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Avremmo dovuto essere più prudenti: ora ci mancano gli abbracci

Da brivido. Uscire di casa e accorgerti che sei tra i pochi a camminare per strada, perché la pandemia non è finita, anzi è tornata più violenta di prima, è da brivido. Così come svegliarsi con la morte di Gigi Proietti, che va via a teatri chiusi, in silenzio come i giganti, o come i padri anziani che non vogliono disturbare. Così come rendersi conto che questo 2020 in un soffio ha spazzato via pure Connery e Morricone. E se poi pensi che la morte l’abbiamo ancora troppo vicina, il brivido si fa intenso: quel bollettino di guerra quotidiano non fa bene. Fa ammalare dentro.

Perché sentire i brividi non è solo freddo, come vuole l’etimologia latina da “frigus”, e non è solo febbre, come vuole quella greca da “brichetòs”. Anzi, meglio non avercela la febbre di questi tempi. Rabbrividire è sentire un tremito momentaneo sulla pelle. E non è vero che le cose più importanti devi sentirle solo dentro. Scampoli di intimismo. Le cose più importanti colmano il cuore fino a traboccare fuori, invadendo la superficie per mettersi in comunicazione con l’esterno.

Strano che “frigus” abbia dato vita anche a “frigidus”, ossia “incapace di reazioni”. Io preferisco il brivido, il tremore che mi dice: sei viva; ti stai emozionando; abbi cura della paura; ti stai abbeverando al reale; non puoi controllare tutto; sei padrona di poche cose. Il brivido che marchia a fuoco il ricordo di ciò che assolutamente non può essere dimenticato, perché troppo intenso, magari in senso negativo. Si, perché brivido è connesso pure al greco “phrikos”, cioè “ribrezzo”. E il disgusto, si sa, è un’emozione preziosa perché, in giusta dose (come tutte le emozioni e le cose, “quanto basta”), protegge da cose nocive,

“Phrikos”, però, è anche “increspatura”. Tralasciando l’effetto nebbia padana sui capelli, questa sfumatura etimologica mi riconduce alla gente preoccupata dei “programmi scolastici” (che non esistono neanche più!), dell’apprendimento, dei recuperi, ai retori del mondo scolastico, ai genitori in rivolta. Non voglio assolutamente dire che non sia lecito preoccuparsi della formazione culturale di migliaia di studenti di tutte le età. Sono un’insegnante e mi rendo conto per prima che i bambini sono incredibilmente indietro.

Dico solo che, forse, potremmo vedere la cosa da un’altra prospettiva: questo increspatissimo periodo da brividi ci ricorda che non sempre tutto può andare liscio, ma che l’apprendimento non si ferma. Ci ricorda che tra vita e scuola, scuola e famiglia i confini dovrebbero essere più sfumati, altrimenti l’educazione civica o il patto di corresponsabilità con i genitori sono lettera morta. Va bene insistere sulla scuola. Va bene fare il possibile e anche più. Va bene evitare chiusure non dovute. Ma se la scuola fosse stata davvero una priorità, tanto per i politici quanto per zelanti mamme e maestrine, che cinguettano sui social tutta la loro amarezza, l’avremmo custodita meglio a partire dalla scorsa estate. Perché sapevamo che il virus non era sparito e che sarebbe tornato, quindi avremmo potuto fare meglio la nostra parte, fermo restando l’immensa responsabilità di una politica incapace di guardare oltre il turismo e il calcio.

Avremmo dovuto, insomma, essere più prudenti, sentire già nel caldo afoso i brividi di quell’indimenticabile primavera in lockdown, senza far finta di aver vissuto solo una parentesi negativa. Nella vita non ci sono parentesi: la realtà è complessa, va accolta e vissuta e il primo dovere delle agenzie educative adesso è capire e far capire che ci troviamo immersi in un cambiamento grande, in cui il diritto allo studio meno che mai può essere il ritornello retorico di chi separa libri e vita, cultura e presente. Se sentiamo i brividi, ben venga! Significa che l’arroganza incubata sta venendo fuori. E temo che, mentre attendiamo speranzosi un vaccino per il Covid, l’arroganza resti il male incurabile di chi è convinto di avere tutto nelle proprie mani. Di chi non interroga il passato, per scoprire come ha fatto, ad esempio, la scuola della seconda guerra mondiale o del terremoto dell’Ottanta a garantire comunque un’istruzione. No, lì non si può far nulla. Lì non c’è cura, perché non c’è responsabilità, non c’è gentilezza, non c’è pathos verso migliaia di bare impilate e, forse, già dimenticate. Lì è morte certa e peggiore. E ho i brividi per loro.


2 COMMENTI

  1. Brava! Un pezzo da brividi…utile pero’ a ricordarci che ci si puo’ abbracciare anche con gli occhi e con il cuore!

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