Tagliare il cordone ombelicale non è facile, né indolore: una madre lo sa e lo impara ogni giorno

Non mi piacciono le ipercelebrazioni, soprattutto quelle al femminile. Ho il sospetto che un certo fasto (tanto sul fronte sacro quanto su quello laico) sia spesso solo l’involucro ben fatto di un vuoto spaventoso. Di cosa? Di autentico amore alla tradizione, di una sana capacità di progredire, adattando le forme ai tempi per una migliore comunicazione dei contenuti, di pensiero critico, di emancipazione e parità reali. Non discuto la buona fede riscontrabile in certe circostanze, né l’importanza di esse, ma solo la superficialità di un certo modo di esaltare e osannare. Del resto uno tra i più osannati della storia è passato con incredibile rapidità dal fasto al flagello.

Allora, tra la festa dei lavoratori e la festa della mamma, occorre cercare un modo diverso di festeggiare, capace di dare senso ai restanti giorni. La vicinanza delle due feste, per esempio, mi fa venire in mente una cosa: non c’è scuola per il lavoro di mamma e nemmeno tirocinio, se non quello che ognuno compie nella propria testa osservando e ascoltando la propria madre, ricevendo o non ricevendo da lei, decidendo in cosa imitarla e in cosa no. Ma quando arriva il momento, ogni donna è sola nell’esodo dall’immaginario alla realtà, dai luoghi comuni agli spazi inediti della sua storia.

Così è anche per il padre, è ovvio. Sì, lo so: la festa del papà è passata; ma la premessa sulle ipercelebrazioni vale pure in quel caso. Vale sempre. La festa deve dire qualcosa a tutti; l’occasione particolare deve parlare al generale; il festeggiato ha da donare, non solo da ricevere. A meno che non sia un monarca assoluto e narcisista.

Che può dirci, allora, una madre? La parola racconta già tanto, con la radice sanscrita ma– che rimanda all’idea di “misurare”, “preparare”, “formare”. Beh facile, sono tutte cose da mamme: formare nel grembo, preparare pietanze, misurare cose varie. Adesso possiamo far festa senza ulteriori attorcigliamenti neuronali? No. Se non vogliamo restare eterni bambinoni attaccati alla gonna di mamma, entusiasti di celebrarla ed esaltarla nel suo giorno solo per rifugiarci nella dolce favola in cui non si cresce mai, dobbiamo andare un poco oltre.

Nel grembo materno la creatura si forma, è vero; ma se dopo nove mesi (o poco più) non interviene un taglio, subentra la morte. La separazione del neonato da sua madre, dolorosissima, è vitale. Separare non significa dividere: la parola, con quel “parare”, “disporre”, “approntare”, dice che non si sta consumando nessun addio, ma che si stano preparando cose nuove. E se questa separazione resta solo fisica, vi saranno altre morti, perché madre e figlio, vivendo in simbiosi, non cresceranno mai. E allora la madre potrà preparare milioni di pietanze, ma non nutrirà mai veramente suo figlio, non sarà per lui la misura dell’adultità di cui ha bisogno, senza saperlo.

Questo vale per tutte le relazioni: fidanzati, coniugi, fratelli, sorelle, amici. La simbiosi è mortale, perché non garantisce la separazione che crea cose nuove, lo spazio in cui ognuno respira e cresce autonomamente, affronta i suoi vuoti, elabora le sue ferite. La fusione in un pensiero sempre univoco, la ricerca ossessionante e l’imitazione dell’altro (magari con la scusa dell’amore fraterno), la sottomissione ai suoi umori, la smania di dargli sempre ragione, la paura di discutere, l’incapacità di un giudizio obiettivo, la facilità con cui ci si offende se l’altro non è subito a disposizione o inizia a dissentire, sono segni di una relazione insana. Due persone legate da un affetto adulto, invece, si parlano apertamente, coltivano sani segreti, tacciono, litigano, mantengono l’accordo nel disaccordo e, soprattutto, fioriscono in altre relazioni e situazioni. Quello è il segno di una relazione sana: essere legati, senza che siano precluse altre opportunità, altri legami. Chi ci ama, insomma, ci dona agli altri.

Non è facile, né indolore: una madre lo sa e lo impara ogni giorno. Perché il miracolo non è non sbagliare, ma ricominciare, tagliare via ciò che non serve e tornare alla vita, dopo il parto di ogni giorno. Sì, adesso possiamo festeggiare.

LEGGI GLI ALTRI ARTICOLI DI CONTROSENSO


Articolo precedenteDa vagabondi a travestiti: il teatro inglese agli albori dell’età elisabettiana
Articolo successivoIl Podcast. Radio Odysseo. Ilaria Drago legge i versi di Maria Marchesi
Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

4 COMMENTI

Comments are closed.