Non è nota al grande pubblico l’attenzione del pontefice polacco al mondo della scienza

Se ‘le vie della complessità’, a dirla con Edgar Morin, sono state per lo più in salita e costellate da diverse difficoltà non solo di ordine concettuale prima di entrare stabilmente nel regno del pensiero umano con tutto il suo corredo di novità metodologiche, vederne tracciata una  nel percorso  pastorale di Giovanni Paolo II apparirebbe innanzitutto un fatto strano o quanto meno lontano dalle sue primarie preoccupazioni; nel suo pontificato sin dai primi mesi e fino alla Fides et Ratiodel 1998, non solo ne viene delineata una, ma si potrebbe dire che si presenta quasi in discesa nel senso che è  soprattutto frutto della piena metabolizzazione del ‘caso Galileo’, ritenuta una operazione salutare non solo nelle interne vicende della Chiesa, ma per avviare su nuove basi costruttive il dialogo tra scienza e fede, tra il mondo dei credenti e quello laico.

Non è abbastanza noto al grande pubblico il fatto che tra le altre cose il pontefice polacco abbia dedicato parte del suo progetto pastorale ad una attenzione costante verso il mondo della scienza, a partire dai primi mesi del suo pontificato e anche in virtù dei  precedenti e successivi stretti rapporti con degli amici scienziati per lo più fisici e astrofisici, che gli hanno consigliato di riprendere con rinnovati studi il ‘caso Galileo’ per capire le ragioni storico-concettuali degli ormai secolari conflitti tra le verità scientifiche e quelle della fede, definiti in più occasioni ‘laceranti’ per le menti europee sia esse credenti che non credenti. Inizia così quel processo che senza esagerare si può chiamare vera e propria ‘pastorale della scienza’ a cominciare dal dare alla Pontificia Accademia delle Scienze un nuovo ruolo nell’organizzazione di plenarie dedicate a figure del passato scientifico come Galileo, Einstein, Mendel, Grossmann, Darwin e alle questioni di punta nelle ricerche che si conducevano nei vari settori; e a tali plenarie già nei primi anni ‘80 vengono invitati prima i maggiori scienziati, sia credenti e non credenti, col compito di discutere liberamente delle loro ricerche e la stessa  partecipazione a tali incontri gli permise di prendere atto del fatto che questi scienziati discutevano per lo più del senso delle verità nelle rispettive scienze.

Tutto questo determinò nel pontefice polacco la necessità di riaprire il ‘Caso Galileo’ e per verificare il perché tra le ‘verità della scienza’ e quelle della fede si era aperto un conflitto trattandosi comunque di rispettive ‘verità’; dopo aver sollecitato diversi studi su questo drammatico e lacerante evento  che aveva finito per separare il mondo della Chiesa dal mondo scientifico diventato sempre più imprescindibile per le sorti dell’umanità anche in virtù dei continui risvolti tecnologici, egli perviene all’idea,  come spiega in diversi discorsi tenuti presso l’Accademia delle Scienze, che il conflitto è stato determinato da  interpretazioni riduttive  delle  verità della fede,  succubi di quella che chiama ‘la dittatura del letteralismo biblico’ sino a definire Galileo ‘un dono di Dio’ per aver liberato il Magistero della Chiesa da tale grosso limite. In tal modo Giovanni Paolo II prende atto che lo scarto fra lo scienziato pisano ed i suoi interlocutori e teologi era dovuto al nuovo senso da dare alle verità della scienza in quanto i nuovi valori in essa impliciti scardinavano i presupposti tradizionali con i quali si leggevano le verità della fede.

Nello stesso tempo si prende atto che  Galileo  non era solo uno scienziato, ma  un filosofo che discute liberamente del significato profondo delle verità introdotte che  permettono di interpretare diversamente le stesse verità della fede; e pertanto Giovanni Paolo II arriva a dire che il conflitto reale non è stato quello tra le verità della fede e quella della scienza, ma tra false interpretazioni di entrambe che hanno portato alla loro separazione. Ma l’elemento che ha giocato un ruolo decisivo in tale dibattito inaugurato da Galileo è stato quello epistemologico, ritenuto lo strumento più idoneo per cercare di capire le differenze, l’autonomia dei due percorsi, definite le ‘due ali’ che portano alla verità; e  nello stesso tempo quando esse si incontrano senza sovrapporsi, ognuna trae giovamento dalle verità dell’altra ‘se ben comprese’, come dirà Teilhard de Chardin il quale definiva le verità scientifiche un sicuro ‘nutrimento’ per la fede stessa.

Non a caso, Giovanni Paolo II  invita a fare parte dell’Accademia Pontificia delle Scienze alcune figure di epistemologi, invita gli scienziati stessi a impegnarsi in tale tipo di riflessione, si fa egli stesso quasi ‘epistemologo’ perché sulla scia di Galileo  ritiene strategica l’analisi sul senso delle verità scientifiche per i benefici per altri saperi, compreso quello teologico, che essa è in grado di portare; e grazie a tale ottica, arriva a parlare di vere e proprie ‘insidie epistemologiche’  come il concordismo, che pur legittimo è tipico di un certo mondo dei credenti quando a tutti i costi si vuole trovare, ad esempio, una prova più evidente delle verità della fede nell’ancoraggio a certe verità scientifiche; nello stesso tempo è tale la stessa ‘contrapposizione netta’ di un certo mondo laico che trova nelle scienze  degli elementi per ritenere inconsistenti le verità della fede. Per evitare queste due posizioni ritenute fra l’altro ‘infantili’ e nello stesso tempo ‘riduzionistiche’ ed inevitabilmente ideologiche, che hanno portato come dirà in seguito Benedetto XIV a dei rispettivi ‘restringimenti della filosofia, della scienza e della fede’, è necessario fare i conti con la pluralità delle scienze e con la loro storia ‘ ben comprese’ e fedele allo spirito galileiano, il pontefice polacco nei primi anni del nuovo secolo fa introdurre nelle Facoltà Teologiche due insegnamenti ritenuti complementari come ‘Epistemologia’ ed ‘Ermeneutica’, poi tolti nella successiva riforma.

