Web e libertà responsabile

Dal 2010 al 2018, su per giù, il paternalismo pentastellato delle prime ore ha cavalcato la rete sparando sul giornalismo, aprioristicamente, senza conoscerlo effettivamente. Nella mente degli utenti web venivano inoculati post illiberali che, bonariamente, presentavano la stampa italiana come un insieme di mistificatori di mestiere. Chi non ha memoria corta ricorderà l’uscita infelice dei proto-grillini che volevano processi popolari a carico di politici e giornalisti, al di fuori delle aule di tribunale, al di fuori di ogni garanzia dello Stato di diritto liberale.

Il corso degli eventi ci ha consegnato un Movimento decisamente diverso da quei primi tempi, ma nella mentalità comune di una fetta disagiata di popolazione elettoralmente attiva è rimasto il male culturale dell’indifferenza o del disprezzo verso il garantismo. Vi sono infatti dinamiche psicosociali che vengono smaltite, nell’opinione pubblica, molto lentamente dopo anni di epidemie manettare dal basso, lanciate e lasciate scorrere sui social e sui blog. Chiunque si ergerà, d’ora innanzi, a politicante nel nuovo che avanza sappia, seriamente, che i messaggi forti lanciati restano e producono effetti anche molto degradanti nella mentalità e nel senso comune generalizzato. Diverse persone infatti, per penuria di strumenti discernitivi o per frustrazioni varie causate dalle politiche degli ultimi anni, continuano ad additare il giornalismo come l’arte dei corrotti influenzatori di masse. Questi signori vorrebbero aprire le redazioni e non solo come scatolette di tonno, per sostituire il giornalismo con gli incontinenti   post   che circolano in modo casereccio sui social e su qualche blog.

Il giornalismo può farsi giornalismo web, ma il web di per sé non può farsi automaticamente giornalismo. Oggi la funzione del giornalismo digitale si fa ancora più missionaria: l’obiettivo è porre anzitutto un freno alle   fake   news   e ai pressappochismi leonini da tastiera, spesso figli di una subcultura nutrita da interessi populisti che mistificano la realtà, svuotando i cittadini della possibilità di cogliere i chiaroscuri dei fatti, e delle questioni controverse. La narrativa è sempre la stessa: le indagini giudiziarie diventano gogna mediatica di condanna senza se e senza ma, e le voci fuori da questi cori forcaioli sono additate come vendute (non si capisce bene a quale potere, in realtà). L’opinionismo giornalistico è un canale di analisi e condivisione accurata della conoscenza critica, il cui libero esercizio e la cui libera manifestazione devono corrispondere ad accreditabili parametri professionali, in scienza, coscienza e libertà.

Ai tempi del monopolio informativo pubblico – vari decenni fa – c’era la necessità storica di affermare modelli (anche) televisivi che dessero spazio alla creatività e alle libertà impresarie, per arricchire e non appiattire il mondo dell’informazione e dell’intrattenimento. Oggi il gran seguito dei leoncini populisti da tastiera, che screditano il mestiere del giornalismo informativo e formativo d’opinione, richiede attenzioni e meccanismi più evoluti di garanzie per i lettori. I tempi che corrono richiedono pertanto più-giornalismo (quello vero), e non la morte del giornalismo. Non è vero infatti che il giornalismo è morto nella sua funzione storica, all’interno dei campi di sterminio della dittatura social del populismo-macchina del fango. Il vero giornalismo resiste, in questa nuova sfida di battaglia per la responsabilizzazione delle libertà.

La dittatura corrotta del populisticamente corretto appare firma di nessuno, eppure così tanto carnefice, nei confronti di tanti utenti creduloni in un web casereccio di giustizialismo senza giustizia.

