
Il contributo di Joseph LeDoux
In genere, quando si acquista un libro e di saggistica in particolar modo, spesso non si tiene presente in quale collana è apparso ed ancora meno da chi è diretta, fatti non secondari per capirne le ragioni che ne spiegano le origini e finalità di fondo e valutarne il peso culturale avuto nel tempo; ed è il caso, ad esempio, di ‘Scienza e idee’ della casa editrice Raffaello Cortina, fondata nel 1994 da Giulio Giorello, venuto a mancare qualche anno fa, collana che tutt’ora conserva la sua specificità sotto la responsabilità scientifica di Telmo Pievani e di Corrado Sinigallia. Del resto, basta dare uno sguardo veloce agli oltre trecentosessantacinque titoli per prendere atto del fatto che se una collana del genere continua ad avere un ruolo non di poco conto nel nostro paese, è grazie proprio a quella libertà di ricerca che ha caratterizzato il cammino di Giulio Giorello interessato anche a figure irrègulières sia nell’ambito della scienza che della vita, come André Weil e sua sorella Simone (Giulio Giorello ‘in cammino con Simone Weil, 25 giugno 2020); esso era teso a spaziare tra saperi diversi, ad attraversare ‘nuovi continenti dello spirito’, a farsi carico delle diverse verità soggette come tali a cambiamenti a volte radicali, sulla scia dell’amato John Stuart Mill quando affermava, infatti, che ‘le verità se non sottoposte a continue revisioni cessano di essere verità’.
Per questo la collana ‘Scienza e idee’ è stata e continua ad essere una navigazione nelle acque inquiete della conoscenza là dove si produce, e fedele in questo ad uno dei punti di forza del percorso di Giorello che invitava a ‘capire la realtà sotto ogni cielo’, compito del pensiero nelle sue diverse articolazioni ed in particolare delle varie scienze che spesso arricchiscono i loro contenuti veritativi grazie al confronto critico con altri ambiti dell’umano; essa, infatti, è in modo programmatico intrisa di quella che Giacomo Leopardi chiamava ‘infinita scienza’(L’infinita scienza di Leopardi, 30 gennaio 2020) col suo spargere di ‘idee’ che, se ben coltivate e metabolizzate, ampliano i nostri orizzonti di razionalità con effetti non secondari nello stesso tessuto sociale. Una ‘realtà sotto il cielo’, che progressivamente e specialmente in questi tempi si sta rivelando sempre più cruciale non solo sul piano cognitivo, è quella che riguarda l’umano, materiale strutturalmente ‘rugoso’ a dirla con Simone Weil; e la collana ‘Scienza e idee’ ci sta offrendo una serie di opere che mirano a spiegare ‘come siamo’ e tale obiettivo viene perseguito nel dare il dovuto spazio ai diversi lavori, ad esempio e non solo, di Joseph LeDoux, neurobiologo che dirige l’Emotional Brain Institute di New York University, come il recentissimo I quattro mondi dell’uomo. Una nuova teoria dell’io (2024).
Ma per capirne gli esiti, è necessario fare riferimento a dei precedenti lavori, apparsi sempre in tale collana, come Il Sé sinaptico (2002), Ansia (2016) e Lunga storia di noi stessi (2020), dove LeDoux si è interrogato, a partire da studi condotti sui pazienti dal cervello diviso negli anni ’70, sulla nostra identità con prendere in esame in particolar modo le emozioni e la memoria; per avere una idea più precisa di ‘come eravamo’, in Lunga storia di noi stessi ha ripercorso i quattro miliardi di evoluzione degli esseri viventi col dare più senso, sia concettuale che esistenziale, a quella che è stata chiamata ‘rivoluzione nella profondità del tempo’, o in termini leopardiani ‘infinita evoluzione’, iniziata con Charles Darwin, che pur caratterizzata da infiniti ‘strazi’, nel senso avanzato da Pierre Teilhard de Chardin, ha permesso di eliminare ogni visione essenzialista dai fenomeni della vita e dall’uomo stesso. E uno dei primi importanti risultati è stato quello di concepire l’io non più una entità fissa, ma frutto di un continuo processo che LeDoux chiama “narrazione”, strategia messa in campo dall’uomo “per dare un senso al mondo”; in tal modo non si perviene a ‘mentire su di esso’ in quanto si ha che fare con i suoi ‘mille significati’ come indicato da Simone Weil, ricerca che è la garanzia dei processi veritativi che si mettono in atto per meglio comprenderlo e per non considerarlo più come corpo estraneo.
