A proposito della Critica della ragione impura, di Giorgio Bonaccorso

Si possono considerare nascoste o meglio inaspettate alcune ‘vie’  che hanno portato all’emergere della complessità, per usare  quella idea di Edgar Morin avanzata  sì negli anni ’80 del secolo scorso ma ancora oggi dotata di un suo pieno vigore ermeneutico per il precipitato concettuale ad essa connesso nei diversi percorsi a cui ha dato adito;  una via quasi inedita è stata negli ultimi tempi tracciata in un ambito particolare, quello degli studi liturgici, uno dei tanti settori del vasto pensiero teologico, che prendono in esame i riti religiosi e quelli cristiani in particolar modo, ma sempre da chi si avvicina ad essi   con una non comune sensibilità di natura epistemologica per coglierne l’intrinseco aspetto antropologico. Si è distinto in tal modo il poderoso lavoro di Giorgio Bonaccorso, Critica della ragione impura. Per un confronto tra teologia e scienza(Assisi, Cittadella Editrice 2016), che, dopo una serie di altri scritti dedicati a ridefinire i lineamenti della liturgia pastorale, ha sentito la necessità di confrontare i dibattiti teologici con ciò che sta avvenendo negli avamposti del più sano pensiero scientifico contemporaneo.

Èda sottolineare, innanzitutto, il fatto che Bonaccorso, grazie ad una profonda immersione  nella ricca e a volte disomogenea letteratura che va dalle discipline fisico-biologiche alle neuroscienze,  ne individua i punti salienti che mettono in discussione i parametri cognitivi tradizionali sino ad arrivare a vedere nell’epistemologia della complessità gli esiti teoretici più maturi a differenza di molte figure del pensiero odierno che ancora si attardano o meglio rifiutano, a dirla con Mauro Ceruti,  di confrontarsi con le sue specifiche metodologie portatrici di ben altre strategie; poi è da tenere presente che nell’ambito delle discipline teologiche, nonostante le indicazioni forniteci dallo stesso Giovanni Paolo II sul paradigma della complessità ritenuto indispensabile e passate quasi inosservate (Giovanni Paolo II: una via della complessitàin discesa, Odysseo 24 settembre 2020), pochi sono stati in grado di coglierne le potenzialità ermeneutiche  per la stessa ’intelligenza della fede’ e per ‘comprenderne il valore per la vita dell’uomo’.

Bonaccorso orienta in tal senso tutto il suo articolato percorso teoretico dove il primo elemento ritenuto strategico, derivatogli da una non comune metabolizzazione delle modalità d’essere del pensiero complesso, è quello relativo alla comprensione della ragione umana  la cui ‘origine’ non è ‘razionale’ o ‘paradisiaca’, come diceva con altre parole Simone Weil negli anni ’30 anche grazie al tormentato rapporto  col pensiero di Nietzsche; essa  trova le sue logiche nelle  pluriarticolate pieghe e rugosità del mondo umano e come tale è ‘contaminata’ dalle diverse ‘componenti’ e dai ‘molteplici contesti’ in esso presenti che sono poi le ‘condizioni stesse della sua possibilità’ sino ad assurgere un ‘valore trascendentale’ nel senso kantiano. Per questo, ‘la ragione pura non è quella reale’ e, più di altri itinerari di pensiero, ‘l’epistemologia della complessità consente l’accesso a una ragione che mette in conto la consapevolezza dei suoi condizionamenti, non per comprometterne la validità ma per adeguarla a ciò che la stessa ragione va sempre più riconoscendo attraverso le ricerche scientifiche e le riflessioni filosofiche, ossia la sua natura intrinsecamente contestuale’.

Ciò spiega il titolo che Bonaccorso ha dato al suo lavoro, Critica della ragione impura, orientato cioè ad una ‘analisi critica della ragione impura’, un itinerario di pensiero che programmaticamente la deve liberare dal ‘pregiudizio di una sua semplicità, indipendente e riconosciuta nella sua appartenenza ad una complessità irriducibile’, sempre alla luce dei risultati più recenti; e per una mente ancora ferma alla divisione dei saperi e legata al mito di una ragione immune dalle contaminazioni e ad essa ‘miscelate’, per usare un’espressione di Michel Serres figura non tenuta però presente  per i suoi lavori sui rapporti tra scienza e religione e sugli stessi riti, può apparire paradossale che la ‘via liturgica alla complessità’ possa contribuire a rafforzare la metodologia del pensiero complesso, a renderla un percorso più razionale nell’indagare i limiti ed i vari condizionamenti della razionalità umana. Ed una delle indicazioni in tal senso più proficua che Bonaccorso evidenzia è quella di mettere tra parentesi l’idea di ragione in sé o astorica e di soffermarci maggiormente sulle ‘capacità cognitive intrecciate con i processi che le hanno rese possibili’, il che permette nello studiare le origini della razionalità di dare il giusto peso ai ‘contenuti’ che a volte  vengono sacrificati anche se poi vanno organizzati in paradigmi interpretativi di fondo per collocarli nel loro più giusto contesto.

