Entrare nelle pieghe più nascoste del tempo allo scopo di trovare le radici

Da più parti,  grazie alla maggiore presa di coscienza delle nuove sfide sempre più globali che ci attendono, si avverte prepotentemente il bisogno di pensare e di agire in base a nuovi criteri che abbandonino le illusioni di certa modernità orientata a trovare per questioni  che sono sempre di per sé complesse soluzioni ad una dimensione; ciò ha portato  la nostra era, chiamata sulla scia delle conoscenze portate in dote dalla geologia, Antropocene a diventare un ‘accumulocene’, come da più parti denunciato. Di fronte al sistematico fallimento delle diverse impalcature concettuali di vario ordine a loro volta accumulate, da quelle più propriamente concettuali a quelle socio-economiche, non potevano non sorgere derive di natura nichilistica che hanno investito l’uomo nel suo complesso col portarlo ad essere, come affermava negli anni ’30 quella singolare figura che è stata Simone Weil, “una cosa” tra le cose; e questo si è verificato per il fatto  che  vengono a stabilirsi dei “rapporti al di fuori dello spirito” donde la necessità di “mettersi alla ricerca, non della tecnica che dà maggior rendimento, ma della tecnica che dà maggiore libertà”. Per evitare che il pensiero e con esso il soggetto che lo produce continuino a inaridirsi smarrendosi nelle sabbie molli dei nuovi problemi che emergono in ogni contesto, occorre avere il coraggio di immettere nel mercato delle idee, che poi a dirla con Karl Popper camminano nelle teste degli uomini dovunque essi operano, visioni del mondo o Weltanschauungen, nel senso tedesco del termine, che diano una pluralità di volti alla intrinseca complessità del reale; esse si possono valutare in funzione delle capacità che hanno nel tenerne conto il più possibile e nel conviverci  colle molteplici ragioni che lo caratterizzano. Non a caso ogni singolo reale è imperniato su particolari ‘rugosità o contraddizioni’, come le chiamava Simone Weil,  che ne incarnano  i vari volti; il suo intero percorso di vita e di pensiero è un costante invito ad ‘abitarli’ in prima persona per irrobustire le nostre difese razionali e per poter mettere in campo ‘tecniche di libertà’ che partano dalla coscienza individuale e che spesso il pensiero collettivo che si impone tende a renderle innocue passando nelle stesse ‘cose’ in uso col renderle dei puri fini quando sono solo dei mezzi (macchine, robot, computer, intelligenza artificiale, ecc.).

Per evitare la dittature delle cose, quel paradosso a cui ha condotto certa modernità  nel permettere che “la cosa pensa, e l’uomo  è ridotto allo stato di cosa”, e che ha infettato le stesse democrazie  occidentali col renderle sempre più fragili come ha denunciato già negli anni ’50 il mass-mediologo Herbert M. McLuhan, è necessario lavorare nelle pieghe nascoste, non facilmente percepibili, dei fatti umani;  capirne la loro stretta interdipendenza per non lasciarsi sedurre dalle semplificazioni è il primo passo da compiere a partire dal campo del pensiero. Esso è obbligato a liberarsi da quella ragione moderna di stampo cartesiano chiamata non a caso ‘ragione paradisiaca’ da Simone Weil che ha tratto le sue considerazioni da una spietata analisi delle cause che hanno portato alla crisi economica del ’29,  al sorgere di una delle prime forme di capitalismo finanziario, del taylorismo, all’ascesi dei regimi totalitari,  alla degenerazione burocratica della Rivoluzione d’ottobre e di altre istituzioni secolari; in più, ed è ciò che rende il percorso weiliano ancora vivo ed interessante per l’oggi, è il fatto che quella che Albert Camus chiamava ‘follia di verità’ in esso implicita, si trasforma in vita in quanto viene a coincidere con la complessità del reale: una verità faticosamente colta dentro le contraddizioni, appunto perché si salda con le sue radici, viene “trasformata in vita, diventa vita”.

