Mario Castellana e Paolo Farina presentano il numero monotematico di Idee. Semestrale di filosofia e scienze dell’uomo.

Appuntamento questa sera, ad Andria, presso il chiostro del seminario. Inizio alle ore 19:00. Ingresso libero.

Non succede spesso che un documento come l’Enciclica Laudato si’, scritto per motivi pastorali come altri all’interno del mondo della Chiesa, continui a suscitare un vivo interesse in diversi ambienti, pur essendo stato presentato più di cinque anni fa; ma nella ricca e variegata letteratura che ne è scaturita, se si escludono i recenti contributi di Edgar Morin e Mauro Ceruti, non è stato dato un adeguato spazio alle idee filosofico-scientifiche di fondo, che ne sorreggono l’intero impianto. Si segnala, in tal senso, il corposo fascicolo monotematico, curato da Mario Castellana, della rivista Idee. Semestrale di filosofia e scienze dell’uomo (n. 17-18, 2019, Lecce, Edizioni Milella; [email protected]), apparso in questi ultimi mesi. Tale lavoro, composto di tre parti, contiene contributi e studi di e su diverse figure del mondo filosofico italiano, come ad esempio Dario Antiseri, Mauro Ceruti, Lorenzo Magnani, Silvano Tagliagambe e altri, i quali, alla luce dei rispettivi approcci, si confrontano criticamente con i nuclei concettuali presenti nell’ Enciclica, mettendo in evidenza aspetti altrimenti rimasti in ombra.

Non è, dunque, un caso che Mario Castellana, che ha già  rivisitato i contributi dati da Giovanni Paolo II al dibattito sui rapporti tra scienza e fede, curandone un’antologia di scritti e vedendovi anche una ben precisa strategia epistemologica, nella presentazione si soffermi sull’idea che tale Enciclica, come diceva Antiseri a proposito della Fides et Ratio, ha bisogno di una non comune analisi di tipo filosofico su larga scala, per essere capita più in profondità, facendo tesoro delle indicazioni fornite dal pensiero complesso, che, invece, pochi studi hanno tenuto presente, nel prenderla in esame.  La Laudato si’ viene ritenuta, infatti, ‘impregnata di complessità’, che, in alcuni contributi delle tre parti della rivista, è sviscerata nelle diverse articolazioni dei campi di ricerca, come quelli di Salvatore Colazzo, Laura Tundo, Riccardo Beltrami, Roberto Massaro e Michele Indellicato. Ma è nel saggio di Francesco Bellusci che trova il maggior spazio l’approdo di Papa Francesco al suo modo programmatico di ‘accogliere la sfida della complessità’, grazie all’analisi  della recente lettura fatta da Mauro Ceruti in Sulla stessa barca,  attraverso la sua tesi di ‘umanesimo planetario’,  dove acquista la sua piena valenza socio-antropologico-epistemica l’espressione ‘tutto è connesso’, ‘tutto è in relazione’.

Se, come sottolinea Castellana sulla scia di Ceruti, l’Enciclica  ‘trasuda’ complessità, in quanto prende atto del senso veritativo dei diversi ‘segni del tempo’ non riconducibili a punti di vista unilaterali, è perché è ritenuto necessario un impegno teso in primis alla ‘cura del pensiero’ e a liberarlo dalle tentazioni di stampo assolutista, che a volte si annidano nelle sue stesse basi. Partendo dell’avvertimento di Paolo VI,  che a suo tempo diceva  ‘si muore per mancanza di pensiero’ quando vengono meno le stesse tensioni cognitive verso il vero, dando così  spazio a tali tentazioni, si ritiene indispensabile fare i conti sino in fondo con le verità di un mondo sempre più articolato e sofferente, come l’Enciclica, a più riprese, invita a fare. Questo d’altronde, come ha detto recentemente Edgar Morin nel  commento all’Enciclica, e come a sua volta un’altra figura ha proposto in diverse opere,  Michel Serres (1930-2019), preso in esame nel contributo di Gaspare Polizzi, che ne analizza  il concetto di ‘contratto naturale’, e fautore di una nuova ‘analitica trascendentale delle relazioni’, si sta rivelando sempre di più un cogente impegno teoretico-esistenziale, per superare ‘l’era desertica del pensiero’, per usare una espressione dello stesso Morin.

