Io e Cleida…

Ieri ho incontrato Cleide nei pressi del Castello. Cleide è una mia cara vecchia amica che, come me, ha attraversato l’Atlantico abbandonando le sponde del Brasile per trasferirsi in Italia.

Ci eravamo perse di vista negli ultimi cinque anni, ma ieri ci siamo generosamente risarcite. Siamo rimaste a raccontarci il tempo reciprocamente ignoto per tre ore ininterrotte, fino a diventare stalagmiti di ghiaccio scolpite dal gelido maestrale. Il calore del reincontro ha sfidato a duello le sferzate del vento e ha clamorosamente trionfato.

I racconti miei e di Cleide si sono incatenati e mescolati in un’armonica sinfonia, improvvisamente arrestata dalle note gravi e inaspettate di una raffica di domande che Cleide mi ha rovesciato addosso in contanti. – Mi riveleresti il segreto della tua eterna allegria Cynthia? Cosa ti fa essere ottimista sempre alle stelle? Come fai a sorridere puntualmente e in modo così vero? La leggerezza che indossi con tale disinvoltura e naturalezza da dove la peschi? – Queste le precise parole di Cleide.

Io occhi sgranati e tutt’a un tratto  barcollante, come un astemio dopo aver bevuto un bicchierino di assenzio.

Per la prima volta un nero e massiccio banco di nubi ingombrava e offuscava la limpidezza del mio cielo. Mi sono resa conto che non mi ero mai posta domande sul mio essere proprio così come Cleide mi aveva appena dipinto e che proprio in quel momento, con quella valanga di interrogativi, mi stava costringendo a chiedermelo. Fino ad allora avevo esibito il mio essere in quel modo in maniera del tutto naturale. Non mi ero mai sforzata di ricercarne le cause o di fornire ricette perché gli altri potessero emularmi. Mai mi aveva sfiorata il sospetto di poter rappresentare un modello da replicare.

Allora ho scosso energicamente la testa per cercare di riprendermi da quell’insolito stato di torpore che mi aveva avvolta. Il mio cervello ha cercato disperatamente di farsi spazio e di riemergere dal naufragio, cercando subito immagini e risposte a cui potersi ancorare.

Istantaneamente gli occhi della mia mente hanno avvistato i contorni degli aquiloni, alti e lontani.

Erano gli aquiloni colorati, quelli che io e i miei fratelli costruivamo in compagnia di papà. Mi stavano indicando la direzione, mi rivelavano da che parte andare per cercare le risposte alle curiose domande di Cleide.

Ed è così che sullo schermo della mia mente è partita automaticamente la proiezione del film dei trentanove anni della mia vita.

Se mi fermo a rievocare la mia infanzia, rivedo solo tanto divertimento, allegria, sorrisi, semplicità, fiducia e amore. Rivedo infiniti giochi fatti da adolescente, d’estate, insieme ai miei fratelli, mentre correvo con le mutandine annodate su uno dei due lati per evitare che cadessero per via dell’elastico consunto.

Eppure abitavamo nel Nordeste, una regione molto povera del Brasile. Una regione arida con tantissimi problemi di natura economica e politica. Una regione in cui, quando sono nata io, l’istruzione era limitata, non era promossa e incentivata dallo Stato, perché  istruire avrebbe comportato formare menti pensanti e questo non avrebbe fato comodo ai governanti per la conservazione dello status quo.

Nonostante gli oggettivi problemi del mio Paese, devo alla mia famiglia e alla natura di mio padre e di mia madre la fortuna di non essermi lasciata travolgere dalla macchina del pessimismo e della rassegnazione.

Mia madre era la mente, mio padre il cuore. Mia madre era una professoressa e insegnava portoghese in un College. Il mio papà era un tecnico, riparava radio e televisioni e portava avanti anche un piccolo commercio. La mia mamma è sempre stata una donna emancipatissima, sempre avanti col pensiero. Mi ha sempre ripetuto: – Devi pensare! Devi coltivare e sviluppare il tuo pensiero positivo e vedrai che farai la differenza nel mondo! Ognuno può cambiare il mondo nel suo piccolo, non da sognatore e lavorando solo di fantasia, ma in forma concreta, effettiva.