Se riusciamo  a dare ascolto alle diverse voci del reale che ci circonda senza ‘mentire’ su di esso col coglierne i diversi volti inquieti e gli intrinseci significati, ci troviamo di fronte a vere e proprie ‘epifanie’ nel senso datoci da Emmanuel Lévinas con tutto il suo portato relazionale; agiamo più responsabilmente sia individualmente che collettivamente, ma questo processo di riforma del pensiero o meglio di sua rigenerazione, in quanto investe chi lo produce, ha bisogno di trovare “nuove radici” a cui oggi più che mai è invitata l’intera umanità a farsi carico. Essa  per la prima volta nella storia  viene a scontrarsi con quelle che Michel Serres, studioso della Weil, ha chiamato recentemente ‘totalità viventi’, come la terra, la vita, il clima, l’ambiente ed oggi anche il cosmo che stanno per entrare nelle Costituzioni o meglio in una Costituzione mondiale come portatori e soggetti di diritto; e questo perché  se sino a qualche decennio fa abbiamo coniugato  solo il verbo ‘potere’ grazie alla tecnica e alla visione antropocentrica che la sorregge, oggi è arrivato il tempo di coniugare tale verbo col verbo ‘dovere’ nei confronti di tali reali col rispettarne l’integrità. Ritorna ancora una volta in tutta la sua cogenza il mito greco di Prometeo che per amore verso gli uomini dà loro sì il fuoco, ma anche la norma, la legge per tenerlo sotto controllo e per riorientare tale strategica tecnica, aspetto questo che spesso viene dimenticato.

Simone Weil, grande lettrice ed interprete del mondo greco e coniugato con le tragiche vicende del primo Novecento, negli ultimi mesi della sua vita a Londra e su invito degli appartenenti alla Resistenza francese, porta a termine il suo lavoro più organico dal significativo titolo L’Enracinement, fatto tradurre in italiano negli anni ’50 da Adriano Olivetti col significativo titolo Le nuove radici; in esso da una parte si dà voce a tutti coloro che sono state vittime delle varie forme di oppressione e dall’altra si offrono le basi di una rifondazione morale e spirituale dei paesi europei e non solo. In tale opera, quasi un testamento come massima coscienza delle ‘verità trasformate in vita’ per gli altri, vengono enucleati principi e norme a cui si devono attenere le diverse istituzioni, dai singoli stati agli organismi internazionali, che hanno il primario obbligo di progettare politiche di ampio raggio in grado di prevenire futuri disastri e di offrire una più giusta distribuzione delle risorse a disposizione col rispettare ogni ‘totalità vivente’ e le sue logiche.   Pertanto, è ritenuto  necessario lavorare a trovare ‘nuove radici’ nel campo dell’intero umano che deve s’enraciner  in ogni contesto, nessuno escluso da quello religioso a quello economico, da quello sociale a quello politico con la coscienza critica che solo in tal modo possono venire fuori progetti alternativi e nello stesso tempo innovativi;  non sarà dunque un caso se prima Adriano Olivetti e poi il futuro Giovanni XXIII si siano abbeverati alla sua fonte col portare avanti nei rispettivi campi dei significativi cambiamenti strutturali.

Ciò che chiaramente emerge dall’engagement a largo raggio di Simone Weil, è questo bisogno oggi da più parti avvertito di ridisegnare i contorni dell’umano, di offrirci delle visioni del mondo che, forti del non comune possesso razionale delle plurilogiche del reale, possano incidere sul nostro destino col farci capire che non siamo solo responsabili di noi stessi ma di tutto ciò che ci circonda;  ecco perché nei suoi scritti si ripete spesso che più conosciamo, che prima di tutto è un ‘dovere’ a cui non possiamo sottrarci, più diventiamo responsabili. In tal modo si vengono a creare e a coltivare le necessarie condizioni etico-conoscitive per un salto qualitativo nelle cose umane; siamo, infatti, più aperti alla speranza di cambiare le cose di questo mondo con la coscienza di essere sulla ‘stessa barca’, a dirla con Papa Franceso. E tale speranza, se non si coniuga col volto della complessità e col dono agapico che porta in grembo, si riduce ad essere un mero utopismo col creare così le premesse di ulteriori illusioni e invitabili conflitti che questa volta possono rivelarsi più distruttivi   rispetto al passato. Simone Weil molto umilmente ci conduce quasi per mano e con pazienza ad entrare in tale mondovisione ed ‘abitarne’ i diversi volti con rinnovato spirito ‘cosmopolita’, nel senso segnalatoci da Mauro Ceruti nei suoi più recenti lavori; ci invita a ivi installarci con le uniche armi che abbiamo, quelle della ragione cosciente però dei suoi limiti, e a gestirne le inevitabili contraddizioni, che poi sono il perno della vita e non solo del pensiero.