Se ai tempi del monopolio televisivo pubblico la partita dialettica da giocare era tra la dittatura del pubblico e la libertà dei più brillanti privati secondo un principio emergente di meritocrazia liberale, da poco più di dieci anni la partita dell’informazione si gioca tra libertinaggio e libertà responsabile, e quindi tra anarchia e professionalità. In seguito all’affermarsi delle reti televisive private italiane e ai primi Tg in onda su tali reti, un assetto di coesistenza tra il pubblico e il privato riuscì a configurarsi, dignitosamente. Con il dilagare del giacobinismo e del terrore cibernetici nell’ultimo decennio di populismo social web, invece, l’esigenza è quella di escogitare criteri – anche legali – per responsabilizzare e professionalizzare le libertà, informative e formative, adeguatamente. Non riconoscere le profonde differenze, tra le istanze liberalizzatrici dell’informazione televisiva privata negli anni ’80 e i populisti libertinaggi web degli ultimi tempi, è come confondere l’onestà intellettuale del grande costruttore di libertà Indro Montanelli con le accozzaglie di comunicati rilasciati dai   leaders  dei   gilet   gialli, o con gli ululati di “honestà” negli stadi dell’antipolitica qua e là.

La cultura informativa e formativa, prima prigioniera di una monopolizzante burocrazia pubblico-khomeinista, da un po’ di anni a questa parte deve fare i conti con i rancori complottisti nei confronti del giornalismo ufficiale. I complottismi disorientano, intimidiscono e soprattutto svuotano le giovanissime generazioni di  millennials  della possibilità di autodeterminarsi con un approccio critico, nonché di spessore al di là delle retoriche.

Il volersi fare sempre i fatti altrui attraverso piste cibernetiche poco raccomandabili e poco serie, invero, ha portato i navigatori del web più maniacali a riciclarsi socialmente attraverso la funzione di sceriffi del giustizialismo social, con un concetto di giustizia deformato, spesso del tutto avulso dai fatti effettivi.

Ripercorrendo sistematicamente le tipologie di dati diffamanti presenti sui social e sul web, il più delle volte in funzione di antipolitica, si può affermare con certezza che siamo in un momento storico in cui gli italiani hanno la necessità di disintossicarsi da anni di giustizialismo da piazza, da bar, da social e da web in generale. Gli arresti – senza condanna – o gli avvisi di garanzia per grossi imprenditori e politici, soprattutto se navigati e benestanti, fanno non solo notizia sui giornali come è fisiologico che sia, ma producono una serie di   post   degradanti che circolano in rete senza alcun freno e rispetto per la certezza processuale, oltre che per la dignità dei cittadini tutti.

Non è più il tempo, per l’opinione pubblica, di coccolare i meccanismi neogiacobini di cosiddetta “discriminazione al contrario”, quale distorto “riequilibrio” che ammette l’odio solo quando questo è diretto contro politici conservatori o personaggi ricchi, che magari hanno provato a dare lustro ad ideali libertari, con l’unico peccato di essere un po’ troppo dinamici e  chic.

Gli italiani però sono per lo più un popolo pragmatico, valoroso. Al di là di ogni condizionamento, esiste ancora la possibilità di guardarsi negli occhi per non lasciarsi raccontare la vita da un filtro di narrativa deforme che non sa nemmeno dove abita il principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio, quale base per ogni condanna. Gli italiani hanno ancora diritto ad essere rappresentati da chi sa distinguere la relativa e mai certa morale dal più tecnico diritto, giusto – quest’ultimo – in quanto specchio cristallino di certezza nella vita di relazione. Le mascherine possono coprire bocca e naso, e devono farlo in questo momento pandemico, ma gli occhi hanno ancora la capacità di leggere e discernere la realtà. Il giornalismo si addestra e si attrezza per far ciò. L’antigiornalismo invece vive di gruppi Fb o chattate di gruppo su Telegram in cui e da cui partono spedizioni virtuali, retate cibernetiche e linciaggi basso-mediatici, che restano incollati a condizionare la volontà e le scelte di voto degli italiani.

