SE TU ED IO CI SCAMBIAMO UNA MONETA, RESTIAMO SEMPRE CON UNA MONETA CIASCUNO. SE INVECE CI SCAMBIAMO LE IDEE, DOPO, SIA TU SIA IO NE AVREMO DUE CIASCUNO

“Se tu ed io ci scambiamo una moneta, restiamo sempre con una moneta ciascuno. Se invece ci scambiamo le idee, dopo, sia tu sia io ne avremo due ciascuno”

(Dan Zandra).

Il dialogo è arte difficile. Si assiste piuttosto e sempre più spesso a paure, frutto di violenze e allarmismi che si riversano ogni giorno su di noi, paure per l’insicurezza e la precarietà del lavoro, per il costo della vita sempre più insostenibile, per l’arrivo in massa di stranieri, per la minaccia terroristica e l’allarme ambientale globale. Tutto questo si riversa nei confronti del prossimo: che sia lo straniero piuttosto che l’omosessuale, il musulmano più che l’accattone o il vicino di casa. Ad alimentare tali paure, è triste notarlo, è però anche una certa classe politica dotata di pochi scrupoli e di scarsa responsabilità.

Segnati da mille insicurezze, piuttosto che rinchiudersi ed isolarsi, colpiti da delusioni o rassegnazioni, quale futuro costruire?

L’unica risposta possibile, oltre quella deplorevole di tipo militaresca, resta il dialogo, ovvero un relazionarsi a più voci per mettere in comunicazione soggetti differenti. Punto di partenza è considerare l’essere umano come una realtà storica in grado di spiegare e interpretare questa storia a partire dalla narrazione della propria storia. Qui è necessario riconoscere l’esistenza di altri individui con cui entrare in una relazione.

L’identità di un individuo e di una civiltà si afferma e si modifica nell’incontro con l’altro, non soltanto nella prospettiva del rispetto della sua diversità, quanto soprattutto nell’attenzione alla sua identità. Questa cultura del dialogo e della comprensione non si basa solo sulla tolleranza, ma sul rispetto dell’altro, in quanto persona diversa da me, portatore di un vissuto storico e linguistico altrettanto legittimo.

Questo “spazio civile” è il luogo del dialogo, dove realizzare il riconoscimento reciproco tra persone e comunità, superando quell’assolutismo conoscitivo che sfocia nella fanatica ideologia e nella sfrenata autoreferenzialità, tipica di quella frangia di predicatori alla ricerca frettolosa di consensi e di proseliti.

Per definirci esseri umani, la comunicazione è una condizione necessaria. Questa è sempre per gli altri: c’è comunicazione solo quando questa è rivolta ad un possibile destinatario, che ha un ruolo altrettanto fondamentale come il mio nel processo comunicativo.

Dialogare non vuol dire però solo trasmettere o cercare di ricevere informazione, ma è qualcosa di più complesso: è mettere “in comune” un qualcosa tra le persone, è fare da ponte tra individui, è l’essere in mezzo alle persone con la funzione di completamento delle esperienze umane.

L’uomo, secondo Aristotele, è un animale che può possedere il logos, il linguaggio; invece il dialogo è una cosa che non si può possedere, è una cosa a cui vi si può partecipare, dove tutto ha senso come sfida, come “lotta”; il dialogo in sé, come strumento di scambio continuo, diventa così molto più importante di qualsiasi contenuto trattato.

L’assenza di dialogo rappresenta una tragedia per quell’humanum che costituisce il nostro “bene comune”, perché allo scambio franco e libero delle posizioni si è sostituito il dogma in cui le affermazioni personalistiche, a volte prive di motivazioni plausibili, richiedono adesioni ricattatorie, più che condivisioni.

Per poter cambiare queste persone è necessario non solo l’entusiasmo, serve anche un pizzico di ingenuità con la forza di credere nelle utopie da ricapitalizzare attraverso le relazioni e i legami già a nostra disposizione.