Quello di LeDoux, pertanto, in I quattro mondi dell’uomo è un percorso di ricerca scientifica imperniato strategicamente sulla domanda “cos’è un essere umano?” e sul ‘dilemma’ dell’uomo per la sua capacità di pensare le alternative a dirla con Robert Musil; infatti, L’uomo senza qualità e Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust nel loro complesso si possono considerare veri e propri ‘continenti dello spirito’, nel senso di Giulio Giorello, da cui attingere a piene mani in quanto ne ‘narrano’ aspetti di fondo. Ed il neurobiologo statunitense non a caso segue in modo programmatico l’idea di Oscar Wilde relativa al fatto che una vita, una vita specifica possa ‘imitare l’arte’ in quanto è frutto di un processo di costruzione col contenere dentro di sé il passato, il presente ed il futuro da narrare senza mentire su di essa. Per far fronte a tale obiettivo di natura scientifica, si ritiene necessario mettere in campo un diverso modo di vedere la perenne questione più in grado di “ospitare i fenomeni in una nuova dimora concettuale” col fare tesoro dei risultati empirici ottenuti; e anche se molte recenti ricerche, frutto essenzialmente dell’essere au carrefour tra diverse discipline a dirla con Jean Piaget, “hanno partorito nuove teorie sul funzionamento dei sistemi biologici umani” col mettere in discussione punti di vista “a noi cari da tempo”, hanno nello stesso tempo “prodotto un vuoto epistemologico” nel senso che la riflessione sul ‘chi siamo e su cosa siamo’ non ha dato adito ad una ‘svolta’ adeguata ai risultati ottenuti. Essi sono ritenuti bisognosi di una diversa ‘impalcatura’ concettuale rispetto a quella esistente, nel senso avanzato da Gaston Bachelard, anche per superare gli inevitabili ‘ostacoli epistemologici’, che vengono a crearsi quando si mette in campo un diverso e alternativo punto di vista, difficile da metabolizzare subito; in tal modo, inoltre, si corrono meno rischi nel mettere in campo ‘estensioni metascientifiche’ di una teoria e nel fare di una ipotesi un ‘dogma’ col suo carico di ‘pensiero tendenzioso’, per usare delle espressioni di un poco noto filosofo delle matematiche francese come Maximilien Winter e di Pavel Florenskij.
E la “nuova teoria sull’io” proposta da LeDoux, per evitare tali slittamenti, è in primis un viaggio sui “nostri mondi di esistenza”, dove è proprio l’esistenza la chiave ermeneutica per decifrare la complessa ‘stoffa’ di cui siamo fatti, a dirla con Teilhard de Chardin, col tutto il suo portato di vissuti da “raccontare” secondo “una prospettiva nuova”: ogni essere umano è, infatti, considerato come “composto da quattro mondi di esistenza fondamentali, paralleli e incrociati, che riflettono il nostro passato evolutivo e rendono conto dei nostri modi di essere presenti”, hinc et nunc con le nostre nuove responsabilità di esseri coscienti e fragilità. E “i quattro mondi dell’uomo” sono il biologico, il neurobiologico, il cognitivo ed il cosciente con i loro differenti modi di esistere, anche se “tutti e quattro sono, alla radice, biologici”; dal loro costante ‘intreccio’ ed interazione emerge “l’ensemble dell’essere che essi generano in ciascuno di noi”, processo la cui analisi nei vari capitoli permette a LeDoux di far risaltare i “limiti fatali del sé e della personalità” se vengono presi come “resoconti di cosa e di chi è una persona”.
