
Non vogliamo commentare i morti di Istanbul.
Non vogliamo perché è questo che vuole il terrorismo: il nostro parlarne e scriverne.
I nostri commenti. Terrorizzati o ostili che siano.
Allora, per una volta, non commenteremo.
Ricorderemo in silenzio.
A mani giunte, per chi crede.
O strette in pugno, per chi crede nel valore della dignità e dell’indignazione.
Non commentiamo Istanbul.
Ma ci indigniamo.
Contro chi divide. Chi semina odio e rancore. Chi vuole guerra e morte. Chi innalza muri.
Contro chi esce e chi resta senza aderire davvero. Chi pensa di vivere felice da solo.
E dimentica che soli non si è mai quando si nasce e per tutta la vita.
Solo è solo chi muore.
Come i morti di Istanbul.
Lasciati soli da chi doveva proteggerli.
Da chi ora li strumentalizza.
Da chi li ha già dimenticati.
A loro, e a Istanbul, dedichiamo, in memoria, i versi di un grande poeta turco:
Se per i buoni uffici del signor Nuri spedizioniere
la mia città, la mia Istanbul mi mandasse
un cassone di cipresso, un cassone di sposa
se io l’aprissi facendo risuonare
la serratura di metallo: dccinnn…
due rotoli di tela finissima
due paia di camicie
dei fazzoletti bianchi ricamati d’argento
dei fiori di lavanda nei sacchetti di seta
e tu
e se tu uscissi da lì
ti farei sedere sull’orlo del letto
ti metterei sotto i piedi la mia pelle di lupo
con la testa chinata e le mani giunte starei davanti a te
ti guarderei, gioia, ti guarderei stupito
come sei bella, Dio mio, come sei bella
l’aria e l’acqua d’Istanbul nel tuo sorriso
la voluttà della mia città nel tuo sguardo
o mia sultana, o mia signora, se tu lo permettessi
e se il tuo schiavo Nazim Hikmet l’osasse
sarebbe come se respirasse e baciasse
Istanbul sulla tua guancia
ma sta’ attenta
sta’ attenta a non dirmi “avvicinati”
mi sembra che se la tua mano toccasse la mia
cadrei morto sul pavimento.
(Nâzım Hikmet-Ran)


