In tal modo se l’epistemologia della complessità, anche ‘in stretta connessione con la fenomenologia’, viene preferita ad altri modelli, è perché da una parte è ritenuta più consona e pertinente con i dibattiti in corso in campo filosofico-scientifico e dall’altra perché si rivela ‘per la sua elasticità’ più in grado di ‘fornire un paradigma più significativo di altri per il lavoro teologico’ e di ‘garantire un proficuo confronto’ tra i diversi saperi senza chiuderli nei rispettivi recinti; inoltre essa è ritenuta strategica, ‘un valido aiuto’ per evitare alla stessa teologia di cadere nel ‘doppio dogmatismo’, quello esterno  proveniente da settori non religiosi ma intrisi di tale atteggiamento e per riflesso da quello interno basato su ‘posizioni dogmaticamente teocratiche rilevabili in certe dottrine religiose’.

In tal modo soprattutto nella prima parte del volume viene evidenziato lo spessore concettuale di quelle ‘trame filosofiche e scientifiche’ che hanno praticato la complessità  facendola entrare in maniera netta nel campo del pensiero col permettere a diversi settori di ricavarne dei benefici nel combattere con armi adeguate ‘il sovrapotere dell’epistemologia della semplicità’. Tutto il percorso si sostanzia sulla ‘possibilità di coniugare in modo fecondo la teologia con l’epistemologia della complessità’ per avere un ‘modello rispettoso della rivelazione, dell’incarnazione e della risurrezione’; tale modello chiamato ‘immersivo’ viene ritenuto tipico di tale metodologia attraverso il ruolo più adeguato assegnato al corpo che non viene isolato ma inserito ‘entro un sistema complesso’,  dove il rito visto da questa angolatura permette di ‘recuperare la complessità della rivelazione’ senza perdere di vista la condizione umana.

Il lavoro di Bonaccorso ha finalità dirette in primis a fornire al discorso teologico strumenti più adeguati per affrontare alcune cruciali questioni  chiamate significativamente ‘luoghi teologici della complessità’, analizzati nella seconda parte del volume come ad esempio ‘il canone tra Sacra Scrittura e rito’ , l’idea di ‘pratico’ in teologia, il ruolo dell’emozione nell’esperienza religiosa, la struttura del rito  con un interessante capitolo finale dedicato al rapporto tra religione e i new mediacon la loro logica reticolare fatta di ‘rimandi infiniti’ e affrontati alla luce di scoperte avvenute nell’ambito delle neuroscienze sulla plasticità del cervello e della mente. Ma nella prima parte si assiste ad un viaggiare critico nella storia della ragione,  per  non ‘isolarla’ e per  non assolutizzarla, con l’obiettivo di studiare  ciò che essa può fare ‘nel mondo, nell’universo, nell’uomo, nel cervello, nella società, nella storia’, per non ‘perderla’ e ‘disperderla’ nel tutto di cui fa parte; essa è il risultato di una ‘doppia complessità’, quella sua intrinseca e quella ‘di ciò a cui appartiene’, fatto che spiega ‘il filo rosso tra la critica della ragione impura e l’epistemologia della complessità’.

In tal modo Giorgio Bonaccorso ci traccia un percorso teoretico con un certo grado di originalità dove l’obiettivo primario, comune con altri percorsi di pensiero orientati in tal senso, è quello di cacciare dal regno del pensiero, compreso quello teologico,  ‘l’epistemologia della semplicità’ sempre in agguato, anche alla luce dei risultati provenienti da alcuni settori delle scienze biologiche e delle neuroscienze che studiano ‘le dinamiche tra cervello, mente e coscienza’  insieme con quelli avanzati nelle stesse scienze psico-sociali che vengono ad integrare con altre prospettive il dibattito in corso; in più lo sostanzia sul terreno più propriamente concettuale della ‘critica della ragione impura’ grazie agli studi condotti nell’ambito liturgico sul ruolo dei riti collegati, anche grazie all’apporto della fenomenologia, alla dimensione corporea e alla loro dimensione intersoggettiva.

Anche se il tema delle contaminazioni e dei condizionamenti di varia natura di cui è intrisa la razionalità umana fa ormai parte di più tradizioni di ricerca, esso  ha permesso  a Bonaccorso di approdare attraverso una ‘via’ insolita, quella liturgica, all’epistemologia della complessità e di tracciarne un binario dove saperi pur lontani tra di loro, ma arricchiti dei contenuti veritativi impliciti  nelle scienze più avanzate e colti con adeguato senso epistemico, ‘si incrociano’ e ‘si miscelano’ a dirla con Jean Piaget e Michel Serres con l’aprire nuovi sentieri; e nello stesso tempo permettono alla ragione umana di evitare quello che viene chiamato ‘l’irrazionalismo del razionalismo’ ad una dimensione di certa modernità, attraverso anche una dolorosa analisi e spietata denuncia delle sue hybrispresenti in ogni campo come ci ha indicato Mauro Ceruti. In tal modo ‘si vivono’ e ‘si abitano’ con maggiore intensità quelle che  Simone Weil ha chiamato ‘contraddizioni’ e ‘rugosità’  del reale, le cui logiche emergenti grazie a questo sguardo più umile si rivelano sempre più complesse e piene di ulteriori significati da indagare con più rispetto allontanando da esse il più possibile lo spettro dell’epistemologia della semplicità.


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Mario Castellana
Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.

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