«Al primo viaggio si scopre, al secondo ci si arricchisce»

(Proverbio Tuareg)

In viaggio. È un’esperienza che tocca a (quasi) tutti, prima o poi. Specie in tempi di villaggio globale e melting pot, di voli low coast e dell’accordo di Schengen.

Certo, spesso si è più turisti che viaggiatori, e non è raro vedere persone che viaggiano gomito a gomito, per una notte intera, senza manco scambiarsi una parola. Il piacere/dovere di fare conversazione è stato agevolmente soppiantato da cuffie e smartphone. Ci si siede di fianco, un saluto rapido. Ci si separa all’arrivo e chi si è visto si è visto.

Ma ci sono viaggi che durano una vita. Che guardano lontano. Che nascondono la fierezza, e l’umiltà, di un re leone e della sua leonessa. Sono viaggi anticipati dal desiderio e realizzati dalla tenacia. Una goccia di sudore dopo l’altra. Un passo dopo l’altro. Un’arrampicata dopo l’altra.

Dunque, altro è il viaggio di piacere e altro quello di necessità. O il viaggio di nozze (ce ne sono sempre meno, in verità…) piuttosto che quello per raggiungere un ospedale. Il viaggio all’avventura e l’esodo dell’emigrante.

A me è toccato quest’ultimo, come anche a mio padre. Solo che lui lo ha affrontato a vent’anni, alla volta della Germania, senza conoscere una parola di tedesco e senza “avere un mestiere”. Io l’affronto a mezzo secolo e qualcosa, per un lavoro da privilegiati e con una meravigliosa comunità da dirigere. Una comunità che ho amato dal primo istante. C’è niente da fare: tra me mio padre, il fortunato sono ancora e sempre io. Per non parlare di mio nonno!

Ecco. I nostri nonni. Appunto. Ci hanno insegnato a guardare sempre a chi ci sta dietro. A non invidiare chi ci sta davanti. A renderci conto che, per quanto modesta sia la nostra condizione, avere un tetto, del pane e del companatico, in aggiunta (si fa per dire) a famiglia e salute, è già motivo di beatitudine. E se poi ti accoglie una rete di amici, ti puoi considerare un privilegiato. In senso assoluto!

In realtà, io, come magari anche tu, caro lettore, adorata lettrice, abbiamo e siamo molto più di questo. Eppure ci capita di essere scontenti. Ci sarebbe da chiedersi: dov’è l’inganno?

«Sii felice», mi ha detto chi mi ama, mentre partivo per un viaggio che durerà più di altri. Sarò felice: lo prometto. Sarebbe troppa ingratitudine, non esserlo. Sarebbe come non vedere il sole, non respirare l’aria, non lasciarsi cullare dal vento, non abbandonarsi ad un fiume, non lasciarsi accarezzare dal verde.

E sarebbe stupido, per lo più. Come lo siamo, io e tu, tutte le volte che ci lasciamo sfuggire l’occasione di vivere questo giorno come l’unico che ci è dato di vivere: e il più importante. Quello in cui potremmo fare la differenza per noi stessi e magari lasciare il mondo un attimino migliore di quanto lo abbiamo trovato.

Per il resto, questa mattina, mi sento di dar ragione ad Aldo, Giovanni e Giacomo: «Ma che, ti sei bevuto il cervello? Sì, e c’è stato tutto in una tazzina da caffè».

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