E la chiave basilare per arrivare a questo risultato a proposito di noi è l’idea o, quasi. prassi logica del trascendere: “il mondo neurobiologico trascende quello biologico, il mondo cognitivo trascende quello neurobiologico e il mondo cosciente trascende quello cognitivo” che presi nel loro insieme permettono di avere un’ottica più adeguata di “chi siamo inclusi gli aspetti di noi stessi che rientrano nella definizione del sé e della personalità”. E si perviene a tale risultato con una operazione concettuale di largo respiro, all’interno di ogni mondo dell’esistenza umana preso in esame, col partire dal “capovolgere la prospettiva” ivi esistente, come nel caso di “dare significato alla coscienza” nel mettere in campo “elementi di una teoria gerarchica multistato della coscienza” per comprendere il ruolo giocato dalla corteccia prefrontale attraverso l’analisi dei vari tipi di memoria sino a parlare di “coscienza anoetica”. Col fare poi anche riferimento a fonti letterarie e di critica letteraria, a ricerche scientifiche e filosofiche interessate alla “qualità narrativa della mente”, LeDoux riesce a dare un più giusto senso epistemico alla logica del trascendere che è tipica della “nostra coscienza, unica tra i viventi per la sua capacità di sperimentare noi stessi come un passato, un presente e un futuro”; per questo arriva a sostenere che “la vita è un racconto” col fare della logica storico-narrativa lo strumento per essere più autenticamente noi stessi, in grado di collegare “il sé, la coscienza e le narrazioni”, base per la “nostra comprensione autonoetica di chi noi (il nostro io) siamo”, idea che “ha probabilmente strappato un sorriso nella tomba al padre della psicoanalisi”.
La teoria di LeDoux avanza “l’ipotesi della narrazione’ che si traduce in “mentalese”, cioè “uno stato di ordine superiore stabilito in un modello mentale precosciente basato sulla memoria” che viene a “determinare il contenuto” della stessa narrazione; ma tale contenuto, nel tradursi e nel trascendersi in una narrazione, alla fine si presenta come “adeguatamente più complesso”, dove “la narrazione in mentalese alimenta anche il contenuto dell’esperienza cosciente”. Non a caso viene usata la metafora di un elemento naturale come il fiume, “il fiume narrativo del mentalese con i suoi tre affluenti, o sotto-fiumi, i quali divergono dal modello mentale precosciente”; ogni affluente, separato dall’altro, è “una via neuronale che veicola la narrazione in mentalese” e quello finale, “l’affluente della coscienza” è il punto di partenza delle esperienze coscienti, dove quella autonoetica, “ad altissima energia…, dispendiosa e un buon investimento”, è la base dei processi di concettualizzazione degli eventi temporali coi quali siamo in grado di narrare la nostra vita.
Così un percorso, iniziato con lo studio dei pazienti dal cervello diviso, ci ha condotti in un sentiero dove ci scopriamo un laboratorio aperto, un precipitato fitto di trascendenze di cui farne tesoro non per alimentare posizioni di parte sempre in agguato col diventare inevitabilmente ideologicamente orientate, ma un umile punto di partenza, come suggerisce Joseph LeDoux alla fine del suo lavoro, per continuare un cammino teso ad indagare la coscienza, dato che c’è “molto ancora ad imparare” sulle sue logiche e farne oggetto di una teoria “è sempre la strada migliore verso la comprensione scientifica”; e nello stesso tempo ci invita, con un giovanile e non comune entusiasmo, ad “unirci” in questa impresa con nostro “rischio e pericolo”, ad essere attivi protagonisti nel comprenderci. E così quel vasto oceano o ‘continente dello spirito’ a proposito di noi, grazie ai diversi fiumi e strade che vi vengono a confluire, viene ad arricchirsi di ulteriori punti di vista; e anche se il percorso che ci conduce verso di esso, pieno di decentramenti e di umiliazioni gnoseologiche non di poco conto, tipico portato del resto del più sano pensiero scientifico, è ripido e rugoso, è un obbligo a cui non ci si può sottrarre anche perché tra le altre sfide poste dall’Antropocene, da più parti definito ‘periodo di riflessione’, c’è quella di ripensarci come esseri viventi sempre più in simbiosi con altre forme di vita con una storia più lunga della nostra.


