E nello sforzo di dare un degno volto all’umano con l’obiettivo di rigenerarlo e di fornirgli ‘nuove radici’ per non ridurlo a ‘cosa’, nel percorso di Simone Weil non poteva non ‘emergere’, proprio secondo le logiche del più sano pensiero complesso, una strategica attenzione verso il problema del tempo; tale tema  è preso in esame con diverse sfumature nei suoi numerosi frammenti, raccolti nei Cahiers, che portano in grembo,  se colti col loro pieno portato di ‘sacro fuoco della verità’ a dirla con Pavel Florenskij,  dei contributi che  possono  configurarsi come una germinale epistemologia del tempo, nel senso avanzato da Mauro Ceruti in Il tempo della complessità dove esso, pur essendo costitutivamente di natura storica per l’incidenza del passato, è come avere ‘un piede nel presente ed un piede nel futuro’ con la intrinseca possibilità di rigenerare il tutto. Il tempo, infatti, è visto da Simone Weil come una condizione strutturale del reale da declinare e da gestire adeguatamente dato il fatto che è considerato “la chiave della vita umana”; e nonostante questo, rimane comunque un “mistero irriducibile sul quale nessuna scienza fa presa”, sulla scia di analoghe considerazioni di Henri Bergson nel suo incontro-scontro con le tesi di Einstein. Esso, infatti, è caratterizzato   da una intrinseca e articolata relazione  tra quello della lunga durata e quello delle singole situazioni intrise di poliedrici aspetti da individuare al momento opportuno in quanto irrepetibili ma sfruttabili  per fini di diversa natura che possono portare a scelte tragiche; su tale fatto  per Simone Weil non si è discusso in modo adeguato anche perché investe l’umano in ogni  contesto, soprattutto quando viene ad investire soggetti ed organizzazioni collettive con le sue logiche non lineari, non facilmente abbordabili con gli strumenti messi in campo dalla ‘ragione paradisiaca’ di certa modernità che per sua natura mette da parte gli scarti, gli artriti, le ‘rugosità’ del reale, cioè la sua complessità come quello del tempo e di quello in particolare che scandisce la storia dell’uomo.

Nei suoi scritti sulla ‘Germania totalitaria’ e sulle cause che hanno portato al nazismo, si insiste, infatti, sull’incapacità da parte dei soggetti coinvolti, soprattutto intellettuali e politici della Repubblica di Weimar, di capire che nel tempo reale  viene  a prendere piede una pluralità di situazioni intrecciate tra di loro, pur essendo non congruenti e non contemporanee; infatti, in quel momento e nel loro ‘presente’, si evidenzia il fatto  che si stavano scontrando  intrecciandosi la modernità con tutto il suo bagaglio di inedite e a volte radicali opportunità, che andavano realizzate e gestite in senso democratico col mettere da parte definitivamente un certo passato, e forme di vita  del ceto agrario e di quello piccolo borghese che stavano  pagando le conseguenze di tale cruciale passaggio col comportare il loro progressivo impoverimento. Tale fenomeno sociopolitico, lasciato a sé stesso in quanto incompreso nelle sue logiche più profonde, fu intercettato e abilmente sfruttato dall’ideologia nazista, come prima in Italia da parte del fascismo sia pure in forma più elaborata, come dimostrano diverse ricostruzioni storiche portate avanti con una metodologia ricavata dal pensiero complesso, che anche su tale terreno si dimostra un dono razionale nel farci capire situazioni simili come quelle in atto in questi ultimi tempi.

Pertanto, anche la questione del tempo per Simone Weil va ripensata alle radici in quanto capirne le logiche aiuta a prendere atto che il presente che si vive è un ‘garbuglio’, un intreccio di disparità temporali, per usare un termine del suo amato Pascal e non a caso figura centrale nel pensiero di Edgar Morin e di altri protagonisti del pensiero complesso, per aver dato un volto inquieto alla nostra contemporaneità; nel presente, sia a livello individuale che collettivo, riescono a convivere, ma il più delle volte si scontrano, modi di essere che se non gestiti con la necessaria lucidità razionale, come succede nei momenti critici come quelli attuali attraversati da inedite sfide col loro pieno di implicite svolte,  portano su posizioni regressive che possono avere effetti devastanti. Il tempo se interpellato nelle sue logiche più profonde e senza ‘mentire’ su di esso, come ci ha insegnato Simone Weil nei confronti di qualsiasi reale, è un modo per consegnarci un volto della complessità nell’umano o meglio dell‘ipercomplessità’ che lo caratterizza in modo strutturale; ed entrare nelle sue pieghe più nascoste è modo per s’enraciner  diversamente e per ridisegnare  un futuro sempre più dipendente dalle nostre scelte.


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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.

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