Per guardarsi senza maschere e respirare aria buona,

La più alta forma di rispetto è il rispetto verso il proprio sé. Non è egoismo, è cura che permette la cura, pienezza che consente di riempire, pacificazione che apre alla pace, distacco che genera distanze salutari nei rapporti tossici.

Ci sono relazioni inquinate da un’idea assolutamente distorta di rispetto, che si chiama riverenza. Riverire deriva dal latino vereri, cioè “temere” e “onorare”, ed è collegato a deferire, dal latino deferre, “portare giù”, “abbassarsi”. Dentro si cela il pericolo più grande dei rapporti imperniati non su un’autorità che accresce, ma su un potere che schiaccia. No, nessuna cattiva intenzione, nessuna volontà esplicita, solo il vizio di dominare per insoddisfazione e insicurezza personali, o per la convinzione che certi status e certi pulpiti autorizzino a risiedere su un gradino più in alto, che affranca da forme, anche minime, di rispetto.

Per un’enigmatica distribuzione di ruoli, infatti, in alcune relazioni familiari e amicali si stabilisce un perverso ordine di riverenza, in cui alcuni possono pretendere tutto quello che vogliono e altri si sentono costretti, da una strana idea di concordia, da un insano timore delle differenze, da un’insicurezza che obnubila la capacità di dire “no”, ad assolvere una miriade di doveri. Non so se si tratti di un tranquillizzante gioco di ruoli o di una dinamica anestetizzata dalla convenzione, ma è veramente triste rendersi conto che ci sono persone vicinissime a noi completamente abituate ad essere da noi stessi riverite e deferite e poco pronte a gesti di cura e attenzione, a partire dalle piccole cose.

Smascherarle è semplice: basta iniziare a rispettare se stessi e la propria storia, ossia a respicere, “guardare indietro”, interrogarci, fare memoria per recordare, “portare al cuore” i momenti nei quali siamo stati molto riverenti con gli altri e molto, molto poco rispettosi verso noi stessi. E poi cambiare, per guarire, per stare meglio e per riassestare le relazioni implicate e favorire un salutare ricambio di aria. Ecco, in quel momento alcuni accoglieranno il cambiamento e coglieranno l’occasione per fare un po’ di autoanalisi, nel desiderio di dar voce al bene sincero e autentico, sopito da normali, umanissimi errori. Altri, invece, si insuperbiranno fino alle reazioni più disparate (e disperate!): sparire, continuare a permettersi le peggiori mancanze, evitare il più possibile l’incontro e il confronto diretti, nei quali avranno la testa china o il volto scuro. Il rispetto, si sa, è questione di occhi, di sguardi, di volti.

È allora che tutto sarà chiaro. È allora che si dovrà proseguire, con coraggio e senza cedere ad alcun ricatto, la storia d’amore appena iniziata: quella con il proprio sé, finalmente destinatario di tutto il rispetto negato da ogni disumana dinamica di riverenza. Da questo amore rinnovato col sé nascerà un amore più maturo e autentico per gli altri, meno smielato, meno sottomesso, più dignitoso, più umano. Forse più selettivo. Certamente un amore in cui le schiene resteranno dritte e i volti potranno incontrarsi alla pari, alla stessa altezza, per guardarsi senza maschere, per respicere e respirare aria buona, oltre le tossine del potere, sempre in agguato anche in cuori insospettabili.


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