Mio padre era, ed è, sorriso, divertimento, allegria e oceanico affetto.

Si dilettava e si divertiva tantissimo a costruire giocattoli per noi, come piccoli libri un po’ antesignani dei libri pop up,che realizzava con carta di alluminio per creare, a mo’ di scherzo e di sorpresa, il famoso effetto improvviso a balzo verticale all’apertura delle diverse pagine.

Ho sempre sentito la calda presenza e la  compagnia del mio papà. Rido ancora a crepapelle da sola, al solo pensarci. Era un pazzo scatenato nel senso buono e ludico dell’espressione, perché costruiva con noi e per noi giocattoli anche abbastanza pericolosi come el carrinho de rolima, un rudimentale carretto in legno formato da un semplice piano di tavola montato su quattro ruote.Poi ci accompagnava in cima a discese molto ripide, ci metteva sopra al carrinho e ci lanciava facendoci prendere fortissima velocità. Era uno spasso. Con lui il divertimento era assicurato e l’adrenalina sempre al massimo.

E gli aquiloni? Beh, se penso agli aquiloni, mi tornano alla mente sia la dolcezza dei pomeriggi che trascorrevo a osservare le mani di mio padre mentre li componevano con certosina dedizione e pazienza infinita, sia la tenerezza delle serate in cui era lui a contemplare le nostre manine che costruivano aquiloni e aquiloni… e aquiloni.

Certamente nella nostra inesperienza e nella nostra fisiologica approssimazione di bambini sbagliavamo piegature, commettevamo errori grossolani nell’allestimento dei magici rombi volanti, ma io non ricordo mai che il mio papà sia intervenuto per correggerci o per scoraggiare la  costruzione dei nostri capolavori.

A volte, mentre ero intenta a costruire, lo guardavo e gli chiedevo: – Sto facendo bene, papà? Ho fissato nel modo giusto i diversi elementi dell’aquilone?

Lui mi guardava con occhi incoraggianti e colmi d’amore e mi diceva: – Andiamo fuori e scopriremo se vola!

E puntualmente l’aquilone volava in alto in alto nel cielo ed io mi sentivo “capace” e fiera di me stessa.

Questi sono i ricordi rimaterializzati nella mia mente. Li ho raccontati a Cleide, ieri, immediatamente dopo le sue incalzanti domande, dandole apparentemente l’impressione di deviare il discorso. Poi l’ho guardata dritto nei suoi occhi verde smeraldo e le ho detto: – Grazie Cleide, grazie per le tue domande perché per la prima volta ho spiegato a me stessa come mai sono come tu mi hai descritta. Come non avrei potuto essere allegra, sempre disposta al sorriso, ottimista e portatrice di leggerezza, se ho avuto la fortuna di nascere da due genitori fantastici come i miei?

Entrambi, e ognuno a modo suo, mi hanno insegnato che la parola d’ordine che tutto muove e tutto fa diventare possibile è la parola CORAGGIO.  Il coraggio è forza, è azione. Anche se si nasce in un Paese povero, non significa che non si possa essere felici.

– Coraggio. Vai! Tu sei figlia del mondo! Vola e realizza te stessa e la tua felicità – mi hanno ripetuto tante volte.

– E io li ho ascoltati, Cleide! Sono diventata quella che sono e come sono perché loro mi hanno tirata su con amore e poi mi hanno spinta a spiccare il volo. Ecco perchè rido… e sono allegra… e sono ottimista… e mi sento leggera! –

Con queste parole ieri ho salutato Cleide. Le ho dato appuntamento al bar di Piazza Castello per il prossimo sabato. Non vedo l’ora di rivederla per riprendere il racconto dall’esatto punto in cui ieri mi sono fermata e per ascoltare i suoi racconti. L’avrò convinta?

Benycelia Cynthia Medeiros Koishi, Brasile

Per gentile concessione del Concorso letterario nazionale Lingua Madre.

Il racconto di Benycélia Cynthia Medeiros Koishi Aquiloni, è stato pubblicato per la prima volta in Lingua Madre Duemilaventi – Racconti di donne straniere in Italia, a cura di Daniela Finocchi, Edizioni SEB27, Torino 2020 (© Concorso letterario nazionale “Lingua Madre” – Edizioni SEB27).


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Redazione
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