Hanno la stessa radice, non sono in contraddizione: si tratta di participi futuri, parole che testimoniano apertura, sanno di speranza, sono intrise di progettualità

“Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza”: queste parole di Gramsci mi hanno sempre confortata, per la semplice ragione che non è facile ascoltarle nel quotidiano.

Non parlo solo di chi, non avendo potuto o voluto studiare, non ha una grossa considerazione di chi studia. Mi riferisco soprattutto a chi “un titolo ce l’ha”, a chi ama Leopardi, l’arte, la musica, la filosofia, la letteratura, magari le insegna, ma sotto sotto continua a pensare che la vita vera sia un’altra e si lascia sfuggire frasi preoccupanti: “la cultura non è quella degli ideali puri”. Come se i libri fossero un rifugio dalla realtà. Possono esserlo, ma dipende dalla persona.

Anche il lavoro o l’attivismo possono essere un modo per fuggire dalle proprie responsabilità. Mi colpisce come qualcuno si dica “privo di tempo libero” e “continuamente a lavoro”, invidioso e sprezzante verso chi “sta seduto” e “non si sporca le mani”. Oppure come qualcun altro, magari in vista per via di qualche ruolo istituzionale, magari sotto attacco per gli strafalcioni grammaticali di dominio ormai pubblico, definisca “la vita” e “i fatti” come “la vera cultura”, quella che “fa la differenza”. Di sicuro la proprietà lessicale non è indice della profondità del cuore; però ci sono circostanze e ruoli bisognosi di un po’ di eleganza e sarebbe infinitamente bello ammettere con umiltà le proprie mancanze.

Del resto la vita stessa tollera male i semplicismi e li rigetta, smascherandone la debolezza e l’insicurezza di base. Perché, è vero, la cultura non si fa solo sui libri, il sapere non è tutto, i congiuntivi e un titolo di studio non bastano a definire una persona; ma non bastano nemmeno il lavoro e “i fatti”. Nulla di ciò che è assolutizzato e sbandierato con arroganza basterà mai. A chiudere la mente non è tanto e non è solo la mancanza di libri, ma anzitutto la convinzione che a portare avanti il mondo sia solo chi ha le mani sulla zappa, in officina, in bottega, nella stanza dei bottoni di qualche amministrazione locale, perché ha il pane assicurato e lo procura agli altri, perché ciò che produce è immediatamente disponibile e fruibile, perché quello che fa “si vede” e “si tocca”. Mentre gli altri “si perdono in chiacchiere” o “perdono tempo”.

Peccato che le cose stesse dicano il contrario. Prendiamo il lavoro del contadino: il seme nascosto nella terra perde un’indefinibile quantità di tempo prima di fruttificare; una potatura sbagliata, fatta senza “sapere”, fa morire l’albero; la convinzione che esista un modo universale di innaffiare le piante, trascurerà quelle che hanno esigenze particolari; l’ignoranza sui concimi ne assicurerà solo il minimo rendimento. La coltura è sapienza, è cultura: la comune etimologia da “colere”, “coltivare”, dice tanto. Si tratta, non a caso, di participi futuri, parole che testimoniano apertura, sanno di speranza, sono intrise di progettualità. La cultura, ogni cultura, è questo.

Dove c’è chiusura, dove c’è disprezzo, dove serpeggia la polemica, dove affossare l’altro diventa l’unico modo per vivere bene, non c’è cultura. Chi non riesce a riconciliarsi con le proprie lacune e, per questo, zittisce, chi scambia il proprio non-sapere qualcosa con un non-essere totale, fino al mal-essere esistenziale, chi vive il sapere dell’altro come minaccia, finirà solo per abitare i luoghi comuni sopracitati, la terra di mezzo dove “i fatti” e “la cultura” si contendono il dominio e il consenso, senza sapere che, in entrambi i casi, si è nell’ignoranza più totale. Con dieci titoli o con zero titoli (no, il calcio non c’entra!), con la schiena piegata sulla terra o sulla scrivania.

Passare dal lavoro per il lavoro, dal dovere per il dovere, dal parlare per il parlare, dallo studiare per non agire e dall’agire per non riflettere, al lavoro, al dovere, al parlare, allo studiare, all’agire e al riflettere per edificare, migliorarsi e donare, è l’iniziazione di ogni sapienza. È il culto di chi celebra la vita, di chi coltiva i libri come immensi campi arati e siede alla cattedra della terra per imparare il segreto del futuro che non toglie dal presente, né dal passato.

Controsenso: usi e abusi delle parole quotidiane

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FontePhotocredits: Michela Conte
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Michela Conte
“Ecco la grande attrattiva del nostro tempo: penetrare nella più alta contemplazione, e rimanere mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo” (Chiara Lubic): sono una studentessa specializzanda in antropologia teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese, con una grande passione per la vita e per le persone! Sono fermamente convinta, infatti, che i limiti di questa esistenza irripetibile rechino in sé una bellezza straordinaria e una reale possibilità di compimento. Per questo, da anni, scrivo: per cercare di dare voce a tale bellezza …e contemporaneamente per rendermi conto che non tutto può essere adeguatamente espresso, che a un certo punto è necessario fermarsi di fronte a questo mare sconfinato e misterioso che è la persona, un mare in cui, nonostante tutto, “è dolce il naufragar”. Per Dio. Per l'uomo stesso. Per me.

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