Dove ci stiamo muovendo come individui aventi un’identità anche virtuale? Siamo consapevoli del peso del web nelle scelte di voto politico? Nell’educazione civica all’interno delle scuole dovrebbe esserci una parte dedicata all’educazione civica virtuale. Stiamo dando adeguatamente spazio, nell’ordinamento giuridico e negli investimenti tecnologici, ad un maggiore e migliore garantismo che il cittadino merita nella sua esistibilità cibernetica? Le condanne penali non possono essere disposte a carico di un soggetto se questi non risulta autore colpevole di un determinato reato oltre ogni ragionevole dubbio. Stiamo però lasciando scorrere, impotenti, una società anarco-organicista che assorbe la persona entro gli angusti angoli di un’adespota gogna virtuale, facendo finta che tutto ciò rappresenti l’ordinario svolgersi di questa nuova vita di relazione solo perché la gogna si consuma sul web. Eppure dal web alla mente degli italiani il passo è così breve! I mezzi giudiziari agiscono  ex  post, a fatto compiuto; occorre quindi strutturare meccanismi preventivi e generalizzati di sicurezza virtuale, a tutela della verità dei fatti e della dignità della persona.

La liquidità della società post-contemporanea sta passando ad uno stato di nebulosità, in cui le notizie ufficiali vengono troppo spesso filtrate ed ultroneizzate in senso peggiorativo. Ciò avviene impunemente quando ad essere vittime di  post virtuali, che dissacrano la verità dei fatti con mistificazioni o abnormi esagerazioni, sono persone in vista o cittadini con carriere di grande prestigio nel mondo dell’imprenditoria, del giornalismo o della politica.

Se la tecnologia ha consegnato al nostro tempo intercettazioni, trojan, app immuni, cash back, registratori di cassa direttamente connessi all’Agenzia delle entrate, le intelligenze artificiali potranno lavorare   anche   su orizzonti che garantiscano la persona dagli abusi dell’antigiornalismo adesposta e sostanzialmente anarchico, che ormai appare la nuova triste pappa reale dell’ignoranza diffusa. Sulle piste dei social e nell’apnea del ciberspazio si sedimentano impostazioni, pose ideologiche, connessioni psicologiche, usi e costumi nefasti per il futuro corso del sistema liberale.

La libertà è una forma altissima di virtù che non può scadere in anarchici libertinismi. Se il populismo giustizialista vuole abbattere e sostituirsi ai pesi e contrappesi garantisti del sano giornalismo, il web non può più farsi spazio nebuloso indifferente di fronte a queste minacce, i cui effetti si ripercuotono nella coscienza delle attuali e prossime generazioni. Il web d’altronde è la forma, il canale, il mezzo, e non il fine nel cui caos lasciar dissolvere le responsabilità che derivano dalla coesistenza di più individui, titolari di libertà e interessi contrapponibili.

Se agli ignavi non resta che piagnucolare, ai più sprezzanti cervelli liberali e divergenti non resta che avviare una più attuale, nuova Liberazione: dalla dittatura del populisticamente corretto.


FontePhoto by Austin Distel on Unsplash
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Luigi Trisolino
Nato l’11.10.1989, giurista, scrittore, poeta e attivista politico “liberalfree”. Vive a Roma, dove opera nel settore della ricerca accademica di storia giuridica. Maturità classica conseguita in Puglia nel 2008, laurea quinquennale in Giurisprudenza conseguita a Roma nell’A.A. 2012/13, e in seguito master di specializzazione forense e corsi di formazione avanzata in varie città, abilitazione alla professione di avvocato nella sessione 2015; cultorato della materia Costituzionalismo e integrazione europea; attività di dottorato di ricerca con borsa in Discipline giuridiche storico-filosofiche, sovranazionali, internazionali e comparate presso l’Università Roma Tre. Autore di varie monografie e saggi di cultura giuridica, conduce interviste e pubblica articoli di cultura politica e sociale su riviste, periodici, giornali. C’è un filo che unisce le sue battaglie civiche per la garanzia e l’evoluzione dei diritti, le sue poesie, le sue prose artistiche e politiche, il suo pensiero sociospirituale progressista, i suoi saggi di diritto vigentista e storico-teorico: l’amore veemente per l’umanità nel suo divenire storico e dialettico.

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