistito.
Ma Secondo Nietzsche, per la filosofia degli opposti, pure la morale la si può considerare amorale nei casi in cui le venisse a mancare, ad ogni costo, la forza, per contenere una normalità che scappa di mano come succede in una democrazia, dove lo stato di diritto, si trasforma spesso in una mediocre quanto dannosa democratura…
Il “disinganno” come perdita di un’illusione e l’impatto cosciente con la realtà, porta l’uomo a rivedersi le orme lasciate nel contesto di un ritrovato equilibrio interiore. Accettarne il risultato con la sana presenza della fede è qualcosa di miracoloso e di sublime. È l’accorto ravvedimento, alle nostre avventate, vuote leggerezze umane; è il rifacimento sostanziale della base di un ritornato sentire religioso che riporta in essere noi stessi nelle mani di Dio e della Sua misericordia.
Il “Disinganno” è una interessante, bellissima scultura di Francesco Quairolo 1753-54 e si trova a Napoli nel Museo “Cappella San Severo”. La scultura è rappresentata da un uomo che si libera da una rete che rappresenta (colpe, errori, peccati etc.) , con l’aiuto di un genietto alato che rappresenta (la ragione) si libera dalle imprudenze commesse, la rete appunto, per mettersi nelle grazie della fede, rappresentata dalla bibbia aperta, posta ai piedi della statua e sulle quali pagine si legge:- Veritatem meditabitur guttur meum (La mia gola metidera’ la verità).
Carlino afferma di non essere un fervente credente come neppure un incallito agnostico, ma che si ritiene un attore di pensiero per cui non gli sfugge facilmente la verità, tra le tante menzogne espresse dai pochi e le credulonerie assorbite dai tanti.
La fede, ai suoi tempi era una idealità e dava la forza di sopportare, con pazienza e abnegazione, le frustrazioni che si presentavano nella vita. Era un farmaco che marginava le ferite dell’animo, curandolo attraverso un supporto religioso-psicologico senza il quale la vita sarebbe parsa solo un’attesa alla morte.
La continua, l’incessante ricerca di un soffice, tiepido fienile per adagiare e far riposare i pensieri in cerca di pace, lo si poteva trovare, non tra le dannose, futili ambizioni, ma nella messa a punto della propria brama, inondandola di spirito creativo e di ritrovata fede in Dio ed in se stesso.
Il cercar frenetico, spasmodico di una cosa, senza l’ausilio della pacatezza, non sempre approda sulla riva giusta, quella desiderata, dove trovarla: è la marea degli eventi che sopravviene, con le sue torbide acque, a cancellarne le possibili tracce.
L’alambicco della vita distilla continuamente le orme messe in avanti, lasciando che quelle messe nel passato, se ne prenda cura il vento, cancellandole. (S. Memeo)
Ogni rotta intrapresa col nostro natante può essere ripensata, ma mai soppressa, anche se si tratti di un passaggio che ci richiami a guerre e a nomi, come Hormuz.