Tutto questo, il lungo confrontarsi con i problemi della scienza ‘ben compresi’, può aiutare a capire come il pontefice polacco arrivi ad una sua ‘via’ della complessità in alcuni discorsi dei primi anni ’90:

‘la ricerca epistemologica si impone sempre più come esigenza indivisibile della cultura scientifica. Nel momento in cui le discipline divengono sempre più specializzate, essi si interrogano sul significato delle conoscenze che si accumulano, sui legami che intercorrono tra il sapere scientifico e le capacità quasi illimitate dell’intelligenza umana. Consentitemi di sottolineare ancora una volta la grande stima   che la Chiesa nutre per le vostre ricerche specializzate che si estendono alla riflessione epistemologica sul significato della scienza. I vostri studi testimoniano lo sforzo compiuto dalla ragione umana per meglio indagare la realtà e scoprire le verità in ogni sua dimensione. Contro le correnti antiscientifiche e irrazionali che minacciano la cultura odierna, gli stessi scienziati devono illustrare la validità della ricerca scientifica e la sua legittimazione etica e sociale. La difesa della ragione è l’esigenza prima di ogni cultura’.

E ancora: ‘in primo luogo, desidero complimentarvi con la Pontificia Accademia delle Scienze per aver scelto, per la sua sessione plenaria, di trattare un problema di grande importanza e di grande attualità: quello dell’emergere della complessità in matematica, in fisica, in chimica e in biologia. L’emergere del tema della complessità segna probabilmente, nella storia delle scienze della natura, una tappa tanto importante quanto quella a cui è legato il nome di Galileo, quando sembrava doversi imporre un modello univoco dell’ordine. La complessità indica precisamente che, per render conto della ricchezza del reale, è necessario ricorrere ad una pluralità di modelli. La cultura contemporanea esige uno sforzo costante di sintesi  delle conoscenze e di integrazione dei saperi. Ma se la specializzazione non è equilibrata da una riflessione attenta a notare l’articolazione dei saperi, è grande il rischio di giungere a una ‘cultura frantumata’, che sarebbe di fatto la negazione della vera cultura’.

Il pontefice polacco, grazie all’aiuto della riflessione epistemologica inaugurata da Galileo, perviene così a prendere coscienza che è in atto un altro cambiamento concettuale di non poco conto decisamente post-galileiano dove la teoria dell’evoluzione, come viene sottolineato in due importanti discorsi, è considerata un evento di notevole portata scientifica con la quale sulla scia di Teilhard de Chardin è ritenuto necessario confrontarsi senza cadere nelle ‘insidie epistemologiche’ che spesso l’accompagnano. E a differenza di molti che ancora non hanno afferrato il senso epistemico di tale svolta apportata dal mondo della complessità nelle sue diverse articolazioni, la  ritiene necessaria per superare i pericoli insiti in ogni ‘cultura frantumata’ e in preda a soluzioni semplicistiche; anzi la considera un baluardo per fortificare le forze razionali dell’uomo, sempre sottoposte ad attacchi provenienti da più parti, ed invita gli stessi scienziati ad essere protagonisti in prima persona in tale ambiti, aiutati dagli stessi epistemologi il cui sforzo deve essere orientato a far capire meglio ‘la ricchezza del reale’ , le sue ‘rugosità’ non facilmente inquadrabili in visioni normative.

In Giovanni Paolo II la complessità è un evento del pensiero filosofico-scientifico più avanzato  e dotato di un rilevante spessore epistemico  con le diverse ‘sfide’, nel senso di Mauro Ceruti, che lancia in ogni ambito per educarsi ad essa; e nello stesso tempo è anche sinonimo di ‘razionalità allargata’, concetto ben sottolineato da Mauro Mantovani all’interno del progetto STOQ (Project Research Series), progetto in atto  nelle Facoltà Pontificie indirizzato a promuovere una proficua collaborazione tra ‘fede, cultura e scienza’. Un’eco di tale approccio, anche se con un diverso taglio meno epistemologico, si può trovare nell’espressione  ‘autentica correlazione polifonica’ di Joseph Ratzinger, presente in un significativo discorso del 2004 dall’emblematico titolo Ciò che tiene insieme il mondo.


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Mario Castellana, già docente di Filosofia della scienza presso l’Università del Salento e di Introduzione generale alla filosofia presso la Facoltà Teologica Pugliese di Bari, è da anni impegnato nel valorizzare la dimensione culturale del pensiero scientifico attraverso l’analisi di alcune figure della filosofia della scienza francese ed italiana del ‘900. Oltre ad essere autore di diverse monografie e di diversi saggi su tali figure, ha allargato i suoi interessi ai rapporti fra scienza e fede, scienza ed etica, scienza e democrazia, al ruolo di alcune figure femminili nel pensiero contemporaneo come Simone Weil e Hélène Metzger. Collaboratore della storica rivista francese "Revue de synthèse", è attualmente direttore scientifico di "Idee", rivista di filosofia e scienze dell’uomo nonché direttore della Collana Internazionale "Pensée des sciences", Pensa Multimedia, Lecce; come nello spirito di "Odysseo" è un umile navigatore nelle acque sempre più insicure della conoscenza.