Ritornano sempre più attuali le considerazioni di Karl Popper, più volte ricordate da Dario Antiseri e non solo, come ad esempio Bruno Widmar (1913-1980), maestro di Castellana, sull’importanza delle ‘idee’ che camminano nella testa degli e cogli uomini, da alimentare continuamente, con diverse esperienze di verità, pena la loro trasformazione in ideologie, in nome delle quali si giustificano e si portano a termine i peggiori crimini contro l’umanità stessa. Da questo punto di vista la Laudato si’ viene vista come un efficace strumento ermeneutico, in grado di cogliere le ideologie più o meno nascoste, che si annidano da più parti, con l’obiettivo di impedire la comprensione della globalità dei fenomeni. Nel medesimo tempo, in essa vengono date precise indicazioni per la riforma ab imis  del pensiero stesso  e per portare a termine una  ‘riconversione ecologica’ della ragione, operazione che può essere meglio capita se si tiene presente  il ‘modello eco-cognitivo della conoscenza’,  portato avanti da Lorenzo Magnani,  il quale lo vede operante nell’impianto che la sorregge.  Non è, dunque, un caso se tale idea di ‘riconversione’, così centrale e strategica dell’Enciclica, riceva negli altri contributi diverse attenzioni, a  partire da Silvano Tagliagambe, che, forte dei suoi studi su Pavel Florenskij e sul pensiero russo, mette l’accento sull’interesse degli ultimi pontefici per la spiritualità orientale, concentrandosi su come lo stesso concetto evangelico di ‘luce taborica’ sia  fondamentale. Non meno interessante, si rivela il contributo di Carlo Alberto Augieri che, nell’analizzare la ‘scrittura’ dell’Enciclica, vi vede un processo in grado di ‘demitizzare’ e di riconvertire dei concetti tradizionali del linguaggio teologico, operazione ritenuta più che mai proficua, per  riassegnare una più giusta dimensione spirituale alla ‘riconversione ecologica’. Così lo stesso Enrico Giannetto, grazie ai suoi ultimi lavori sui rapporti tra pensiero scientifico e pensiero teologico e sul Vangelo di Giuda, ci consegna un’analisi storico-filologica di alcuni passi dei testi evangelici, per vedere delle analogie tra il Cristianesimo dei primi secoli e quello presente nell’Enciclica. Inoltre, elementi strategici rivolti a mettere in atto  processi di ‘riconversione agricola’ e di riconversione ‘sociale del mercato’ vengono individuati nella terza parte da Simona Pisanelli e Rita Mascolo, le quali, insieme al contributo iniziale di Antiseri sull’economia dei primi francescani, gettano luce su come poter impostare diversamente le politiche economiche.

La stessa ‘cura del pensiero’, però, con la necessaria ‘riconversione eco-cognitiva’, che informa l’intero fascicolo di Idee, trova nella seconda parte ulteriore spazio, dove a tal fine vengono  prese in esame   diverse figure del ‘900, che, pur messe da parte nel loro tempo o non tenute in debita considerazione, hanno dato una testimonianza di vita e di pensiero,  di cui la stessa Laudato si’ è impregnata, a volte direttamente, come nel caso di Romano Guardini, il cui ‘umanesimo tecnologico’, studiato da Andrea Tomasi, viene ritenuto un punto di forza, per permettere di guardare al futuro, con una visione nello stesso tempo più realista, senza cadere in ingenue e anacronistiche tendenze di rifiuto della tecnologia più avanzata, da ‘riconvertire’ sempre più in senso antropologico. In questa seconda parte, si rivela poi molto proficua l’analisi dell’’assenza-presenza’ di una figura particolare, quella di Simone Weil, da parte di Paolo Farina, che interroga l’Enciclica e le radicali proposte ivi presenti, facendo un serrato confronto con il non comune e altrettanto radicale percorso teoretico-esistenziale di questa interessante, e ancora stimolante, donna, che visse sulla ‘soglia’, tra ‘il dentro e il fuori la Chiesa’, facendo emergere sorprendenti convergenze.

Un’altra figura, che gioca un ruolo non secondario nell’Enciclica, anche se viene citata una sola volta, è quella del gesuita e bio-paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin, presa in esame da Mario Castellana nel suo contributo, anche grazie al fatto che tale teologo, filosofo e scienziato, negli anni ’60 del Novecento,  fu al centro dell’attenzione del suo maestro Bruno Widmar. Questi, come pochi altri, pur essendo ateo e un laico militante, vi vedeva un pensiero in tensione, non riduttivo, e un testimone della verità, per far fronte al vuoto di pensiero a cui stavano portando gli esiti ideologici di molte filosofie dell’epoca. Utilizzando un concetto preso in prestito dal pensiero epistemologico francese del ‘900, Castellana considera l’apporto di Teilhard alla Laudato si’ come ‘laterale’, nel senso che molte idee, col relativo linguaggio di tale figura, a partire da quello di ‘riconversione’, ne costituiscono indirettamente il plafond della strategia presente nell’impianto generale e aiutano a capirne meglio lo spirito di fondo. Il fascicolo si caratterizza, inoltre, con una lunga indagine critica e lettura interpretativa, da parte di Luigi Ricciardi, in alcuni filoni della cosiddetta ‘filosofia della crisi’ e nel pensiero di alcuni esponenti del pensiero cristiano, per evidenziarne debiti e sviluppi.

Così, un documento come la Laudato si’, che sembrava non avere  finalità teoretiche, data la sua postura eminentemente pastorale, ma interrogato in profondità, con alcuni percorsi del dibattito filosofico-scientifico odierno, non solo si presenta idoneo ad essere interpellato in tal senso, ma fornisce altresì strumenti adeguati per rinvigorire il pensiero stesso, per renderlo all’altezza dei ‘segni dei tempi’, e indirizzarlo a cogliere la  portata dei problemi reali, per farli  emergere in tutta la loro cogenza. Tale fascicolo di Idee, coordinato da Mario Castellana, alla luce del paradigma della complessità, se si concentra su questa Enciclica, oggetto  di interesse in diversi ambienti, per il fatto che pone sul tappeto, rilevanti questioni planetarie non più rinviabili, è comunque un invito, da più parti condiviso, al pensiero a essere sempre in una situazione di ripensamento delle sue modalità e, a dirla con Merleau-Ponty, di avere la coscienza critica di essere  un continuo viator. Se a qualcuno, poi, ciò può sembrare come un sintomo della sua fragilità, rimane pur sempre un antidoto contro le tentazioni totalitarie, di qualsiasi provenienza esse siano.